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L'universalismo egualitario dell'Islàm ricetta per la conquista araba dell'Europa?di Remo Viazzi - 18 luglio 2003 Mentre trovo conferma a quanto da me sostenuto nell'articolo dedicato a Carlo Martello e all'imperatore d'Oriente Leone III nelle pagine della Storia d'Europa del Fisher, che considera assai più importante la resistenza di Costantinopoli del 718 rispetto alla vittoria di Potiers di carlo Martello del 732, mi imbatto un'altra volta in discutibili analisi del fenomeno arabo targate Camera - Fabietti. Nel loro volume sul Medioevo, indirizzato agli studenti del triennio delle scuole superiori, c'è un paragrafo che illustra le ragioni della conquista araba. In primo luogo Fabietti, redattore del capitolo in questione, si preoccupa di escludere categoricamente che le vittorie dei musulmani fossero dovute alla loro superiore forza militare e alla moderna e agile organizzazione dell'esercito: «... la chiave delle loro epiche imprese non è individuabile sul piano strettamente tecnico - militare», ma preferisce individuare le ragioni della loro affermazione nel differente contesto etico - religioso - sociale di cui l'Islàm si fece portatore, contrapponendosi in maniera decisiva al "modello" cristiano europeo. Per quanto ritenga già errata la premessa iniziale, anche in considerazione del fatto che è risaputo e accettato quanto debole e inadeguato fosse ormai divenuto il sistema difensivo romano, spazzato via dalle raffazzonate orde dei barbari e da questi stessi ereditato senza per altro migliorarlo (e altrettanto si può dire per la parte orientale dell'Impero), non è su questo aspetto che desidero focalizzare l'attenzione. Renato Fabietti, con machiavellica intuizione, si dilunga spiegando come sia proprio nella superiorità del messaggio etico e sociale dell'Islàm che bisogna ricercare i veri motivi della sua vittoria. «La dottrina islamica - puntualizza - possiede un carattere universalistico e sovranazionale mirante ad una sostanziale visione egualitaria, almeno come ad un orizzonte ideale». Vero, ma - si potrebbe obiettare - che è quanto afferma anche la religione cristiana («... ama il prossimo tuo come te stesso...»): questa però per Fabietti ha fallito completamente in questo suo intento. Infatti «... le società bizantina e persiana [ma si potrebbe anche aggiungere quella cattolica romano - barbarica] erano minate da scandalose differenze sociali, per cui la miseria infinita delle popolazioni urbane e rurali creava uno stridente contrasto con la potenza e con la ricchezza schiacciante e offensiva delle classi e delle caste privilegiate». Come vuole Marx la storia è già storia di lotte di classe, ma se non fosse ancora chiaro dove vuole arrivare il ragionamento dell'autore basta pazientare ancora poche righe, ecco infatti il nocciolo della questione! «L'etica bandita dal Corano, d'altra parte, considerava addirittura colpevole la proprietà personale della terra, e comunque sospetta e impura la ricchezza; non c'è dunque da stupirsi se di fronte alle cavallerie arabe [...] le miserabili popolazioni rurali e urbane avvertirono la presenza liberatrice di una nuova realtà e se compresero che la conversione all'Islàm e la stabilizzazione del nuovo dominio significava la scomparsa di un vecchio mondo, basato sul sopruso, sul fiscalismo spietato e sulla prevaricazione...». È dunque la proprietà privata la madre di tutti i mali? La principale responsabile delle disparità sociali? La causa ultima della decadenza dell'Europa? Come si possa sostenere che le masse povere e ignoranti dell'Europa medievale comprendessero tutto questo e si unissero alle cavallerie arabe è un mistero. Perché non raccontare invece delle razzie degli arabi, delle devastazioni, degli stupri e delle violenze che caratterizzarono le loro scorribande (così come quelle di ogni popolo invasore nei confronti di un altro)? Perché non raccontare di come migliaia di poveri contadini trovarono rifugio e assistenza all'interno delle mura di monasteri e abbazie, dove la chiesa orante adempie da ormai due millenni alla genuina missione voluta per lei da Cristo? Per Fabietti invece, costretto poi a fare almeno parzialmente retromarcia quando deve narrare del fallimento dell'utopia araba, l'Islàm supera il Cristianesimo e su questo riesce ad imporsi perché si presenta come l'unico garante di un reale universalismo egualitario protocomunista e lo fa nella misura in cui si scaglia anche contro la proprietà privata, che la Chiesa cristiana ha sempre accettato e ultimamente anche difeso. È questa infatti che crea le scandalose differenze sociali di cui parla l'autore! In questo subdolo attacco alla proprietà privata - che gli alunni delle scuole superiori (cui è diretto il testo) possono smascherare solo in rarissimi casi -, tanto più evidente in quanto introduce l'unica reale differenza tra Cristianesimo e Islàm, si consuma il tentativo di Fabietti di suggestionare il lettore ad un'acritica interpretazione delle vittorie dell'Islàm, spiegandola con la debolezza intrinseca del messaggio cristiano e dell'etica rurale e borghese dell'Europa.
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Ragionpolitica, periodico on line n.14 del 18/7/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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