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The Killing Fields: urla dal silenziodi Francesco Natale - 2 agosto 2003 E' uno dei pochi casi in cui il traduttore, pur prendendosi qualche licenza, non è un "traditore". L'utilizzo dell'ossimoro "urla del silenzio", infatti, evidenzia la violenta realtà di una presunta "liberazione", ma anche, più sottilmente, la cattiva coscienza occidentale di fronte alla tragica agonia di una civiltà e di un intero popolo. Dove sono finite le chilometriche marce per la liberazione della Cambogia e del Vietnam dall'invasore-oppressore Americano? Tutto è "pace" e silenzio, o meglio (rectius), tutto è urla e silenzio. Gli eventi: Cambogia 7 Agosto 1973. Per tagliare il "Sentiero di Ho-Chi-Min" ai Vietcong gli Americani bombardano una città a qualche chilometro da Phnom Pen. Un giornalista del New York Times, Sidney Schanberg, assieme all'amico cambogiano Dith Pran, guida ed interprete, si recano di nascosto sul posto dopo avere corrotto i governativi con qualche dollaro. Lo spettacolo è agghiacciante: rovine, morti, esecuzioni sommarie di alcuni guerriglieri Khmer Rossi. Crudeltà asiatiche, crudeltà americane. Sidney comprende il gioco: "Gli Americani", egli dice, "hanno iniziato l'invasione della Cambogia...vogliono filtrare l'avvenimento, quei bastardi!" E' un professionista indipendente, lucido, critico, di fede liberal. Ama il popolo cambogiano. Dovrà poi confrontarsi col cinismo della politica, il rigore della logica militare e, soprattutto, sarà costretto, dalla verità che vede e sperimenta, a percorrere un doloroso cammino di maturazione. Ma la figura più integralmente umana è proprio quella di Pran: mentre si stanno profilando l'abbandono da parte degli Americani e il voltafaccia dei governativi, egli potrebbe partire per l'America con la sua famiglia, ma resta invece accanto a Sidney per affetto d'amico, per dignita professionale. Egli è privo di passaporto e di qualsivoglia guarentigia di diritto internazionale. I Khmer Rossi entrano nella capital tra ali di folla festante: la guerra è finita! Poi, il gelo. Le strade deserte, gli eccidi, le rapine, le vendette, le esecuzioni sommarie. Ogni diritto è annullato, domina l'arbitrio cieco e casuale. Viene in mente il libro di Oriana Fallaci "Niente e così sia". Ma "niente" sarebbe già abbastanza. Qui c'è di molto peggio. Pran è separato dall'amico occidentale (emblematico e ineluttabile l'episodio della foto per il falso passaporto, unica tenue speranza rimasta a Pran destinata purtroppo a infrangersi...una vera beffa del destino) e viene avviato a un campo di "rieducazione". Vietato far capire che parli Francese. Vietato portare gli occhiali. Vietato confessare di possedere un titolo di studio. Se lo fai, cadendo nella ragnatela delle suadenti parole degli apparatcik dell'Anka (l'infame partito comunista cambogiano) che invitano a confessare i pregressi "crimini contro il popolo" a fronte della prospettiva di un "perdono" totale da parte dell'illuminato partito, la tua fine è segnata. Per te non c'è redenzione nè perdono: hai sfruttato il popolo in quanto membro della classe dominante e devi (atrocemente) morire. I Khmer Rossi sfruttano e piegano il tuo corpo, ma soprattutto ti vogliono rubare l'anima, attraverso la disintegrazione della personalità, l'annichilimento dei ricordi, la più totale e sadistica sodomizzazione dello Spirito. Essi commettono scientemente e metodicamente quello che la Teologia classica definisce il "peccato contro lo Spirito", unico peccato per il quale non esiste alcun perdono. E' iniziato l'Anno Zero: niente ricordi, niente rimpianti. Dio è morto. Il Partito ha sostituito Dio. Il Partito provvederà ad ognuno, creerà una società di eguali veramente giusta. Intanto lavori sotto la minaccia di un fucile, e i bambini, che non hanno nè memoria nè rimpianti fungono da giudici e da carnefici. Indicano con implacabile determinazione