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6 marzo 2008
 
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Marx in salsa new ecclesial

di Fabrizio Gualco - 1 maggio 2003

Del nichilismo non esiste un concetto esaustivo, né una forma di rappresentazione determinabile in via definitiva. Prendendo a prestito un'espressione aristotelica, possiamo affermare che del nichilismo si può dire in molti modi: così come in molti modi è possibile farne esperienza. Il ventaglio delle sue forme di rappresentazione si presenta esteso e variegato, polimorfo ed in un certo modo sfuggente: lo status del nichilismo oggi potrebbe essere quello del fenomeno di massa, poiché non resta confinato all'interno dei perimetri disegnati dall'astrazione ma, al di là di questi, abita gli ambiti della concretezza: non rappresenta solo un problema ideale e teorico, ma anche una condizione reale e pratica che non interessa solo le menti dei filosofi ma anche (e soprattutto) l'esistenza personale che si dipana al ritmo del presente.

Anche la cultura e la vita del mondo cattolico risultano tutt'altro che immuni all'esperienza nichilista, attraverso cui la realtà viene ridotta ad altro rispetto a ciò che essa è. Il nichilismo "cristiano", negazione del Cristianesimo, assume la tendenza ad assolutizzare la funzione sociale della Chiesa interpretandola in senso antagonistico, come se l'autorevolezza del ruolo che essa riveste nel mondo si identificasse tout court nell'azione umana che in teoria si definisce per la società, ma che in pratica si pone contro di essa: ed il fine ultimo della prassi ecclesiale non fosse indirizzata alla salvezza dell'anima, ma ruotasse attorno al desiderio di sovvertire le "strutture" sociali e politiche di un Occidente considerato alla stregua di un peccato storico del quale vergognarsi: realtà che va criticata e negata perché costruita sull'ingiustizia radicale e sviluppata sullo sfruttamento e sul ladrocinio dei "cattivi" sui "buoni".

Sotto questo aspetto è facile ridurre la conversione che la via cristiana rappresenta - e che coinvolge l'essere della persona nella sua interezza - ad una adesione formale, più ideologica che spirituale, tesa ad omologare la figura del cristiano a quella dell'attivista che aderisce ad un credo politico. Nichilisticamente, il ruolo del cristiano si caratterizza in senso riduttivo e negativo della realtà, determinandosi non come testimone delle fede ma come critico del reale. A tal riguardo Gianni Baget Bozzo nota che in tal modo "la Chiesa perde lentamente la forma di Chiesa e nel pensiero stesso dei cattolici è vista come una comunità mondana: una nuova forma di politica che può avere successo nella crisi dei partiti e delle ideologie assumendone in forma diversa il linguaggio" (G. Baget Bozzo, L'anticristo , Mondadori, Milano 2001, p. 22).

Eloquente, in tal senso, è la mentalità antioccidentale che vige all'interno del panorama politico contestatario e massimalista e che in generale tiene unite, al di là delle differenze e contraddizioni specifiche, componenti di ispirazione cattolica a quelle di ispirazione ideologica. Ai "new global" Caruso e Casarini si affiancano, forse sull'onda di un'affinità elettiva vissuta su di una comune mancanza d'identità, i "new ecclesial" Vitaliano e Zanotelli, il cui linguaggio fa pensare alla Chiesa come il soggetto che sostituisce il marxismo nella critica all'Occidente.

Ed è curioso notare che l'attivismo cattolico omologato al cosiddetto popolo di Seattle adotta una logica che al cattolicesimo non appartiene. La mentalità e gli atteggiamenti nei confronti del mondo e della vita sembrano assumere e riassumere, in effetti, quel principio di negazione dell'esistente che il marxismo, versione capovolta dell'idealismo razionalista tedesco, ha a suo tempo introdotto all'interno della cultura europea. Principio al quale lo spirito rivoluzionario deve moltissimo. Grazie al supporto teorico di Hegel, Marx introduce la negazione della realtà esistente. E la pone come condizione necessaria al conoscere e all'agire umano: non a caso secondo Marx capitalismo e borghesia rappresentano istanze negative, che, appunto, negano e superano la società feudale attraverso la riduzione del sociale al mercantile. Ed il socialismo riconsegna il sociale a se stesso tramite la negazione-abolizione della proprietà privata: quella stessa proprietà privata attraverso cui la borghesia ha negato la società feudale. (a tal riguardo, cfr. G. Baget Bozzo, Il Dio perduto, Mondadori, Milano 1999, pp. 63-72).

E' opportuno ricordare, direbbe Michele Federico Sciacca, che se il marxismo è spirito di rivoluzione il cristianesimo è rivoluzione dello spirito. Nel primo, il termine rivoluzione fa rima con negazione e sovversione. Nel secondo fa rima con rivelazione e conversione: rivela e promuove, senza negare, il vero essere di ogni ente alla luce di una verità sostanzialmente irriducibile alla condizione di filia temporis cantata dal marxismo: «la rivoluzione dello spirito abolisce, rende "superfluo" lo spirito di rivoluzione, giacché, in un piano del tutto opposto e al di sopra dello spirito rivoluzionario, risolve quei problemi per cui questi nasce e muore senza averli risolti» (M. F. Sciacca, L'ora di Cristo, L'Epos, Palermo 1993, p. 26).

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.3 del 1/5/2003
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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