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La bellezza dei "frutti impuri".di Elena Siri - 23 agosto 2003 L'incontro-scontro tra civiltà diverse genera inevitabilmente mutazioni. Nel complesso fenomeno di contaminazioni contemporanee tra le culture non avviene quel processo semplicistico che spesso viene sbandierato dalle ideologie no-global come una univoca fagocitazione da parte del modello di civiltà più ricca e tecnologica a danno della realtà più tradizionale ed economicamente più arretrata. L'incontro tra due tradizioni culturali non crea né vinti né vincitori assoluti. Come spiega il celebre studioso americano Clifford Geertz il confronto tra due mondi dà origine inevitabilmente a nuovi frutti: frutti "impuri", contaminati, modificati, originali, che si innestano sulle tradizioni che li hanno originati ma che se ne distaccano in modo irripetibile. Non si assiste quindi ad un barbaro appiattimento delle tradizioni locali che cedono ai modelli culturali di un fantasma consumista, ma si assiste ad una nascita, a profumi e colori che propongono nuovi labirinti. Se gli artisti sono capaci di esprimerne la bellezza allora questi "frutti impuri" scatenano potenti emozioni: specifiche nei richiami ai particolarismi da cui provengono e insieme universali per la contemporaneità che dà loro origine. Del resto l'esperienza della bellezza è sempre una dimensione universale e si rivela in una emozione forte che punta dritta ai cuori che vi si espongono e che li irrora di linfa vitale. Il linguaggio della bellezza è un codice diretto ed intuitivo, semmai capace di interpretazioni diverse e fruibile su più livelli, ma mai soggettivo, parziale, scomposto. La musica, grazie alla sua estesa comunicabilità slegata anche dal limite della comprensione linguistica, è l'arte che più risente delle contaminazioni. Fin dal Medioevo (e cioè dalla sua nascita "storica" documentata con annotazione musicale) la musica occidentale si è trovata a fare i conti con influenze estranee alla sua tradizione: i suoni arabo andalusi introdotti attraverso la Spagna, così come la musica berbera delle carovane del deserto o i canti ebraici rappresentavano altri percorsi rispetto alla nascente tradizione musicale cristiana. La musica occidentale espressione del cammino storico di una civiltà rigorosa, fondata sul valore della libertà, della creatività personale e sulla spiritualità dell'individuo è stata capace nei secoli di vertici altissimi, contaminandosi essa stessa fin dall' origine.La raffinatezza della musica europea assorbì a poco a poco gli antichi suoni mediorientali scardinandoli dalla trama monodica e innestandoli sulla splendida polifonia cristiana. I suoni arabeggianti nella loro pura materia assunsero non una semplice forma ma la più sofisticata e colta delle forme come solo il rigore formale e spirituale della cultura occidentale sa dare. Regina Carter violinista jazz di Detroit è l'artefice contemporanea di espressioni musicali contaminate: ella dà voce ai frutti impuri facendone sentire lo sconfinato universo musicale. In questi giorni in Italia (Calagonone Festival Jazz in Sardegna e Milano Jazz) ha regalato momenti di altissima arte musicale. Lei, unica musicista al mondo ad aver suonato jazz sullo storico "cannone" di Paganini, è davvero la Regina dei frutti musicali impuri. Piccola di statura e nera di pelle è capace di emanare dal palcoscenico energia, classe, raffinatezza e un carisma da gigante della nuova musica contemporanee: la platea in estasi assiste ai suoi concerti con un silenzio ipnotico e palpabile teso a raccogliere ogni vibrazione e ogni sfumatura che le sue divine mani riescono a produrre sulle corde di un violino che sembra nato per dar voce all'universo. Accompagnata da musicisti di raro spessore quali Werner Gierig al piano, Chris Lightcap al basso, Alvester Garnett alla batteria e Mayra Casales alle percussioni, la Carter fonde armonie classiche con percussioni etniche; suoni di un virtuoso contrabbasso accompagnano un pianoforte scintillante tanto da rendere naturali richiami e citazioni diversissime tra loro. E così un pezzo di rag-time,che suonato al violino è già di per se una rarità, si innesta su Bach, una sonata di Astor Piazzolla accoglie citazioni dai "Carmina Burana", Paganini si fonde con il blues e su arie barocche echeggiano canti di uccelli tropicali o suoni della foresta africana. I suoni della natura innestati sulla musica della civiltà occidentale suggeriscono davvero una strada possibile per il suono dell'infinito.
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Ragionpolitica, periodico on line n.19 del 22/8/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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