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Marcuse, il filosofo del negativodi Fabrizio Gualco - 25 luglio 2003 A volte ritornano. E se non ritornano li fanno ritornare: magari attraverso operazioni più vicine al marketing ideologico che alla prassi politica. Sulle pagine di Le Monde apprendiamo (cfr. l'articolo di Georges Marion, A Berlin, la tombe d'Herbert Marcuse devient un "monument d'honneur" , in Le Monde del 19 luglio 2003) che Herbert Marcuse è definitivamente rientrato in patria. Le sue ceneri sono state deposte venerdì 18 luglio nel cimitero di Dorotheenstadt a Berlino: lo stesso in cui riposano le spoglie di personaggi illustri quali Hegel, Fichte e Bertold Brecht. La cosa curiosa - ma dati i tempi curiosa fino ad un certo punto - è che l'amministrazione berlinese ha deciso "all'unanimità" di conferire alla tomba marcusiana lo statuto di "Monumento d'onore". In sostanza quali contributi fondamentali lascia in eredità al presente il pensiero di Marcuse? Quali conquiste sociali hanno permesso i suoi teoremi e quali implicazioni positive potrebbero derivare dalla considerazione dei suoi teoremi? Quali panorami costruttivi è in grado di disegnare il Marcuse-pensiero? Filosofo e sociologo di culto, autore più citato che letto, Marcuse è il teorico del "Gran Rifiuto" nei confronti della società tecnologica ed in generale uno dei più acerrimi nemici della Modernità. La formula indica la valenza fondamentale della sua impostazione, ossia la negazione: negazione sistematicamente attuata nei confronti di tutto ciò che è "realtà", perché la realtà è veicolo di menzogna, ipocrisia, illusione. Marcuse, com'è noto, è un esponente della cosiddetta Scuola di Francoforte. Come già emerge nei primi anni di vita della "scuola" (che nasce ed inizia sviluppare le sue tesi a partire dagli anni 20) uno dei presupposti epistemologici dei francofortesi si realizza attraverso una coscienza critica fortemente connotata in senso negativo: ossia attraverso "la negazione di ciò che appare evidente, il non soddisfarsi di quel che è dato" (F. D'Agostini, Analitici e continentali, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. 363). Una coscienza critica che, a differenza di quanto accade ad Adorno e Horkheimer, in Marcuse diventa pressoché assoluta e necessitata a svilupparsi anche in senso eversivo. Da questo punto di vista, soprattutto attraverso le sue opere più famose quali Eros e civiltà del 1955 (trad it. Einaudi, Torino 1967) e soprattutto L'uomo a una dimensione (trad. it. Einaudi, Torino 1991) Marcuse ci dice in sostanza che la vita, la nostra vita, è una tragica messinscena. Ci esorta a capire che ciò per cui spendiamo tempo e fatica, intelligenza ed energia è indegno dei nostri sforzi. Se Marx e Freud sono stati definiti i maestri del sospetto, Marcuse è il discepolo che li supera portando all'estremo le loro indicazioni: come è stato notato, «la filosofia diventa negativa nel momento in cui cerca di demistificare la realtà sociale, giungendo alla conclusione che la verità, lungi dall'identificarsi con la realtà, resta ancora da scoprire» (M. Proto, Introduzione a Marcuse, Lacaita Editore, Manduria 1968, p. 13). E non a caso Marx e Freud, insieme a Hegel, rappresentano i suoi punti di riferimento, momenti irrinunciabili del suo impianto sociologico. Da Marx assume il concetto di alienazione, grazie ad Hegel si impadronisce del il concetto di dialettica come dinamica negativa, da Freud - per il quale il principio del piacere è alternativo al principio di realtà - assume la visione della civiltà come risultante dinamica della continua repressione degli istinti: istinti che devono necessariamente essere "liberati" affinché l'uomo possa essere realmente felice. Il punto di partenza si determina sul negativo e sul negativo procedono i suoi sviluppi: le libertà che le democrazia occidentali consentono sono, in realtà, forme di costrizione mentale e materiale sempre più raffinate e perfezionate. Il benessere stesso, creato dal mercato, altro non è che un sistema soft - ma come tale ancor più pericoloso - subdolamente finalizzato alla strumentalizzazione delle coscienze. Con certi ingredienti il cocktail - Marcuse non può che risultare appetibile a coloro che vedono il mondo in bianco e nero. Marcuse diventa famoso presso i contestatori del 68 perché dice loro quello che in fondo bramano di sentire. Ciò non sorprende se partiamo dal presupposto che la verità è sempre e comunque altrove rispetto alla realtà. La realtà sociale equivale sempre e comunque ad una mistificazione. Se rifiuto di riconoscere il legame che vige fra realtà e verità, il mondo in cui vivo non tarderà ad apparire come una bufala globale, composta da artefatti pratici ed artifici teorici. Un ambito in cui i veri desideri umani vengono manipolati e orientati dall'esterno. Se il pensiero di Marcuse oggi risulta per molti versi fuori dal tempo e dalla storia, la mentalità negativa di cui è saturo sino al midollo ha fatto scuola e ha prodotto seguaci non solo fra gli intellettuali di professione. Ha ragione Marcello Veneziani, quando sulle pagine de Il Giornale (19-07-2003), in riferimento diretto alla questione, scrive che «il pensiero di Marcuse allevò generazioni all'egocentrismo eversivo e ludico, alla trasgressione di massa come segno di creatività, al primato del Rifiuto e del Negativo sull'impegno faticoso di costruire e di generare». La sensazione oggi è che qualcuno, magari ideologicamente apparentato con il teorico del "Gran Rifiuto", si sia rifiutato di usare il cervello. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.15 del 25/7/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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