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L'inganno esistenzialista

di Gianteo Bordero - 5 giugno 2003

L'esistenzialismo è la filosofia del ripiegamento dell'uomo su di sé. E forse neppure possiamo chiamarla "filosofia" nel senso sistematico del termine: essa è, piuttosto, un certo modo di sentire, di intendere e di vivere la vita. Sui manuali liceali possiamo trovare questa definizione di "esistenzialismo": "L'esistenzialismo, inteso come situazione storico-concettuale, risulta definito da una accentuata sensibilità nei confronti della finitudine umana e dei dati che la caratterizzano, ossia di ciò che Jaspers chiama situazioni-limite: la nascita, la lotta, il patimento, il passare del tempo, la morte, ecc.".

La premessa fondamentale dell'esistenzialismo è, da un punto di vista storico, la vicenda novecentesca, con le due guerre mondiali e la tragedia cui hanno condotto il comunismo e il nazismo; da un punto di vista teoretico, l'implosione del pensiero scientista e progressista moderno e la necessità di ricollocare l'interiorità umana al centro del filosofare.

Il fascino che l'esistenzialismo ha esercitato e tuttora esercita deriva principalmente dalla sua capacità di valorizzare le cosiddette "domande fondamentali dell'uomo": "Perché si nasce?", "Perché c'è il dolore?" "Che senso ha la vita?", "Che senso ha la morte?", ecc... Certamente non si può negare la centralità, nell'esistenzialismo, di quello che Heidegger chiamava "interrogare radicale" attorno alla condizione umana; ma da quali presupposti esso muove? E qual è l'idea dell'uomo secondo l'esistenzialismo contemporaneo?

Premettendo che alla domanda non è possibile dare una risposta univoca, possiamo però dire, in generale, che per l'esistenzialismo la vita dell'uomo è caratterizzata, fondamentalmente, da situazioni quali la solitudine, l'angoscia, la precarietà, la noia, la morte. Questa esasperazione del senso del limite (di ciò che sembra opporsi al desiderio di felicità dell'uomo) viene ricompresa all'interno di un più ampio orizzonte di spogliazione del mondo dai suoi attributi trascendentali-metafisici (nel senso classico aristotelico-tomista).

Il mondo e la realtà vengono percepiti dall'esistenzialismo come ostacoli, nemici dell'uomo e delle sue aspettative. Scrive Albert Camus ne "Il mito di Sisifo" (1942), riferendosi al rapporto tra uomo e mondo: "L'assurdo è essenzialmente un divorzio, che non consiste nell'uno o nell'altro degli elementi comparati, ma nasce dal loro confronto...l'Assurdo non è nell'uomo e neppure nel mondo, ma nella loro comune presenza". Eppure lo stesso Camus, sempre ne "Il mito di Sisifo", avanza questa critica ai maggiori rappresentanti dell'esistenzialismo: "Tutti, senza eccezione, mi propongono l'evasione. Con un singolare ragionamento, costoro, partiti dall'assurdo sulle rovine della ragione, in un universo chiuso e limitato all'umano, divinizzano ciò che li schiaccia e trovano una ragione di sperare in ciò che li spoglia".

Sulle "rovine della ragione" moderna, dunque, l'esistenzialismo elabora un nuovo modo di affrontare il problema della verità: non ne annulla il concetto, ma ne compie un pericoloso e paradossale "spostamento di sede": la domanda veritativa fondamentale non è più: "Che cosa è vero assolutamente?", ma "che cosa è vero in relazione a me?". Il vero, così, non è più una proprietà dell'essere (il "verum" tommasiano), ma è ciò che, soggettivamente, sembra appagare l'inquietudine esistenziale dell'individuo. Ciò che è vero non ha più innanzitutto un valore in sé (valore che può anche trascendere il soggetto), ma ha valore solo in relazione a ciò che esso significa per il soggetto.

Per comprendere meglio questa soggettivizzazione della verità operata da gran parte dei pensatori esistenzialisti ci può essere utile riprendere un'osservazione critica mossa da Pio XII, nella sua Lettera Enciclica "Humani generis" (1950). Papa Pacelli parla, riferendosi alle correnti di pensiero moderne e contemporanee, di "aberrazioni di una nuova filosofia che, facendo concorrenza all'idealismo, all'immanentismo e al pragmatismo, ha preso il nome di esistenzialismo perché, ripudiate le essenze immutabili delle cose, si preoccupa solo della esistenza dei singoli individui".

La raion esistenzialista non è più l'intellectus dei medievali, capace - per sua natura - di conoscere il vero per via analogica, all'interno di un mondo ordinato a partire dal concetto di Dio come "somma verità" ("La verità si ritrova nell'intelletto, secondo che questo apprende la cosa come è, e si trova anche nella cosa secondo che questa può avere un rapporto di conformità con l'intelletto. Questo massimamente si ritrova in Dio. Infatti il suo essere non solo è conforme al suo intelletto, ma è il suo stesso intendere, e il suo intendere è misura e causa dell'essere di ogni altra cosa, e di ogni altro intelletto, e Lui stesso è il suo proprio essere e il suo proprio intendere. Sicché segue che non solo la verità è in Dio, ma che Dio stesso è la somma e prima verità" dice Tommaso d'Aquino nella "Summa theologiae"). La ragione diviene infine, con l'esistenzialismo contemporaneo, la sede di domande che fanno paura e generano angoscia, in una realtà che sembra essere diventata ostile e nemica, "l'inganno" di cui parla Montale in una sua poesia:

"Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto."

Se per il sano realismo medievale la realtà "parlava" all'uomo grazie alla sua ricchezza di contenuti ontologici (bontà, verità, bellezza), per gran parte degli esistenzialisti il mondo è divenuto una prigione: una prigione dorata - come nel caso del cielo stellato - ma pur sempre una prigione, pronta in ogni istante a rinserrare le sue sbarre, e a lasciare l'uomo solo con la sua angoscia e col suo inappagabile desiderio di essere liberato.

Scrive Fulton J. Sheen nell'introduzione alla sua "Filosofia della religione" (1954): "E' un curioso paradosso che questo mondo moderno, partito dalla glorificazione del razionalismo, sia finito nell'irrazionalismo. Nonostante questo rinnegamento della ragione, i principi della ragione sono tuttora validi e hanno un valore trascendente. La ragione può non soltanto dare la dimostrazione d'un Dio la Cui esistenza rende intelligibile l'universo, ma può anche giudicare criticamente le escursioni della fisica e della storia...Infine, essa può spiegarci come mai l'uomo sia stato depauperato per aver perduto la sua ragion d'essere, e facendo appello a questa ragion d'essere può lastricare la via della Fede".

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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