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Sulla polemica

di Fabrizio Gualco - 21 giugno 2003

Odiernamente, il termine polemica è inteso e veicolato in senso negativo. Nelle sue rappresentazioni più estreme ed estremizzate la pratica polemica si rivela figlia di concezioni del mondo pessimistiche, disincantate fino all'irreversibilità. Da questo punto di vista può essere intesa come modo per rivalersi nei confronti di una realtà di cui si nutre una avversione più o meno confessata o confessabile.

La polemica in versione terzomondista inclina al perfettismo e all'utopia si incista nel sociale e al geopolitico. Quella antiglobalista prende di mira principalmente (anche se non solamente) l'economico e il finanziario. Quella pacifista si sclerotizza, senza se e senza ma, nell'avversione pregiudiziale a qualsiasi azione o soluzione, in ambito di politica internazionale, basata su rapporti di forza strategica e militare.

Il polemico sembra essere lo "stile" imperante della variegata militanza antagonistica contemporanea, che si pone nei confronti di chiunque e di qualsiasi cosa in termini di costante contrapposizione teorica e pratica: e le rare eccezioni potrebbero confermare la regola. Sia quel che sia, vada come vada: il polemico perfetto è colui che sistematicamente modula in senso ideologico le tonalità del rancore, del risentimento, dell'odio - magari teoricamente contrabbandate come legittime forme di "critica" - come se l'esercizio critico non presupponesse l'uso dell'intelligenza e della responsabilità personale e sociale.

Laddove è richiesto un contributo concreto e responsabile, la polemica negativa risulta gradita come un ospite non invitato. Per sua natura sostanzialmente astratta, di fatto sterile e tutto sommato antipolitica, al dialogo e al confronto anche deciso e serrato essa preferisce il dibattito che sviluppa cortocircuiti a ripetizione e provoca, alla fin fine, pericolosi black out. Che i problemi vadano evidenziati al fine di trovare soluzioni, questo poco importa ad una mentalità radicalmente polemica sempre tesa alla denuncia e rarissimamente disposta alla proposta. Non a caso la volontà di porre i cosiddetti "bastoni fra le ruote" primeggia sulla volontà di comprensione applicata a persone, cose e situazioni. Niente di più lontano, in questo caso, dal conoscere per giudicare di cui parla Einaudi.

I polemisti contemporanei hanno i loro maestri, diretti o indiretti. Per esempio Nietzsche e Marx: magari divergenti in quanto a "stile" ed argomentazione, ma convergenti per quanto attiene al sentimento negativo nei confronti del mondo. In Nietzsche la volontà polemica indossa i panni del "martello" che percorre in lungo e in largo la sua produzione filosofica (e quella dei suoi epigoni postmoderni) In Marx il polemismo assume forme più sistematiche e diviene dialettico: la dialettica, marxianamente intesa, non è uno strumento finalizzato alla ricerca del vero e del bene, ma prima di tutto rappresenta un'arma, un dispositivo teorico attraverso cui si persegue la disintegrazione e l'annichilimento pratico dell'altrui opinione.

Eppure, il termine polemica non solo si ricollega, com'è noto, al greco pólemos (guerra, combattimento, conflitto), ma possiede connessioni semantiche ed etimologiche anche con il verbo latino pello, cui si collega il nostro "aver polso". Ed è in tal senso che la "polemica" rivela la una valenza fortemente positiva.

In questo senso, la storia politica e culturale dell'Occidente accoglie figure di grandi polemisti i cui punti di riferimento rimangono sempre e comunque costruttivi. Hannah Arendt spende le sue energie per l'autonomia della mente nei confronti della mentalità ideologica. Ed in nome dell'autonomia intellettuale George Orwell combatte una battaglia contro lo spirito di parte che declina e ristagna nel conformismo intellettuale. Raymond Aron si misura con la rete del pregiudizio e dell'illusione che non di rado cattura le intelligenze migliori, costringendole a rinunciare al loro spirito autenticamente critico. Eric Voegelin contro la rimozione del passato e l'eliminazione della memoria personale e comune. E se Mises e Hayek si impegnano a confutare la presunzione razionalistica applicata all'economia, Pèguy e Sturzo confutano quella rivolta a minare le fondamenta spirituali della persona.

Attraverso la loro vita e le loro opere, queste persone - insieme a molte altre - testimoniano, in modi e circostanze diverse, che vis polemica e mentalità costruttiva non si escludono a vicenda, ma che al contrario possono coesistere e rappresentare le facce di una stessa moneta. La polemicità testimoniata in modo costruttivo è un aspetto dell'amore per la verità e per il bene: ed è lotta contro l'indifferenza ad entrambi. La polemicità positiva e propositiva crede che la libertà sia giudicata, anche e soprattutto, attraverso la misura che nasce dall'uso che si fa della libertà stessa.

Se la verità, come scrive Gómes Dávila, è la gioia dell'intelligenza- l'intelligenza di ciò che si è e di quel che si fa - la bontà è la gioia di ogni azione umana che si concretizza al meglio, lasciando un segno edificante e positivo lungo quel percorso inesauribile che ci piace chiamare la ricerca del bene: una ricerca che coinvolge la persona nella sua globalità e che consciamente o meno vede ognuno in relazione diretta o indiretta con i propri simili.

Fabrizio Gualco

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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