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numero 280
6 marzo 2008
 
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Quando le armi tacciono: strategie e mezzi del "peacekeeping"

di Francesco Tomasinelli - 22 maggio 2003

Il peacekeeping esiste ormai da tanto tempo, bene o male da quando furono create le nazioni unite, nel lontano 1945. Quando un conflitto si esaurisce o viene interrotto alcune governi, se possibile neutrali, offrono i loro soldati per mantenere la pace nell'area e favorire interventi di ricostruzione, distribuzione aiuti umanitari o l'installazione di una nuova amministrazione. E' esattamente quanto sta accadendo adesso in Iraq ed si è verificato decine di volte in passato. Ci sono state missione di peacekeeping quasi in ogni angolo del pianeta, anche in località dimenticate, come Timor Est, in Indonesia, o in Mozambico cui l'Italia ha partecipato.

Risulta però sempre difficile definire il ruolo dei militari sul campo. I soldati svolgono da subito una serie di mansioni molto vasta, alle quali talvolta non sono addestrati. E' per questo motivo che, dopo la "pacificazione", vengono in aiuto altre organizzazioni, spesso civili. Il compito principale dei militari può così concentrarsi sulla sicurezza. E' bene non dimenticarlo. Troppo spesso si sentono critiche circa "la presenza di troppe armi" nelle forze deputate ad operazioni di pace. In realtà non esiste miglior deterrente dell'esibire una risposta pronta ed efficace per scoraggiare gli attacchi. Le blindo italiane Centauro sono state a più riprese schierate nell Ex-Jugoslavia per questo motivo, spesso senza sparare neanche un colpo: una dimostrazione che l'effetto di deterrenza è riuscito.

Può capitare che a volte il conflitto non sia del tutto concluso, che un accordo tra le fazioni in lotta non si ancora consolidato. E' questo il caso del peaceenforcing ovvero l'imposizione della pace. L'attività dei soldati non si limita alla difesa e alla sicurezza di poche installazione ma prevede anche frequenti missioni offensive per stanare gruppi estremisti, agitatori, piccoli nuclei di armati. I nostri alpini- la task force Nibbio - sono in Afganistan per questa missione, a dar man forte agli americani a tenere a bada i pochi guerriglieri rimasti.

Sovente queste forze di interposizione necessitano di organici ed equipaggiamento speciale. Si favoriscono equipaggiamenti difensivi, puntando più sulla protezione piuttosto che sulla potenza di fuoco, se si escludono i pochi veicoli di deterrenza. Un requisito che non deve mai mancare è una grande flessibilità, capacità di adattamento e una buona dose di cordialità e di consapevolezza delle tradizioni del luogo in cui si opera.

Ma il problema maggiore rimane la definizione di precise regole di ingaggio, cosa fare cioè in caso di scontro a fuoco, anche tra fazioni rivali (non solo in autodifesa). Una faccenda spinosa, molto delicata che sta alla base di alcuni insuccessi delle forze di pace quali l'assedio di Sarajevo e alcune operazioni in Somalia.

! Francesco Tomasinelli
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Ragionpolitica, periodico on line n.6 del 22/5/2003
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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