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Individuo e società: la libertà è più importante dell'uguaglianzadi Chiara Montorsi - 12 giugno 2003 L'intervista all' Onorevole Rizzo è così continuata: "Esportare la democrazia con la forza è legittimo?" "Certamente no..." "Esportare il comunismo con le armi è legittimo?" "Beh....la storia del comunismo italiano non è certamente una storia di armi in Italia, anzi è una storia di libertà, libertà dai fascisti, libertà dalla guerra, dalle convenzioni sociali, dalla disoccupazione...". L'onorevole Rizzo non può, a rispetto del vero, affermare che il comunismo ha portato libertà e che essa è uno dei propri valori cardine. Discorsi a tal punto incoerenti, confusori e intellettualmente maliziosi, è giusto che ricevano repliche accese. Una decina di anni or sono, François Furet, storico di fama internazionale di cui abbiamo accennato nella prima parte, ha anticipato le risposte adeguate alle parole dell' On.Rizzo. "L'assurdità della fede comunista è manifesta. Appellandosi alla credenza nella libertà umana, essa ha prodotto un sistema di oppressione senza pari nella storia" Il valore sociale alla base del comunismo è l'uguaglianza. Nelle società moderne, prima del XIX secolo, l'ineguaglianza aveva uno statuto legittimo, dettato dalla natura, dalla tradizione e dalla provvidenza. Con l'inizio della società borghese l'ineguaglianza trova una ragione economica d'essere, non politica, poiché è dalla divisione del lavoro, dalla libera iniziativa e dalla libertà che nasce la ricchezza. Il pensiero marxista riconosce una grande ingiustizia e una fonte di odio in tutto ciò. Nella storia, afferma Marx, " le idee dominanti di un'epoca sono sempre state le idee della classe dominante"....dunque...la classe dominante, nello stato comunista, nella dittatura del proletariato prima e nella comunità senza struttura statuale poi, deve essere tutto il popolo nella sua completezza; nessuno cioè dovrebbe dominare e tutti dovrebbero essere uguali. Tutti gli uomini devono avere gli stessi diritti, perché devono avere gli stessi bisogni, perché devono tutti fare parte della stessa classe; non vi deve essere nessun tipo di differenziazione perché la differenza porta alla superiorità, all'origine delle paretiane élites. Tutti devono avere un lavoro, una casa, nessuno può essere licenziato, per nessun motivo e tutti devono essere reintegrati al lavoro, perché anche al lavoro, non solo nelle istituzioni pubbliche, di fronte alla legge, gli uomini devono essere uguali... Nei discorsi politici, negli scritti, nella filosofia di sinistra non emerge mai né una definizione del concetto di dovere, tantomeno una sua declinazione in ambito politico, economico, sociale.... Cara sinistra: quale è il tuo concetto di dovere? Chi deve che cosa a chi, in quali termini e perché? L'ideologia comunista, quale utopia è debole perché non ammette nulla di diverso da se stessa, informando uno stato etico dittatoriale. Se è vero che tutti gli uomini sono uguali, come ammettere la libertà di religione, la libertà di pensiero, la libertà di espressione e di azione? Di fatto, non vi è stato uno stato comunista che non sia riuscito a fare a meno di imporre il proprio pensiero con la forza, sopprimendo le minoranze, le differenze, di qualsiasi tipo e con mezzi diversificati a seconda dei paesi. Non stupisce infatti rilevare che il comunismo sia diffuso anche nel mondo islamico, dove tutti i credenti sono uguali di fronte ad Allah, sintetizzando superando la forma di stato etico ateo, con quella di stato etico religioso. Si rifletta sull'Italia del dopoguerra: la strategia di Gramsci e Togliatti è stata la programmazione della "marcia nelle istituzioni", la conquista del potere totale, da gestire in modo conseguentemente totalitario, grazie alla penetrazione nelle istituzioni. Attraverso di esse, il potere, lockianamente e liberisticamente, dovrebbe essere invece diviso, proprio in funzione della difesa delle differenze e delle libertà degli individui. Il comunismo, dunque, si fonda sull'uguaglianza prima di tutto, a scapito della libertà del singolo. Il concetto di uguaglianza così inteso è ormai un patrimonio quasi antropologico della sinistra stessa. L'ideologia comunista aggrega attorno al rassicurante sentimento comune di uguaglianza, quei cittadini che sarebbero altrimenti isolati. Gli stessi riconoscono come capo chi meglio riesce a tradurre gli imperativi ideologici in emozioni collettive togliendo qualsiasi scrupolo sui mezzi utilizzati. Sul punto si pronuncia penetrante Erich Fromm nella sua Fuga dalla libertà. Facendo decidere a pochi, la società comunista priva l'individuo delle sue responsabilità...poiché, in fondo, la responsabilità è un fardello spesso pesante da portare...e non la si può distribuire in parti uguali su tutta la popolazione. E' pressoché inconscia, quindi, un'irresistibile attrazione del popolo verso il sistema totalitario, derivante da una certa paura verso la responsabilità e la libertà sottostante, al punto da creare una sorta di condizione psicologica di servitù volontaria. Alimentandosi dell'odio tra le classi, espressione del disagio della percepita ineguaglianza, l'ideologia comunista non poteva non essere applicata in modo violento e rivoluzionario, finendo però per implodere causa il proprio odio, che è forza intrinsecamente distruttiva...come rileva anche Agnes Heller nei propri studi sulla fenomenologia del bene e del male nella storia umana. Per questo i popoli che escono dal comunismo sono ossessionati dalla negazione del regime in cui hanno vissuto, anche se ne ereditano abitudini e modi di vivere. Per questo, ancora oggi, l'elettorato di sinistra viene conquistato e mantenuto grazie a discorsi demagogici, ridondanti di "diritti", di "diritti ai diritti", di "garanzie", abilmente evocativi di quello che forse è il più grande sentimento collettivo da sempre caratterizzante l'uomo, riunito in società: il bisogno di sicurezza. Nei repentini cambiamenti della società di massa, la massa chiede sicurezza, sicurezza del posto di lavoro, sicurezza della difesa del proprio benessere, della propria quotidianità, sicurezza dalla guerra, sicurezza della realtà in cui si sopravvive e si vive più o meno tranquillamente....("stiamo pure tutti omologati e oppressi nell'omologazione, ma stiamo tutti insieme e rassicuriamoci nell'uguaglianza della comune condizione"...più semplicemente...mal comune mezzo gaudio?). In questo senso i comunisti di oggi sono socialmente egoisti, non disposti a mettere in gioco nulla di proprio per il vero comune benessere...come peraltro conferma l'On Rizzo nell'ointervista. Forse bisognerebbe chiedere ai comunisti di oggi: cosa significa essere comunista? Mettere in comune ciò che è proprio e farne anche godere all'altro, secondo equità, rinunciando a parte di se stesso oppure dividere tutto ciò che c'è, in parti formalmente uguali, solo per evitare di aggredirsi per avere il pezzo più grosso della torta? Ai comunisti di oggi fa difetto l'elaborazione di un nuovo pensiero, realisticamente attuabile; vivono dunque una politica quotidiana, incapace di programmaticità e, conseguentemente, di coerenza. I democratici di sinistra sono a tutti gli effetti comunisti, come i comunisti di Bertinotti e di Rizzo.....hanno solo avuto il buon senso (oppure la mancanza di coraggio?) di non difendere ad oltranza l'ideologia comunista, di fronte al concreto insuccesso storico che ha avuto. La sinistra italiana nel suo complesso crede nel governo del popolo, laddove il popolo sia improntato al concetto di uguaglianza precedentemente esposto....un concetto di uguaglianza che esclude il concetto di equità, premiale per definizione. Anche la destra liberale è democratica. Crede però nel governo di un popolo che elegge i propri governanti, dando vita al contratto sociale, esercitando libero potere di delega....il popolo di destra però parte dalla constatazione e accettazione della pluralità degli uomini e delle differenze tra loro intercorrenti, trova la propria armonia nel sistema premiale, nella complementarietà delle funzioni di ogni individuo che si esprime liberamente, entro i limiti dell'espressione altrui garantita dal controllo dello stato con la divisione dei poteri (giudiziario, legislativo ed esecutivo). Il liberale di destra, erede di Locke, Smith e Popper, è un razionalista critico, un fallibilista che non crede in nessuna legge storico-ideologica, se non nella libertà come valore supremo, in quanto "se va perduta la libertà, tra non liberi non c'è nemmeno l'uguaglianza". Il liberale di destra può essere un cristiano o un laico, un pascaliano agnostico o un umanista, ma comunque sempre qualcuno il cui pensiero e spirito sia conciliazione tra i concetti di comunità e di individuo (unico e irripetibile), di uguaglianza/fratellanza di fronte al senso del Divino e di accettazione della diversità, grazie al processo di immedesimazione...guardando forse al prossimo come a se stessi. Alla luce di quanto esposto finora, invitiamo a riflettere sul significato dichiarato e nascosto delle sedicenti e pregnanti parole impresse sugli striscioni delle manifestazioni di sinistra del primo maggio (per esempio a Reggio Emilia): diritti, democrazia, lavoro, pace. Chiara Montorsi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.9 del 12/6/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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