RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

Teoria economica comunista: le ragioni del fallimento

di Chiara Montorsi - 5 giugno 2003

Nell'intervista a Parlamento In di sabato 5 maggio '03, l'On. Marco Rizzo, rappresentante di Comunisti Italiani alla Camera, si così espresso sul tema del referendum a favore dell'estensione dell'art.18: "...certamente è economicamente sbagliato paragonare il barbiere col garzone alla grande impresa, non si possono applicare le stesse logiche relative al licenziamento/reintegro a così differenti realtà economiche. Bisognerebbe quindi votare NO. Tuttavia, considerato che l'unità della sinistra è più importante (rispetto al voto secondo coscienza al referendum e implicitamente rispetto al vero interesse del cittadino ndr) voteremo solidalmente SI"

Grazie Onorevole! Grazie di avere dimostrato a tutti gli ascoltatori/lettori che i comunisti non difendono gli interessi di tutti i cittadini indistintamente e nemmeno quelli del cd. popolo lavoratore, ma solo gli interessi del proprio ristretto gruppo di affiatatissimi elettori...cosa questa, di cui si sono accorti i giovani "precari" di sinistra proprio in occasione della posizione assunta da CGIL, DS...a proposito del Referendum sull'art.18. D'altro canto, questo atteggiamento della sinistra è di vecchia data...lo si può apprendere perfino nelle garbate pagine di Aurelio Lepre, nella sua Storia della Prima Repubblica, proprio nelle premesse alla nascita della stessa prima repubblica. Il Professor Lepre, studioso di storia del PCI e del Mezzogiorno, già alla fine del 1944 rileva la nascita nel pensiero del Partito Comunista, di una concezione della democrazia, non fondata sui diritti degli individui, ma mediata dalla loro partecipazione alle organizzazioni di massa.

Ora tuttavia, vogliamo dire qualcosa di più classico sul comunismo in veste di teoria economica, superando la componente ideologica.

Da un punto di vista economico, Marx mutua il pensiero ricardiano, costruendo un ragionamento che è fallimentare in principio e che si è già rivelato fallimentare nella storia.

Dave Ricardo, importante economista successivo ad Adam Smith, sostiene che in un contesto di commercio internazionale, basato sul libero scambio, il prezzo di un bene derivi da due fattori:

1 - dalla quantità di un secondo bene a cui bisogna rinunciare per rendere disponibili le risorse necessarie (capitale, lavoro e materie prime) per produrre una unità addizionale dello stesso bene

2 - dalla quantità di lavoro che rientra nella produzione (cfr. labour theory value)

La ricchezza delle nazioni deriverebbe dunque dallo scambio delle merci e dalla produzione dei beni nei quali ogni nazione vanta un vantaggio comparato rispetto ad un'altra (anche i paesi in via di sviluppo, che infatti sono favorevoli al commercio internazionale, hanno capito la bontà di questo semplice ma importante pensiero).

Marx invece induce che il plusvalore derivi non dallo scambio delle merci,nemmeno dalla qualità del lavoro contenuto nella produzione del singolo bene, ma dalla quantità di forza-lavoro impiegata dal capitalista per un tempo di lavoro ulteriore, rispetto al costo unitario di produzione del bene stesso, ingenerando così uno sfruttamento della classe operaia. Marx sostiene che la differenza tra il valore della produzione ed il salario (il cd. Surplus) sia sfruttamento da redistribuire necessariamente ai lavoratori stessi in parti uguali.

Si rifletta dunque semplicemente che purtroppo invece:

1 - mantenendo costanti i prezzi di vendita e redistribuendo il capitale di surplus in parti eguali ai lavoratori, il salario aumenta solo nel breve periodo mentre la produttività inizia a decrescere, poichè il cosiddetto surplus non è stato investito in innovazione e in costi di mantenimento dell'azienda.

2 - l'essere umano ha bisogno, psicologicamente e socialmente, di un beneficio proporzionato al sacrificio che compie. L'imprenditore è quell'essere umano che si accolla il rischio di impresa, non ha dunque interesse a mantenere un'attività da cui non trae benefici. Il produttore ha bisogno di ricevere infatti un proprio surplus, che è individuato dalla differenza tra il prezzo a cui il consumatore è disposto a pagare un prodotto e il prezzo minimo a cui il produttore è disposto a vendere. Il dipendente, d'altro canto, pretenderebbe di appropriarsi del surplus dell'imprenditore, senza accollarsi anche il rischio di impresa....perché...in fondo essere un dipendente a cui tutto è garantito, è, da questo punto di vista, più semplice che essere imprenditore.

Il pensiero economico comunista è fallito ovunque: ciò che in stati come Cuba, ....quella rimasta, dopo le torture fisiche e psicologiche della Cabana (fino 1974), dopo gli actos de ripudio (anni '80) della popolazione castrista, le fughe verso la Florida e la base americana di Guantànamo e dei marielitos verso l'ambasciata peruviana...e gli esiliati volontari dal 1994 ad oggi.... è solo l'organizzazione statuale dittatoriale, nemmeno cammuffata da stato ideologicamente condiviso dalla popolazione. Come da art.16 della Costituzione "lo stato organizza, dirige e controlla l'attivitàeconomica in accordo con le direttive del Piano unico di sviluppo economico e sociale".

Perché non ci chiediamo, come mai, in 3000 anni di storia umana, le uniche forme di comunismo praticate in modo reale e con buoni risultati siano solo le forme di mutualismo e reciprocità solidale di tipo clanico-tribale africane e le prime comunità cristiane? Perché i comunisti oggi non tentano di rispondere alla domanda: come applicare il comunismo all'economia globale, basata sull'interscambio materiale e culturale, originante dalla differenziazione dei bisogni e delle culture? Non c'è futuro per società organizzate secondo un organigramma classista con preponderante interventismo statale.

La risposta al mondo globale non può non essere il liberalismo politico, non può non essere il liberismo economico (con i dovuti correttivi delle esternalità negative, si intende!).

Tanto più in un mondo globale che vede, in questa fase, l'interagire di realtà geopolitiche non continentali (USA, Europa, Asia, Africa...) ma regionali, etnicamente, sociologicamente ed economicamente ben definite (paesi islamici, paesi a cultura latina, paesi a cultura anglosassone, continentale...paesi a cultura emergente...).

Chiara Montorsi

SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.8 del 5/6/2003
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata