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Marx e la storia: storia di un amore andato a male

di Fabrizio Gualco - 12 giugno 2003

L'inferno va eliminato. Il mondo è un inferno. Il mondo va eliminato. Come tutti coloro che sono inclini, per vari motivi, a far tabula rasa del mondo in cui vivono, Marx esprime per la vita sentimenti radicalmente negativi. La vita vissuta e da vivere non è percepita come un dono né un'occasione, ma fondamentalmente esperita come condanna e costrizione. Sotto questo aspetto la bottiglia di Marx risulta sempre vuota, mai piena. E nel migliore dei casi mai mezza piena ma comunque e sempre mezza vuota.

Stella polare del comunismo e santità laica dell'antagonismo politico passato e presente, di Marx si è detto tutto e il contrario di tutto. I suoi testi sono stati letti, commentati, chiosati. A volte sorvolati, altre volte radiografati. Denigrati da una parte, esaltati dall'altra. Talvolta, dall'una e dall'altra parte trattati come documenti consegnati ai terrestri da un extraterrestre. Da questo punto di vista Raymond Aron afferma con realistica ironia il loro carattere sostanzialmente equivoco: «qualunque teoria che voglia diventare l'ideologia di un movimento politico o la dottrina ufficiale dello stato, deve prestarsi alla semplificazione per i semplici e alla sottigliezza per i sottili. Senza dubbio, il pensiero di Marx presenta queste virtù al massimo grado: ognuno può trovare ciò che vuole» (R. Aron, Le tappe del pensiero sociologico, Mondadori, Milano 2001, p. 143).

Tuttavia, non è fuori luogo affermare che marxismo fa rima con nichilismo. Con il nichilismo attuato come riduzionismo applicato al reale, sia in senso politico che antropologico. Esiste infatti in Marx (e nei vari marxismi presenti nell'intera tradizione comunista) una componente che pare emergere in tutta evidenza, una istanza che percorre in modo ora diretto ora indiretto la sua opera: una visione del mondo radicalmente segnata dal negativo che si esprime nella concezione riduttiva dei rapporti umani come rapporti antagonistici, così come nella volontà di negare l'esistente, di rifiutare la realtà così come essa è. Com'è noto, il comunismo viene presentato dallo stesso Marx come il movimento che abolisce lo stato di cose che vige nel presente: i militanti sono vocati ad appoggiare, per ogni dove, qualsiasi forma di movimento rivoluzionario indirizzato contro lo status quo politico e sociale: "i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale sinora esistente". (cfr. K. Marx - F. Engels, Manifesto del Partito comunista, Laterza, Roma-Bari 1992)

L'idea dominante non è quella dell'innovazione consapevole della tradizione, ma la rivoluzione che fa rima con abolizione e coincide con il far tabula rasa dell'esistente. La storia non si fa per integrazioni costruttive, attraverso l'esercizio certo difficile ma indicibilmente fecondo di libertà, intelligenza e responsabilità personali, ma attraverso un antagonismo esistenziale che si attua, senza mai risolversi davvero, nel sociale e nel politico.

La storia non è transito salvifico, direbbe Agostino, dallo status viae allo status patriae. In essa non esiste nulla che misteriosamente orienta l'uomo verso un fine ultimo trascendente, verso un orizzonte escatologico che in quanto tale non coincide con l'orizzonte del mondo. Dio, insegna Feuerbach, è solamente una proiezione di ciò che egli vorrebbe essere ma non è. Ergo rappresenta un' illusione fuorviante: come fuorviante è pensare che vi possa essere, nei confronti dell'uomo, un'azione provvidenziale che possa inserirsi nel freddo meccanismo della necessità. Come fuorviante è pensare ad una sollecitudine del divino per l'umano come persona, che non sia sollecitudine dell'umano nei confronti di se stesso come genere: il tutto nell'al di qua.

La storia, insomma, non è un sostanziale mistero ma una dinamica totalmente intelligibile dalla razionalità umana. E perciò si presenta come un processo che la ragione umana può dominare nella sua interezza: un divenire che può essere letto attraverso l'uso delle facoltà logico-concettuali, ritenute a tal riguardo infallibili.

Interamente prevedibile, la storia risulta esattamente pianificabile.

