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Nichilismo e mentalità contemporaneadi Gianteo Bordero - 24 aprile 2003 "Il più grande evento recente - il fatto che Dio è morto, che la fede nel Dio cristiano è divenuta inattendibile - inizia già a gettare le sue prime ombre sull'Europa [...]. Noi ci sentiamo, alla notizia che il vecchio Dio è morto, come sfiorati da una nuova aurora...finalmente l'orizzonte ci sembra di nuovo libero, finalmente le nostre navi possono riprendere il largo, il nostro mare, il mare aperto è di nuovo là, e forse non c'è mai stato un mare così aperto". Così scriveva, nella "Gaia scienza" (1882) Friedrich Nietzsche, che - a ragione - viene considerato uno dei padri dell'epoca contemporanea e di quella vasta corrente di pensiero che va sotto il nome di "nichilismo". Il passo citato ci può aiutare a comprendere meglio le radici culturali del nostro tempo, così come quel variegato movimento del cosiddetto "pensiero debole". L'uomo contemporaneo si ritrova a vivere in un mondo - facciamo qui riferimento all'Occidente - che ha tentato di perpetrare il più grande omicidio che la storia ricordi, il tentativo cioè di fondare un nuovo mondo, una nuova civiltà, una nuova cultura, a prescindere da ogni riferimento a Dio, e quindi da ogni riferimento a valori forti e assoluti. A prescindere da quella che il pensiero classico e medievale - così come pure tutti gli uomini di buon senso - da sempre hanno chiamato "verità". L'idea, cioè, che ci sia qualche cosa per cui la vita valga la pena d'essere vissuta, e qualche cosa per cui la persona amata valga la pena d'essere amata, e qualche cosa per cui anche la morte non segni la cancellazione definitiva e annullatrice di tutto ciò che si è vissuto e amato. Il mare aperto di cui - poeticamente - parla Nietzsche è, di fatto, molto più simile all'immagine che Dino Buzzati ha posto come titolo di uno dei suoi romanzi più suggestivi: il deserto dei Tartari. L'orizzonte nietzschiano è un orizzonte, cioè, svuotato della presenza di tutti i suoi contenuti ontologici di rimando ad un significato ulteriore, di cui essi sono segno. La presunta morte di Dio è, in altre parole, la morte di Dio come verità, come significato, come possibilità di vivere un'esistenza veramente umana, non degradata al livello puramente animale (e di questo degrado, noi oggi vediamo i segni in certe tendenze quali un certo ambientalismo e un certo "antagonismo", così come in molti settori della galassia pacifista). Il dramma, oggi, è che questa svalutazione di ogni verità "forte" (che abbia cioè una qualche ragionevole pretesa di significato e di eternità), anche se spesso non teorizzata, è divenuta però "mentalità comune", di cui tutti sono come costretti a nutrirsi nelle scuole, nelle letture che si fanno, o anche - più banalmente ma non meno incisivamente - nei cosiddetti luoghi "di svago" che vanno per la maggiore. Così è difficile trovare, sull'autobus, un distinto signore che, ad alta voce, inizi a proclamare che Dio è morto o che la vita non val la pena d'essere vissuta; ma è facile trovare, sull'autobus, un volto spento, o un animo disperato, schiacciato dal peso del limite e del male, senza nessuno che gli dia un credito di umanità reale. Perciò non so se Nietzsche abbia trionfato sul versante teoretico, ma è certo più facile asserire che egli abbia ottenuto un qualche successo sul versante pratico, cioè sull'esistenza concreta dell'uomo contemporaneo; dell'uomo non in astratto, ma dell'uomo comune, l'uomo concreto che si alza al mattino e va a lavorare, che ha una famiglia da mantenere e i suoceri da curare, e i figli da educare. Perché ciò per cui si vive si afferma di fatto molto più nella concretezza - magari banale - dell'atto, che non nei proclami filosofici o teorici. Così, ad esempio, quando ci si innamora di una persona, la persona amata non è un'astrazione della mente, e l'amore non è lassù nell'iperuranio, o tra le nuvole del cielo, ma nella concretezza di un volto, di un abbraccio, di una stretta di mano, di una carezza. Di fatto, è proprio nelle cose più tremendamente importanti e spiritualmente "concrete" come il sentimento della vita e la verità dell'amore (della persona amata) che il nichilismo contemporaneo ha lasciato le sue tracce più evidenti e i suoi solchi più profondi. E oggi tutto è divenuto argomento di conversazione da talk-show, ma niente è più preso sul serio. Il modo migliore per svilire una cosa importante è parlarne il più possibile, e soprattutto "a vanvera", di fronte a milioni di persone, e perciò di fronte a nessuno. Il nichilismo tenta così di fare terra bruciata dentro e attorno all'uomo, prosciugando - per così dire - quel mare aperto al Mistero che è il cuore di ognuno. L'orizzonte sembra essersi svuotato, e non c'è più spazio per il Mistero. E tolto di mezzo il Mistero, tolta di mezzo l'eternità, resta solo il "flatus vocis", un "flatus vocis" che va a popolare, come fantasma, l'orizzonte svuotato di Nietzsche o il deserto dei Tartari di Buzzati, senza lasciare traccia nel mondo e nella vita. Il nichilismo, insegnando all'uomo a non credere più alla realtà, a Dio, alla verità e all'eternità, lo lascia solo, con una vana ed illusoria fede in stesso, di cui parla Chesterton in "Ortodossia": "Quell'editore che pensava che chi crede in se stesso è destinato a fare strada, quei cercatori del Superuomo che lo aspettano al varco del proprio specchio, questi scrittori che parlano di imprimere la loro personalità invece di creare qualche cosa di vitale per l'umanità, tutta questa gente è realmente ad un pollice dal vuoto più spaventevole. Quando tutto ciò che di bello circonda l'uomo è stato ingarbugliato e oscurato come una menzogna, quando gli amici svaniscono in fantasmi, quando i fondamenti stessi del mondo vengono meno, e l'uomo, non credendo più in niente e in nessuno, rimane solo col suo incubo, allora sarà il caso di scrivere sulla sua fronte - vindice ironia - il grande motto individualistico. Le stelle non saranno che dei punti sul fondo nero suo cervello, il volto di sua madre non sarà che uno sgorbio della matita vaneggiante sulle pareti della sua cella, ma su quella cella si potrà scrivere con terribile verità: - Egli crede in se stesso". Ma, come diceva Leopardi, l'uomo non può vivere senza l'eternità e senza la felicità: "A che vale la vita, se la felicità non esiste?"
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Ragionpolitica, periodico on line n.2 del 24/4/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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