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La grazia estrema della solitudinedi Raffaele Iannuzzi - 4 luglio 2003 Pascal diceva che ogni male dell' uomo derivava dal fatto di non poter stare solo nella sua stanza nemmeno per un' ora. Il grande Ulrich me lo ripeteva spesso durante le lievi passeggiate romane, sul far del crepuscolo. Grande verità che apre lo spazio mistico della consapevolezza, poiché non può esistere uomo consapevole senza vera solitudine. La consapevolezza nasce nella solitudine, quando il cuore attende la verità dell' Universo nell' abbandono confidente, in una pace donata dall' alto. L' azione, poi, sarà il frutto maturo di questa grazia, null' altro che questo. Allora, si realizzerà la conoscenza di se stessi, nell' azione: "Conoscere se stessi vuol dire studiare se stessi nell' azione, che è rapporto" (Krishnamurti). La solitudine non è solamente una condizione di assenza, di mendicanza e povertà, bensì, ben più radicalmente, è una condizione cristologica, la stessa vissuta da Gesù proprio nelle fasi estreme e più gravi della Sua vita. Osservava Baget Bozzo in un importante scritto del 1993: "Gesù è infine la prima persona sola, che ha vissuto la sua solitudine. Egli ha rotto i rapporti con la sua legge e il suo popolo. I suoi discepoli non l' hanno compreso. Dio in cui confidava lo ha abbandonato. Nessuna figura ha tanto affascinato grazie alla sua solitudine" (La nuova terra, Rizzoli, Milano, 1993, pp. 137-138). La solitudine di Gesù si rivela un archetipo divino capace di trasfigurare e, nel contempo, ridefinire la condizione umana, al di fuori degli affannosi e falsi aut-aut, del genere "solitudine versus compagnia". In realtà, l' individuo solo del nostro tempo è la figura storica ed anche archetipica più affascinante e tesa alla consapevolezza che ci sia mai stata nella storia dell' Occidente; non è il "solitario", ma l' in-dividuo, l' unico irriducibile, l' unicità personale resa concretezza vivente. Questa è la vera energia dell' Universo (visto che tutto è energia e che la materia, di fatto, non esiste, come ha dimostrato la fisica contemporanea): l' in-dividuo che vive la sua solitudine come condizione della ricerca della consapevolezza. Può, ad esempio, un liberale astrarsi da questa meravigliosa condizione cristologica ricercando altrove il suo fondamento esistenziale? L' individuo che vive la solitudine così è simile alla figura filosofica inventata da Jaspers detta dell' "abbracciante", di colui, cioè, che vive nel mondo tendendosi positivamente verso le cose e le persone, ma sempre a partire da sé. Noi tutti, nella solitudine consapevole, siamo degli "abbraccianti" e perciò degli uomini liberi. Ha così ragione Baget Bozzo quando afferma che "vivere la solitudine della persona nel mondo di oggi ed amare egualmente la vita propria e degli altri è una condizione obiettivamente cristocentrica, è una assimilazione obiettiva alla persona che ha posto nell' Occidente il seme della persona. In questo senso egli è una via per il ritrovamento della dimensione eterna dell' uomo" (La nuova terra, cit., p. 138). L' archetipo divino inabita nel cuore dell' uomo e rende la persona divino-umana, capace di racchiudere in sé i germi fecondi della grazia autotrascendendosi in un orizzonte di senso trascendente. E', questa, la vera "nascita", secondo la mistica di Meister Eckhart. Tutto ciò premesso, è allora assolutamente banale e direi anche controproducente scagliarsi contro il supposto "individualismo ormai estremo" dei nostri tempi (Godfried Danneels). Questo punto di vista rivela un elevatissimo tasso di moralismo, sempre negatore del lucido pensiero, ed anche una forte dose di risentimento contro il "mondo", del tutto anticristiana (in troppi, nella Chiesa, hanno dimenticato la potenza ontologica positiva della teologia della Creazione, fondazione essenziale della dogmatica cattolica: l' essere, in quanto tale, cioè in quanto creato, è positivo!). Il cardinale Danneels ha osservato: "L' uomo moderno europeo oggi è diventato molto triste, perché la solitudine rende tristi. Abbiamo perso la gioia precisamente perché abbiamo pensato troppo a noi stessi". Errore decisivo! Siamo diventati tristi, in certi momenti storici, perché abbiamo pensato troppo poco a noi stessi, ecco il punto. L' esito maligno dell' ideologia marxista-solidaristica postconciliare ha condotto a definire la bontà della persona nei termini produttivistici del "Sociale" e della "Solidarietà", idoli meccanicistici ed astratti ai quali si è sacrificata, senza ritegno alcuno, la libertà della persona. Il Collettivo famelico ha vinto ed ha decretato lo strapotere della "Comunità" e dello "Stare insieme" a tutti i costi. Uomini troppo stretti insieme e, quindi, irrimediabilmente separati dal proprio Sè divino: la morte della persona! La grazia estrema della solitudine, culla divina della consapevolezza, di contro, squaderna lo spazio della ripresa della mistica individuale e della libertà personale. E' sempre dall' estremità che scaturisce la libertà, le mezze misure annebbiano il candore originario della Verità.
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Ragionpolitica, periodico on line n.12 del 4/7/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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