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La metamorfosi del pacifismo

di Gianteo Bordero - 22 maggio 2003

Che fine hanno fatto, in Italia, le folle pacifiste dopo la campagna anglo-americana in Irak? Smessa la maglietta anti-Bush e ammainata la bandierozza arcobaleno, esse sono tornate alla loro occupazione consueta: il giustizialismo e la guerra a Berlusconi. I giornali dei signori del vapore hanno ripreso a riempire le loro pagine non più con racconti di malefatte americane in Mesopotamia, ma con faldoni d'inchiesta, presunti giudici corrotti e pericolosi avvocati corruttori. Infine, per la sinistra e per i suoi cespugli vetero-dossettiani è questa l'unica guerra veramente santa e giusta da combattere: quella contro Berlusconi, Previti e compagnia forzista, considerati come le vere icone del male.

Non deve stupire più di tanto, del resto, questo mix paradossale di pacifismo e giustizialismo. Tante persone, in questi mesi, si sono riempite la bocca (e qualcuno anche il portafoglio) attraverso la retorica contro la guerra e contro ogni tipo di violenza. Sono le stesse persone che, da dieci anni a questa parte, la violenza l'hanno avallata e teorizzata plaudendo eccitati ad ogni tintinnar di manette che i Tribuni del Popolo facevano risuonare, ai tempi della più grande guerra anti-democratica e anti-liberale che la nostra storia repubblicana ha conosciuto dopo gli anni di piombo, cioè la vicenda di Tangentopoli.

Non tragga in inganno, dunque, il fatto che le masse forcaiole che andarono a lanciar monetine contro Craxi e a deridere Forlani in stato confusionale davanti a Di Pietro siano state, in questi mesi, le protagoniste delle grandi manifestazioni pacifiste. Pacifismo e giustizialismo sono, infatti, due eccessi e, ognuno nel suo tempo e ambito, due mode. Come dal '92 in poi è andato di moda essere giustizialisti, oggi va di moda essere pacifisti. Ma tra le due cose non c'è solo questo legame. Più profondamente, esse derivano dalla medesima radice utopica: il giustizialismo crede che per estirpare il problema del male basti costruire più carceri e mettere ai polsi più manette. Il pacifismo pensa che, perché nel mondo trionfi il bene, sia sufficiente l'assenza di guerre e conflitti. Il giustizialismo esaspera il fatto del male, il pacifismo lo minimizza. Non c'è via di mezzo, e quindi non c'è realismo. Perché basterebbe guardare un po' più serenamente e attentamente la realtà per capire che un uomo non si libera dal male attraverso la legge e attraverso la prigione (nel caso di violazione del codice); così come basterebbe conoscere almeno un po' l'uomo per vedere quello che Chesterton chiamava "un fatto pratico come le patate", cioè il peccato originale. Il giustizialismo è, in questo senso, l'anticamera dello Stato Totale (Etico); il pacifismo è la premessa dell'anarchia, perché - essendo l'uomo buono per natura - non sarebbe necessaria neppure la minima forma di uso della forza - e quindi di Stato. Giustizialismo e pacifismo sembrerebbero dunque, apparentemente, l'uno l'opposto dell'altro, ma nascendo infondo dalla stessa radice irrealistico-utopica, possono benissimo (e, come abbiamo visto, lo fanno) procedere assieme. E oggi il pacifismo ha cambiato la pelle, ma non la natura.

Terminato il conflitto in Irak si torna dunque alla normalità. Si torna all'unica vera e santa guerra degna d'esser combattuta, quella contro Berlusconi e contro ciò che egli rappresenta: l'idea di un governo liberale anti-ideologico, fondato sul primato della politica e non di quelle elite intellettuali anti-democratiche le quali, dal '92 in poi, tentano dai loro pulpiti gazzettieri di muovere le "masse" contro ogni governo autenticamente "popolare". L'entrata nell'agone politico di Berlusconi impedì che in Italia si realizzasse quello che Peguy chiamava, acutamente, il "governo del partito intellettuale". La guerra in Irak è finita, ma la guerra a Berlusconi va avanti.

! Gianteo Bordero
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