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Il signore degli anellidi Francesco Natale - 18 luglio 2003
L'impresa ha del miracoloso per un duplice ordine di ragioni, la prima di carattere eminentemente tecnico, in quanto le risorse necessarie per una traslazione filmica credibile della più famosa trilogia del nostro secolo sono state davvero immani. La seconda di carattere filosofico-letterario: è possibile impregnare della complessa ed ortodossa poetica di Tolkien una pellicola cinematografica? Sarà inoltre possibile vincere la diffidenza che centinaia di milioni di lettori (ma sarebbe meglio dire cultori) dell'opera di Tolkien, ciascuno dei quali con una propria personale visione della Terra di Mezzo, dimostreranno nei confronti di un film il quale, omogeneizzando le infinite interpretazioni visive e sforzandosi così di costituire un canone unico de "Il Signore degli Anelli", rischierà di deluderli? Il film di Jackson riesce sicuramente a trasmettere una generale sensazione di credibilità alle vicende narrate, grazie ad una spettacolare fotografia, alla minuziosa (quasi maniacale) ricostruzione degli ambienti, effettuata attingendo da tutte le fonti disponibili, e ad un sapiente utilizzo degli effetti speciali computerizzati, che non risultano mai invadenti. Anche le scelte a livello di cast sono state quasi tutte piuttosto azzeccate, mescolando "mostri sacri" quali Christopher Lee, Ian Holm, Ian McKellan a volti nuovi dotati comunque di buone capacità, come il giovane Elijah Wood, che interpreta in maniera molto convincente il ruolo del protagonista, Frodo Baggins.
Ma Isildur, immediatamente vinto dalla cupidigia e dalla volontà dell'Anello, non volle distruggerlo. Egli si rifiutò di gettarlo nell'inestinguibile fuoco del Monte Fato, luogo ove era stato anticamente forgiato, unica fiamma in grado di annientarlo per sempre. Questo fece sì che Sauron riuscisse, per quanto vuoto ed informe, a sopravvivere, e che molti eventi nefasti fossero causati dalla scelta di Isildur. L'Anello, dotato di una volontà propria volta al male assoluto e tesa al ricongiungimento col suo antico padrone, tradì Isildur causandone la morte, e dopo innumerevoli anni finì nelle mani di Bilbo, Hobbit della Contea, zio di Frodo. La lunghezza e la complessità delle vicende narrate ne "Il Signore degli Anelli" impediscono in questa sede di darne un sunto soddisfacente, mi limiterò pertanto ad analizzare alcuni elementi della poetica di Tolkien. La netta cesura che esiste tra le forze del Bene e quelle del Male è uno dei temi portanti della Weltanschauung tolkieniana. La formazione religiosa dell'autore (Tolkien era cattolico praticante), commista alla passione per l'epica nord-europea emerge chiaramente dall'opera, in cui il fruitore familiarizza immediatamente con l'assoluto ed ortodosso oggettivismo di Tolkien, il quale non ammette una visione soggettiva delle categorie di Bene e Male: non esiste il Male "secondo me" o il Bene "a mio giudizio", ma solo il Male Assoluto, ovvero autosita, non necessitante di ulteriori scopi se non la continuazione di se stesso contrastato dal Bene senza compromessi.
Ma questo non è certamente l'unico "crimine" che Tolkien scientemente commette: la sua opera venne da più parti tacciata di essere staccata dalla realtà, di essere una puerile evasione. Egli replicò affermando che "(...)certamente la fiaba è un evasione dal carcere e aggiunse: chi getta come un'accusa questa che dovrebbe essere una lode commette un errore forse insincero, accomunando la santa fuga del prigioniero con la diserzione del guerriero, dando per scontato che tutti dovrebbero militare a favore della propria degradazione a fenomeni sociali." E di fronte allo stuolo di parrucconi radical-chic che starnazzano di quanto non siano prescindibili le "realtà presenti, impellenti ed inesorabili" egli risponde qualificandole come realtà transitorie, al contrario della fiaba che, procedendo per archetipi, ci parla di cose permanenti, pizzicando le corde del nostro liuto interiore che l'accozzaglia di iconoclastia, materialismo, ambiguità e compiacimento per la sordida degradazione propria di certa "letteratura" moderna, dal Naturalismo male interpretato in poi, rischiava di scordare irreparabilmente. E' chiarificatore al riguardo quanto affermato dal premio Nobel Francois Mauriac: "(...)Non credo che si commettano oggi crimini più grandi che nelle altre epoche...Ma quel che appartiene esclusivamente alla nostra è la trasmutazione del bene in male e del male in bene, è questo rovesciamento di valori che chiude la porta al pentimento e che uccide così la speranza in tanti cuori.". Questo resta, forse, il suo "peccato" più grave ed imperdonabile: aver rivolto lo sguardo al passato disconoscendo un presente fetido e straniante, aver riesumato da polverosi sepolcri le immortali figure di Sir Gawain, di Sigurd, di Artù, avere ben chiara la distinzione tra ortodossia, che è fonte di forza, e bolso fanatismo, proprio degli spiriti deboli e destinati a spezzarsi.
Tolkien è l'ultima grande figura del Poeta-Vate di cui parla Foscolo; e in quanto portatore di valori immortali, preterumani, è destinato inesorabilmente a scontrarsi coi "custodi della degradazione", tutti presi a muovere le loro marionette senz'anima nel fosco teatrino pseudo-letterario (e, perchè no, cinematografico!) della carnalità a basso costo, dell'ateismo superstizioso, del feticismo da sala operatoria. Di fronte all'empio banchetto imbandito con pietanze stantie guarnite di intingoli color fogna egli ci fa riscoprire il sapore lustrale dell'acqua di sorgente, della convivialità non orgiastica, delle "Erbe aromatiche e coniglio al ragù" (esemplificativo titolo del quarto capitolo del libro quarto) di Samwise Gamgee. Chi critica l'opera di Tolkien tacciandola di infantilismo o, peggio, di strizzare l'occhio agli ideali della destra totalitaria, quale alternativa propone quindi? Di quale umanità vuole essere vate? Di un'umanità che si pasce dell'imborghesimento dell'Anima, o meglio della omologazione collettiva degli spiriti, della tiepida amoralità e dell'abbietta immoralità; umanità che, come giustamente sostiene J.K.Huysmans gioisce stolta per avere inventato pelosamente la "Democrazia dell'Arte". Egli, come leggiamo nelle ultime righe del suo "Là-bas" si interroga sconsolato su quale mai potrà essere il futuro di codesta umanità: "(...) Come dunque sperare nel futuro, come immaginare che saranno puliti i marmocchi partoriti dai fetidi borghesi (oggi diremmo partoriti da uomini spenti, immersi nella logica della materialità dell'esistenza, privi di guizzi e di slanci generosi) di questo lercio tempo? Allevati come sono, mi domando cosa potranno mai fare della vita?", così risponde Durtal, protagonista del romanzo ed alter-ego letterario di Huysmans: "Faranno come i loro padri, come le loro madri: si riempiranno la pancia ed evacueranno l'Anima attraverso il basso ventre!".
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Ragionpolitica, periodico on line n.14 del 18/7/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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