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Eugenio Corti Processo e morte di Stalinrecensione di Fabrizio Gualco - 7 settembre 2001 Questo volume si compone di una parte letteraria e di una a carattere storico. Sono due parti distinte ma non separate, poiché l'apporto della creatività scritturale e quello dell'indagine storica non risultano mai antitetiche né conflittuali, ma al contrario coesistono integrandosi felicemente, supportandosi a vicenda come due modalità di comunicazione tese ad esprimere un medesimo oggetto. Lo stile di Corti unisce estro e regolatezza, felicità espressiva e misura. Se il Corti-storico racconta eventi "visibili", il Corti-narratore è capace di portarci a stretto contatto con realtà ed emozioni " invisibili". Così, attraverso un invidiabile uso della parola scritta, egli è capace di rendere presenti, quasi palpabili, tanto il clima emotivo dei vari personaggi quanto le atmosfere in cui la trama si sviluppa. La prima parte è dedicata a "Processo e morte di Stalin" : si tratta del testo di un'opera rappresentata la prima volta il 3 aprile 1962, al Teatro Cometa di Roma. Uno dei doni che la lettura ci consegna è la consapevolezza che il totalitarismo comunista non tende solamente alla trasformazione della società, ma anche alla modificazione interiore dell'uomo stesso. La costruzione della società perfetta che il comunismo pretende di attuare passa attraverso la manipolazione interiore della natura umana. Il tentativo di calare il paradiso sulla terra implica di necessità un radicale cambiamento della società, tale da comportare non solo una modificazione delle " strutture" ma anche la reificazione del mondo interiore delle persone. Il prezzo da pagare all'utopia consiste, niente di meno, che nell'annichilimento dell'individuo in quanto tale. Usando un'espressione di Pirandello, potremo dire che i personaggi di Corti, più o meno consapevolmente, sono tutti alla ricerca disperata di un autore. Sono figure prigioniere dell'ideologia a cui fanno riferimento, rese esteriormente passive ed interiormente impotenti anche laddove ostentano sicurezza, potere e capacità decisionali. Tutti, nessuno escluso, sono essenzialmente orfani della loro identità più vera. Ognuno di essi, quale che sia il ruolo specifico rivestito all'interno della trama, è al tempo stesso carceriere e carcerato, vittima e carnefice di un sistema di cose che permette solo l'esercizio dell'odio reciproco e del vicendevole sospetto. La parte finale della tragedia sintetizza questo stato di cose: sarà lo stesso Stalin che metterà "ideologicamente" i suoi compagni-avversari con le spalle al muro, dimostrando che gli errori e gli orrori che gli vengono imputati altro non sono altro che la dimostrazione di una mostruosa coerenza ideologica, talmente lucida da rivelarsi inumana. Le parole del condannato a morte (dagli uomini e dalla storia) coinvolgono non tanto la moralità o l'immoralità di certe azioni specifiche, quanto l'essenza stessa del sistema. Vero è che il totalitarismo non seminò sofferenza e morte solo in Russia. Lo sterminio dei contadini Kulaki decretato da Stalin in nome del collettivizzazione delle campagne può trovare i suoi corrispettivi anche in altre parti del mondo. Da questo punto di vista entrano in gioco i saggi storici dell'autore, tesi a riportare l'attenzione anche su quel che successe a causa delle dittature rosse, anche in altre parti del pianeta. Un esempio fra i tanti può essere la Cambogia, dove in nome del comunismo un terzo della popolazione viene eliminato e il territorio nazionale ridotto a campo di concentramento a cielo aperto. Con Pol Pot e i khmer rossi si raggiunge forse l'acme storico della follia: per conseguire più rapidi risultati, una delle tecniche predilette dai gerarchi cambogiani era quella di sradicare le popolazioni dai loro villaggi. Anche perché lo sradicamento della gente dai luoghi in cui da sempre era vissuta era funzionale ad uno sradicamento più sottile e perverso: la deportazione faceva infatti parte di un piano prestabilito, la cui finalità era il totale asservimento dell'uomo al dictat di turno. Tra le numerose testimonianze dirette riportate da Corti, cito quella, inequivocabile, del Prefetto Apostolico di Kampong-Cham monsignor Lesouef (la fonte è Le journal de la Paix, Parigi, ottobre 1975): dopo dieci giorni di marcia forzata, "i viveri portati con sé erano esauriti, i bagagli ridotti al minimo. L'individuo, stanco morto, spogliato di tutto, senza speranza non può più opporre alcuna resistenza. E' pronto a fare il lavoro che gli sarà destinato, per ricevere la scodella di riso che gli è promessa in cambio. Non può più fare un gesto né dire una parola che non sia secondo la linea imposta (...) La famiglia, l'individuo che si trova così sulla strada, che non ha più nulla, nemmeno denaro poiché il denaro non ha più nessun valore, nessun oggetto da scambiare, nessun nutrimento, è necessariamente a disposizione del partito, che ne farà ciò che vorrà, senza incontrare nessuna resistenza. La persona non è più che una rotella al servizio dell'organizzazione". Forse a qualcuno saranno già venute in mente le parole di Chesterton: non è pazzo colui che perde la ragione, bensì chi tutto ha perduto, tranne essa. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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