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"Equo e solidale": compra un etto di caffè e salvi il mondodi Anna Bono - 23 agosto 2003 "Il Commercio Equo e Solidale è un approccio alternativo al commercio convenzionale: il suo scopo è promuovere giustizia sociale ed economica e sviluppo sostenibile attraverso il commercio, la formazione, la cultura, l'azione politica. Il Commercio Equo e Solidale vuole riequilibrare i rapporti con i Paesi economicamente meno sviluppati, migliorando l'accesso al mercato e le condizioni di vita dei produttori svantaggiati. Garantisce, infatti, ai produttori un giusto guadagno e condizioni di lavoro dignitose. Elimina le intermediazioni speculative e sostiene, con il prefinanziamento, progetti di autosviluppo. Il Commercio Equo e Solidale propone una nuova visione dell'economia e del mondo, attenta agli interessi di tutti. E' uno strumento a disposizione di ognuno di noi per difendere e promuovere i diritti economici e sociali, cambiando i perversi meccanismi di un modello economico che antepone il profitto ai diritti fondamentali degli esseri umani." Da http://www.commercioequo.org, sito web gestito dalla Cooperativa Pangea L'espressione "commercio equo e solidale" presuppone che il commercio sia "iniquo": vale a dire, un insano sistema di circolazione delle merci che sfrutta produttori e consumatori acquistando dai primi per pochi soldi e imponendo prezzi ingiustificatamente elevati ai secondi. Basta questo per capire che chi ha inventato la formula equosolidale ignora le più elementari nozioni economiche e agisce irrazionalmente. Di lodevole nelle intenzioni ci sarebbe l'obiettivo di incrementare i guadagni dei produttori del terzo mondo. L'idea è di riuscirci: a. rendendoli indipendenti da intermediari ("intermediazioni speculative") b. pagandoli di più (il "giusto") c. mettendoli in condizione di lavorare le materie prime a. In cambio li fa dipendere dalle ONG e dalle cooperative che gestiscono le attività equosolidali e scelgono chi aiutare, decidono il prezzo, il tipo di produzione, qualità e caratteristiche. In più, siccome l' "equo e solidale" agisce prescindendo di proposito dalle leggi del mercato (rifiuta "le logiche": del prezzo stabilito dalla domanda e dall'offerta, della qualità costante e garantita delle merci, della regolarità nelle quantità e nei tempi di consegna...), i prodotti possono diventare merci solo nei suoi punti di vendita dove la gente, siccome pensa di fare una buona azione, è disposta ad acquistare anche articoli reperibili saltuariamente e imperfetti, che altrove rifiuterebbe, e a pagare prezzi che non accetterebbe in altri negozi. La dipendenza è quindi totale: quando l'ONG di riferimento abbandona il progetto o cambia interlocutori, i produttori, se continuano a lavorare alle stesse condizioni, escono dal mercato. b. L'importo eventualmente maggiore che le organizzazioni equosolidali corrispondono al produttore dipende non tanto, come sostengono gli ideatori di questa iniziativa, dai passaggi meno numerosi che la merce deve compiere per raggiungere i clienti e da una più onesta valutazione del lavoro compiuto, ma dal fatto che l' "equo e solidale" gode di un regime fiscale diverso, più vantaggioso di quello di una ditta d'importazione o di un negozio; riceve sovvenzioni pubbliche e finanziamenti privati a titolo di dono; non retribuisce una parte dei dipendenti: nel 2000 in Italia i volontari equosolidali erano 1.500 (nei 374 punti vendita italiani chiamati Botteghe del mondo i dipendenti pagati erano in tutto 70); può proporre al pubblico prezzi più elevati contando, come si è detto, sulla buona volontà degli acquirenti. Quindi il commercio "equo e solidale" non è in grado di sostituirsi con il tempo al mercato libero, non è un modello alternativo di scambio. c. Ovviamente il valore aggiunto di un frutto che diventa marmellata è un principio giustissimo, ma in realtà certe materie prime, ad esempio il cacao, continuano a essere trasformate lontano dai luoghi di produzione. Inoltre l' "equo e solidale" incoraggia le piccole attività, addirittura domestiche, a bassa tecnologia e quindi non affronta, per ciò contribuendo ad accrescerlo, il problema dei cambiamenti strutturali necessari per riuscire a superare l'economia di sussistenza; non richiede merci realmente competitive per qualità e prezzo; contiene i costi a carico dei produttori incaricandosi in parte o del tutto della confezione dei prodotti, del loro trasporto, della distribuzione, del marketing, del design dei prodotti artigianali, dello studio di nuove produzioni... Per finire, non è di secondaria importanza che: - il commercio "equo e solidale" faccia concorrenza sleale ad altri produttori e commercianti sia nei paesi del terzo mondo sia in quelli verso i quali le merci sono indirizzate; - sostenga regimi e movimenti comunisti: il caffè del Nicaragua equosolidale, per esempio, è nato come iniziativa a favore della rivoluzione Sandinista, "vista come un genuino sviluppo di un'alternativa politico-economica, ed il rifiuto-denuncia della politica imperialistica degli Stati Uniti, concretizzatasi, nel caso specifico, nell'embargo e nell'addestramento e sostegno alla contro-rivoluzione (Contras)". - sia difficile controllare le condizioni igieniche in cui sono lavorati e confezionati i generi alimentari; - non pochi articoli venduti nei centri equosolidali siano oggetti - ninnoli, gadget... - assolutamente superflui e inutili che si propongono alla clientela, accrescendo così la tendenza allo spreco e al consumismo, proprio mentre la si esorta alla parsimonia e al consumo responsabile.
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Ragionpolitica, periodico on line n.19 del 22/8/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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