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La parola all'iodi Gianteo Bordero - 25 luglio 2003 E' finito il tempo dell'ideologia di massa; si sono infranti i sogni che dal Sessantotto in poi dominarono il dibattito culturale, sociale e politico. La parola torna all'io. Quel bisogno d'appartenenza che definiva la persona negli ultimi decenni rimane vivo oggi come realtà di nicchia, ma non come proposta culturale universale. La "svolta antropologica" a ciò ha infine condotto: a spersonalizzare l'uomo, a non fargli più comprendere il legame che intercorre tra il desiderio naturale e la vita soprannaturale. Natura e Grazia, divenute "nemiche", hanno lasciato l'individuo più solo, anche quando egli si trovava immerso in forti realtà di gruppo. Che cosa resta, dunque, di tutta la temperie tardo-novecentesca che investì sia la società occidentale che la Chiesa? Nulla - o quasi - dal punto di vista dell'ideologia. Resta - come cosa che si è salvata da un grande naufragio - il singolo, resta l'io. Il tema fondamentale che i recenti mutamenti storici e culturali pongono in essere non è più quello del ruolo delle masse, bensì quello della libertà individuale. La salvaguardia del presente e del futuro passa oggi attraverso l'espansione delle possibilità come occasione per la crescita integrale della persona, per il suo benessere materiale e spirituale (dati che vanno sempre insieme). Si comprende ora che il futuro non può nascere a partire dal trionfo dell'utopia, ma piuttosto dal ruolo che gioca la libertà nel presente, all'interno del confronto problematico con il reale. Si dice spesso che "il futuro ha un cuore antico". Oggi questo cuore antico sta proprio nel ritrovamento e nella valorizzazione dell'io, dei suoi desideri e delle sue aspettative. Su questa scia si capisce il richiamo alle radici cristiane dell'Europa come fondamento della nuova costruzione dell'Unione; così come diviene più chiaro l'inaspettato "ritorno a Tommaso" che sta avvenendo negli ambiti più disparati: dal magistero ecclesiale sino alla filosofia politica, dal Papa fino a Rothbard. La parola torna dunque al singolo, perché è il singolo - e non la massa o la comunità - il punto che, dilatandosi spiritualmente nella realtà, riempie il mondo di possibilità, di opportunità, di ricchezze che possono giovare al bene di tutti. Ricchezze che non intendiamo secondo la lettura marxista della storia e dell'economia. E' per noi ricchezza tutto ciò che giova e può giovare alla soddisfazione delle attese e dei desideri personali. Anche un quadro, una poesia, un atto d'affetto possono essere l'occasione di un più radicato amore al reale, la spinta verso la costruzione di un mondo dove è l'io (col suo volto, il suo temperamento e la sua storia) ad essere protagonista. Si aprono oggi per il singolo spazi di libertà che solo fino a quindici anni fa sembravano impensabili, perché il comunismo costituiva un freno e una barriera. Quanti da esso rimasero suggestionati e trassero ispirazione politica e ideale stanno ora sul crinale tra un muto nostalgismo e la salutare accettazione di una sconfitta e di un nuovo modo di intendere le dinamiche sociali a partire dai rapporti personali. Chi attualmente non comprende questa svolta epocale, questo ritorno all'io, è inevitabilmente destinato a non aver più nulla da dire, nulla che collabori alla dilatazione del principio di libertà nel mondo. Le parole chiave dell'ideologia suonano ormai come tamburi lontani, come retaggi buoni soltanto per riempire le serate d'amarcord, quando una lacrima increspa il viso mentre si canta "Dio è morto" e "La locomotiva". Non siamo soli, e l'amicizia, più che essere fondata sulla comune appartenenza a un gruppo, riappare con una più forte carica di comunione spirituale, di apertura di un "io" personale a un "tu" anch'egli altrettanto personale. E' una visione parziale quella che pensa il mondo globalizzato come mondo spersonalizzato: al contrario, esso è un mondo che presuppone il rischio, il mettersi in gioco, la responsabilità individuale. Il "farsi da sé" non va inteso come solipsistico gioco al massacro, come lotta di tutti contro tutti. E la demonizzazione del mercato e del privato appartiene ad una lettura anch'essa marxista della realtà. L'io è infatti ontologicamente "apertura a": al vero, al bene, all'altro. La dimensione della relazione si ricupera soltanto in un'ottica che mette al centro del suo pensiero il singolo con i suoi desideri di felicità, bontà, bellezza, compimento. La massa cancella tutto ciò, e il comunitarismo esasperato miete ancora oggi le sue vittime laddove al rischio individuale nel reale si preferisce il comodo focolare del gruppo: dove basta rinunciare a qualcosa di sé pur di avere in cambio la tranquillità, l'accoglienza, la polizza d'assicurazione sul quieto vivere. E così, invece che valorizzare e far crescere l'io, si finisce per dare spazio solo al moralismo, che di esso è uno dei nemici più fascinosi e insidiosi. Quel moralismo anestetizzante e deresponsabilizzante che Nietzsche, in "Aurora", rimproverava a tanti cristiani del suo tempo: «Il cristianesimo si è convertito in un blando moralismo; non è tanto "Dio, libertà e immortalità" quel che ci resta, quanto benevolenza e un decoroso sentire, nonché la fede che anche nell'intera totalità domineranno benevolenza e decoroso sentire: è l'eutanasia del cristianesimo». Considerato che il concetto di "persona" (che ha fondato la nostra civiltà) è indubbiamente una scoperta e un portato del cristianesimo, sarebbe triste che proprio i cristiani, nell'epoca del ritorno all'io, si arroccassero nella difesa di forme di "società di massa" già sconfitte dalla storia, e ormai inutili al conseguimento del benessere, della soddisfazione, della felicità. Le "radici cristiane dell'Europa" si difendono oggi ridando la parola all'io.
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Ragionpolitica, periodico on line n.15 del 25/7/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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