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La difficile pace irachenadi Francesco Tomasinelli - 8 agosto 2003 L'eliminazione dei due figli di Saddam deve essere stata un bel colpo, almeno psicologico, per i fautori della resistenza irachena. E' solo questione di tempo, prima che tocchi al padre, dicono ottimisticamente al Pentagono. Sicuramente il cerchio si è stretto attorno al dittatore decaduto. Eppure i residui combattenti iracheni non si scoraggiano e rispondono all'appello del loro leader. O almeno cosi' sembra, visto che ogni settimana porta il suo tragico bollettino di soldati americani uccisi in azioni di guerriglia in Iraq, con 56 caduti in scontri e imboscate dopo la fine del conflitto. Anche qui nulla di inatteso - assicura il Pentagono - gli attacchi di piccole formazioni ai militari americani di guardia ad ormai centinaia di installazioni erano previsti. La maggior parte fallisce o e' sventata con largo anticipo; a volte in Europa la notizia non è neanche data. Ma alcuni hanno successo. Bastano pochi morti, in un paese che dovrebbe essere "quasi pacificato" per mettere il difficolta' le autorita' americane. Lasciando da parte le dichiarazioni sembra ormai certo che la faccenda guerriglia dovra' essere chiusa davvero in fretta. Cosi' si spiega l'ordine di rimpatrio per altri 10.000 soldati americani da poco annullato. Si trattava di personale della Terza divisione di Fanteria, quella della rapida marcia su Bagdad, solo una parte dei 165.000 militari americani nell'area. Ma le loro capacita' e l'esperienza sul campo verrà utili ancora per un po'. Altre unita' del Comando Operazioni Speciali stanno avvicendando quelle gia' presenti. Ma il loro lavoro passa in secondo piano; le unita' non sfilano al telegiornale ed operano nell'ombra. L'obiettivo, anche se per ora non dichiarato, sembra essere quello di battere la resistenza dei ribelli iracheni prima dell'autunno. Infatti, anche se il quadro umanitario comincia fare i primi progressi concreti, sembrano essere davvero in pochi a vedere di buon occhio la presenza degli stranieri. In Iraq adesso c' è molta liberta, forse troppa, e le forze di polizia irachene hanno appena cominciato a funzionare. Il futuro esercito iracheno e' ancora sulla carta, con il traguardo di creare entro un anno o poco piu' una forza di circa 12.000 uomini, da rinforzare successivamente, alla quale passera' (forse nel 2005?) il controllo del paese. Ma il tempo stringe davvero; ogni giorno nuovi partiti politici, giornali e linee di pensiero, che nel nuovo Iraq crescono come funghi, lasciano ampio spazio alle linee radicali. La gente comune non si sente al sicuro ed è facile rivolgere la rabbia verso le unita' straniere sul posto. Si spera che presto una gran parte degli angloamericani, provati da mesi da settimane di torridi turni di guardia e perlustrazioni nella citta' irachene potranno cominciare a guardare verso casa. Le prime unita' multinazionali stanno arrivando sul posto, ma il loro ruolo sara' essenzialmente di supporto alle organizzazioni umanitarie. Un vero cambio di presenze si vedra' in Iraq solo con una riduzione radicale della resistenza.
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Ragionpolitica, periodico on line n.17 del 7/8/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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