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Il veleno modernista e i "New Ecclesial"

di Gianteo Bordero - 17 aprile 2003

"Dove va la nuova teologia?" si chiedeva, in un articolo apparso nel 1946 sulla rivista "Angelicum", padre Garrigou-Lagrange. E rispondeva (siamo negli anni segnati dalla vicenda della cosiddetta "Théologie Nouvelle"): "Essa ritorna al modernismo". Ora, da quel momento sono passati più di cinquant'anni, ma ci possiamo chiedere se il giudizio di Garrigou-Lagrange abbia ancora una qualche attualità ai giorni nostri. In questi cinquant'anni, il Cattolicesimo ha vissuto il passaggio del Concilio Vaticano II (1962-1965), il quale ha segnato, nel bene e nel male, i successivi decenni di vita della Chiesa.

Ma c'è, in fin dei conti, un senso nel quale l'affermazione del padre Garrigou-Lagrange conserva la sua verità e la sua attualità: lo possiamo comprendere osservando il ritorno del modernismo come atteggiamento diffuso e diffusivo, che parte dalla teologia che oggi va per la maggiore, e finisce per instillare il suo veleno presso le coscienze di molti fedeli. Il modernismo, sul finire del XIX secolo, esaltò e pose in primo piano, nell'atto di fede, il sentimento individuale, riducendo la fede stessa a pura intuizione intimistica. La ragione allora (e, in questo caso, Kant l'ebbe vinta su Tommaso d'Aquino) divenne pressoché inutile alla fede, relegata ormai al mero ambito del sentimento e dell'interiore illuminazione. Gesù Cristo venne soppiantato da due entità non ben identificate: da un lato il "Gesù della storia", conoscibile attraverso il metodo storico-critico; dall'altro lato il "Cristo della fede", ossia la proiezione della figura protagonista dei Vangeli nella coscienza personale, mediata dall'interpretazione individuale.

La grande vittima di questa situazione e di questo contesto fu - lo abbiamo detto - la ragione; e furono, di conseguenza e ancora più pesantemente, il concetto di "verità" e quello di "ortodossia". Il concetto di dignità della ragione naturale, capace - per sua costituzione - di giungere a proferire verità certe su Dio e l'anima (concetto che è stato elevato alla dignità dogmatica dal Concilio Vaticano I) è stato accantonato e sostituito - per così dire - da una concezione meramente sociologica del fenomeno Chiesa, conseguente al rifiuto (operato da molti teologi progressisti che non poco influirono nella stesura delle Costituzioni del Concilio Vaticano II) dell'idea di Chiesa come "Corpo Mistico di Cristo", sostituita da quella di Chiesa come "popolo di Dio". Infine, il sociologismo ha trionfato nelle coscienze di molti. Al primato della verità (e del Cattolicesimo come "vera religio") è subentrato il primato dell'appartenenza. Il Sessantotto ha vinto anche nella Chiesa. Ritorna l'eresia naturalista, con la sua concezione dell'uomo buono "per natura", l'uomo pre-sociale ontologicamente incorrotto. E quindi ritorna l'utopismo, come presunta possibilità di un mondo migliore concepito a prescindere dal peccato originale ed attuale che segnano nelle viscere la creatura umana. Le coordinate esistenziali fondamentali sembrano non dipendere più dalla partecipazione del credente alla vita di Dio tramite la Grazia Sacramentale, ma si risolvono tutte nell'appartenenza sociologica a un gruppo, un'associazione, una comunità.

Come esempio paradigmatico di tali indirizzi teologici, culturali e dottrinali, si può citare - su tutti - l'editoriale di "Nigrizia" (il mensile dei Comboniani) dello scorso dicembre, intitolato "New Ecclesial": un vero e proprio manifesto programmatico, scritto in no-globalese, per tutti quei movimenti che rifiutano ormai in toto i fondamenti tradizionali della fede cattolica. Si parla della necessità di una "contaminazione", di una "trasversalità che va dai cattolici impegnati (nell'articolo si citano gli Scout, Pax Christi, i Focolarini e tanti missionari, ndr) agli atei portatori di valori"; il tutto per dire che chi, nella Chiesa, non si fa portatore e propugnatore di questo nuovo (o vecchio) utopismo, non ha più diritto di cittadinanza. I mistici, i contemplativi, i claustrali, e pure tanti cattolici dalla fede semplice e cosiddetta "tradizionale" sarebbero solo ottusi che non comprendono - a detta di "Nigrizia" - i segni dei tempi. "Dopo che la chiesa ha cristianizzato l'Africa è tempo che questa africanizzi la chiesa".

L'editoriale termina - e questa non è propriamente un'idea nuova, ma è significativo che venga inserita in tale contesto - con la richiesta fatta alla cosiddetta "Chiesa ufficiale", di convocare un nuovo Concilio che sappia ascoltare e farsi carico di quello che viene chiamato "inconsapevole processo conciliare già in atto in Italia, in ascolto della voce dell'uomo (planetario)". Un eventuale Vaticano III sancirà definitivamente la rinuncia al cattolicesimo andando dietro a tutte queste spinte, oppure tornerà infine alla condanna, chiamandole per nome, delle nuove (e vecchie) eresie?

! Gianteo Bordero
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