le vittime. Ispezionano le mani: discriminano e condannano quelli che le hanno lisce, poichè non hanno mai conosciuto il lavoro materiale. Innocenza violata...il mondo rovesciato. Pran riesce a fuggire, e qui si colloca la scena centrale del film: mentre sta percorrendo un sentiero attraverso le risaie giunge ad un acquitrino putrido disseminato di alberi disseccati e scheletrici. Cade in una pozza: nel rialzarsi si accorge di essere circondato da una sterminata distesa di teschi, gambe, braccia. Una mattatoio immondo. E noi vediamo quest'uomo solo, il cielo sopra di lui, il sentiero della salvezza lordato dalla Morte, la sua pacata ostinazione nel vivere. Poi il colpo di scena: incontra un capo Khmer legato al proprio villaggio, malvisto dal partito. Ne acquista la fiducia, ne cura il figlioletto e tenta di salvarlo al momento della resa dei conti all'interno dell'Anka. Non ci riuscirà, ma la fuga lo porterà finalmente alla libertà, ai confini della Thailandia. Siamo nel 1979. In questi anni Sidney è preda di ripetute crisi di coscienza: è roso dal rimorso per non avere costretto Pran a partire per l'America insieme alla famiglia. Vince il Premio Pulitzer per i suoi servizi in Estremo Oriente. E' una vittoria amara che egli dedica e divide a metà con l'amico, forse vivo, forse morto. Non dimentica mai. E un giorno, in un campo profughi ai confini thailandesi, i due amici si riabbracciano commossi, ciascuno dei due provato dal proprio cammino di formazione. Basta un gesto. L'Armonia è ritrovata. L'amicizia, avvertita come radicale legame umano, la forza di patire e di vivere, in modi differenti, hanno sconfitto i giochi ambigui della politica e la barbara crudeltà dei "liberatori". Il film, basato su una storia vera di cui Sidney Schanberg scrisse il resoconto "The Death and Life of Dith Pran", si sviluppa attraverso sequenze asciutte, ora ricche di azione, ora lente, senza enfasi nè autocompiacimento. Sembrerebbe una narrazione impassibile, asettica, se non venissero in primo piano le particolari spie e i segni rivelatori di una lettura più profonda.: il bambino smarrito nella confusione dell'esodo, la bandiera americana frettolosamente arrotolata, la cattura di una lucertola nel campo di "rieducazione" da parte di Pran (per avere compagnia o per mangiarla?), i bambini dallo sguardo obnubilato che impugnano ferocemente il Kalashnikov. Tutti i normali valori umani subiscono un rovesciamento. Urla del Silenzio, appunto. E' la nostra (criminalmente compiacente e apologetica) indifferenza. A buon diritto il film di Roland Joffè, del cui cast fanno parte tra gli altri John Malkovich, Julian Sands e Sam Waterston, ha vinto tre premi Oscar: fotografia, montaggio, migliore attore non protagonista (Haing S. Ngor nel ruolo di Dith Pran). Senza retorica, senza pregiudiziali ideologiche ci sbatte di fronte ad una realtà dimenticata o rimossa: passate le marce, passati i girotondi, resta la realtà infelice di questi popoli, un tempo fiorenti e armoniosi. Chi se ne ricorda? Perchè preoccuparci per loro...in fondo è iniziato l'Anno Zero!! Ma che spazio rimane per l'Uomo e le sue elementari aspirazioni? Quanti Anka vediamo ancora oggi impegnati strenuamente nel tentativo di rubarci l'Anima, non più a colpi di vanga e AK-47 ma sfruttando le più subdole e vigliacche "armi ideologiche" della sistematica falsificazione della verità storica, della distorsione parossisitca di valori in sè e per sè positivi quali tolleranza e compassione, della omologazione, vera e definitiva morte (o meglio, non-vita) del libero pensiero? Questo è il problema: occorre rivisitare la Storia in termini di Verità. Questo film fornisce sicuramente un significativo contributo....
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Ragionpolitica, periodico on line n.16 del 2/8/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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