Se il passato può essere interpretato una volta per tutte attraverso una ragione che a nulla da ragione se non ai suoi meccanismi interni, il futuro, con altrettanta perentorietà, può essere previsto con esattezza e quindi pianificato con la sicumera intellettuale di chi crede di possedere le chiavi dell'essere e del divenire. In questa prospettiva prende corpo la pretesa di accorciare l'infinito al finito. Racchiuso l'eterno nel tempo non si salva né l'uno né l'altro: semmai si confonde un orizzonte aperto con una situazione chiusa, in cui fra anima e stomaco non c'è praticamente differenza. E prende campo la pretenziosa illusione che ridurre il primo al secondo sia niente più che un'operazione esente da conseguenze negative.

Del resto l'essere umano non è persona, ma un essere generico. Il singolo annega nell'indistinto, la sua specificità ontologica si inabissa nella genericità dei concetti collettivi. A tal riguardo Gianni Baget Bozzo scrive che la scalata al cielo, o meglio la dislocazione del cielo sulla terra perseguita dal comunismo nelle sue varie forme teoriche e pratiche, «si fonda sulla negazione della natura umana delle persone, nella società e nella storia» (G. Baget Bozzo, Il Dio perduto, Mondadori, Milano 1999).

In questo senso Marx opera un riduzionismo antropologico attraverso cui si celebra la svalutazione dell'individuo da fine a mezzo. Il processo storico assume i tratti dello strumento per la formazione dell'uomo inteso come essere generico: il singolo, nella sua concretezza spirituale ed esistenziale diviene strumento della "specie". Massimo De Angelis, rifacendosi al Marx che riduce la natura umana ad essere generico, così si esprime: il comunismo, peccando di astrattezza, «ha avuto un modello idealizzato di società, quella del regno della libertà assoluta, e ha considerato gli uomini reali alla stregua di materiale, di gradini per la scalata al cielo (...) La nostra malattia non è stata l'ottimismo antropologico ma lo sdoppiamento, la schizofrenia idealizzante che ci fa contrapporre un ideale astratto, il Bene, ad una realtà effettuale vista come il Male» (M. De Angelis, Post. Confessioni di un ex comunista, Guerini e Associati, Milano 2003, p. 143).

Il marxismo è un modo per rivalersi su di un mondo che non si ama. Per il quale, anzi, si nutre odio e risentimento che confluiscono nella volontà di annichilire ed annichilirsi, quale che sia il modo specifico. Una tale istanza è curiosamente testimoniata già dagli scritti giovanili del sociologo di Treviri. Particolarmente eloquente una poesia che giova riportare per intero (Cfr. C. Marx, Poesie e saggi letterari giovanili in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1970 e ss., vol. I, p. 581 e L. Pellicani, I nemici della Modernità, Ideazione editrice, Roma 2000):

Tutto vorrei conquistare,
ogni bel fiore degli Dei,
e nel sapere, osando, penetrare
e il canto e l'arte afferrare.
Mondi interi vorrei distruggere a forza,
perché non posso io stesso creare
perché non ascoltano il mio grido
ruotando muti nel magico incantesimo.
Se un Dio muto mi ha strappato,
travolto in maledizione sotto il giogo del destino
rinunciare ai suoi mondi - a tutto - a tutto!
Una cosa mi è rimasta, la vendetta, sì, mi è rimasta.
Contro me stesso voglio vendicarmi con orgoglio;
contro quell'Essere che la torreggia in alto.
Posso simile agli dei peregrinare, vittorioso il
Suo regno di ruderi attraversare.

La percezione del mondo come negativo e lo spirito di negazione vanno a braccetto. In questa prospettiva anche il crollo del comunismo conferma al comunista quanto il mondo sia ingiusto e degno di essere oggetto di rivoluzione. La parabola fallimentare del comunismo e dell'idea di rivoluzione che esso sempre e da sempre veicola, è registrato ma non pensato, ingoiato ma non digerito né tanto meno metabolizzato.

L'intenzione di traslocare l'idea del paradiso dal cielo alla terra, com'è tristemente noto ormai a tutti, ha prodotto un concreto inferno. Il fuoco rubato agli dèi da un Prometeo scatenato ha provocato escandescenze indegne della dignità umana, creando terra bruciata attorno alle potenzialità costituenti dell'intelligenza e della responsabilità personali applicate alla vita sociale. Il comunismo insomma rappresenta una impresa fallimentare, gestita da managers inabili ed irresponsabili che hanno ridotto l'entusiasmo intelligente a dogmatica esaltazione, e consegnato non poche persone all'amarezza di un inguaribile disincanto.

Un disincanto omogeneo all'istanza di abolire l'esistente in nome dell'inesistente, che perciò permane anche nel tempo postideologica. Tempo in cui l'idea di rivoluzione cede il testimone a quella di ribellione.

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.9 del 12/6/2003
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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