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Cuba libredi Fabrizio Gualco - 24 aprile 2003 Quando si pensa a Cuba in termini di realtà politica, evitare le figure di Che Guevara e Fidel Castro risulta quasi impossibile, poiché entrambi rappresentano facce della stessa medaglia ideologica, di una moneta fuori corso che però continua in qualche modo a circolare. Il primo, che non c'è più, attraverso la sua assenza fisica ha assunto, nel tempo e grazie al tempo, l'importanza immateriale degna di un nume tutelare. Il secondo, che c'è ancora, esercita un fin troppo materialistico ruolo di padre-padrone. Morto come individuo e risorto come mito e immagine, il Che Guevara è divenuto, a dispetto dell'iconoclastia postmoderna di Naomi Klein, un logo da venerare con la devozione che gli ortodossi russi riservano all'icona religiosa della Madonna di Vladimir. E sotto forma di bandiera, spilla o maglietta, il combattente teorico della guerriglia è presente quasi ovunque e diserta di rado cortei e manifestazioni - anche pacifiste. Il "Che" agisce sull'ideale degli idealisti, sull'immaginario collettivo dei collettivisti, sull'aspetto etereo della devozione ideologica. La sua figura, ormai di casa nel forum dei mastri rivoluzionari, afferra ed incendia i sentimenti dei rivoluzionari passati, dei no global presenti, degli arrabbiati futuri, dei Basarov di ieri, oggi, domani. Sotto questo aspetto, il "Che" risulta compatibile con la valenza al contempo romantica e tragica che pertiene a coloro che scelgono di predisporsi al futuro attraverso la rimozione del passato e l'elusione del presente. Ma il "Che", realisticamente detto, non c'è più. E' Castro che c'è ancora. Che Guevara, più idealista che pragmatico, muore quando l'idea della rivoluzione è ancora viva, quando il comunismo poteva ancora, grazie ad essa, esercitare il suo magistero su tutta la sinistra: Castro, più pragmatico che idealista, è ancora vivo quando la rivoluzione, come idea e come fatto, è morta. Castro è sopravvissuto alla sua "missione": nato rivoluzionario e progressista, si accinge a consumare la fase finale della sua vita terrena come dittatore e ultraconservatore, intento a mantenere a tutti i costi ed a ogni costo lo status quo instaurato da più di mezzo secolo. Castro rappresenta la burocrazia, il controllo sociale, il negazionismo ad oltranza, la pianificazione economica, il culto della personalità, la menzogna perpetua, il potere che si fa assoluto rendendo tutto relativo a se stesso. Da questa prospettiva il caudillo caraibico, incarna ciò che fa parte dell'inventario di un dittatore condannato dalla storia. La sua figura è quella di un uomo che non avendo potuto mantenere le promesse della rivoluzione, tenta di mantenere il potere che grazie ad essa ha conseguito. Nella realtà, attraverso l'utopia del socialismo reale, Castro ha condotto la sua gente a vivere nell'incubo del socialismo realizzato: la cui pratica basta ed avanza a confutare la teoria che lo ha originato. Infine, non è fuori luogo affermare, come è gia stato affermato, che il vero embargo nei confronti di Cuba non è quello deciso a suo tempo dagli Stati Uniti, ma quello attuato da Castro nei confronti dei cubani. Il vero embargo non è quello economico, peraltro aggirabile ed aggirato, ma quello totalitario e rarissimamente sormontabile adottato contro la dignità umana, indirizzato contro la libertà di dire e di fare, teso ad anestetizzare la coscienza individuale e narcotizzare l'individuale capacità di iniziativa delle persone: è l'embargo che ogni dittatura attua nei confronti della persona umana, che il totalitarismo di ogni colore, come insegnano ad esempio Romano Guardini e Hannah Arendt, vuole trasformare e controllare: sia dal punto di vista materiale, sia da quello spirituale. Castro incarna l'oscurità che offende la solarità cubana. Alla faccia della libertà. E ciò nonostante, fra i molti che si dichiarano amici di Cuba tanti, come incapaci di dividere il grano dal loglio, dichiarano al contempo la loro amicizia per Castro: ergo, del regime che Castro ha instaurato e mantenuto fino ad oggi. Ma l'amicizia per un popolo è compatibile con la simpatia per coloro che direttamente e sistematicamente lo opprimono? La possibilità concreta dell'apertura di nuove prospettive relative ad un'esistenza dignitosa, degna di essere vissuta, trova come sua base non l'autoritarismo ed il liberticidio, ma la libertà di pensiero e di azione, la responsabilità di essere e di fare. Ammesso che sia mai sorto, il "sol dell'avvenire" è tramontato da tempo. Non c'è politically correctness che tenga: il regime castrista è una dittatura, e Castro è il suo rauco profeta armato. Niente di più, niente di meno. E nel momento in cui l'attenzione politica e mediatica si concentra attorno alla vicenda irakena, il regime coglie l'occasione per dare l'ennesima prova della sua vera costitutiva natura, attraverso fucilazioni ed incarcerazioni: niente di nuovo, sotto il sole di Cuba. Per questo Cuba libre vuole essere un'espressione che riassume in due parole un auspicio particolare. Lo stesso che è contenuto, ad esempio, nello slogan Free Tibet. Un auspicio che si condensa in due parola ben sapendo che per certe cose di parole non ne bastano mille: ossia che il regime cubano (così come ogni regime liberticida) crolli ed suo popolo riacquisti, una buona volta, il gusto per la libertà. Nonché la possibilità e le condizioni adeguate a "provarla" concretamente. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.2 del 24/4/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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