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Il mestiere dell'attore

di Elena Siri - 4 settembre 2003

Nell'ambiente teatrale italiano circola da anni questa battuta:

- "Lei che mestiere fa?"
- "L'attore."
- "Si, ma di lavoro?"

Nel nostro paese il mestiere dell'attore è guardato spesso con simpatia, o con scherno, o con un mezzo sorriso che sottintende il pensiero ironico: "questo non ha voglia di lavorare e si è trovato l'alibi dell'artista", oppure "è un tipo originale, un eccentrico".

Del resto in Italia attori credono di esserlo un po' tutti: calcano il palcoscenico anche Valeria Marini, Pino Insegno, o il Tarricone del Grande Fratello. In questa estate appena trascorsa alcuni Assessori alla Cultura hanno vantato nei programmi estivi finanziati dalle Amministrazioni persino gli "attori" di Zelig.

Errore: l'attore è una professione precisa, un mestiere antico e prezioso, artistico e artigianale insieme, necessita di doti naturali e di una lunga e costante preparazione. Tutto il resto è dilettantismo, divertimento amatoriale, esibizionismo, tutt'al più cabaret.

La situazione è piuttosto grave in quanto l'arte teatrale e dello spettacolo in genere è talmente degenerata che ormai raramente si trova qualcuno in grado di riconoscerla ed apprezzarla. Il pubblico è drogato dalla telespazzatura, i teatri acquistano i prodotti della telespazzatura, il satrapo delle reti Sig. Maurizio Costanzo promuove qualsiasi volgarità che gli frutti facili denari in fatto di diritti e che tenga occupata sua moglie nei programmi del pomeriggio. Gli Amministratori della cultura (Assessori e Dirigenti pubblici) non perdono certo il loro tempo a distinguere l'arte dai rifiuti e spesso finanziano progetti astrusi, occasionali ed improvvisati proposti da Associazioni Culturali locali, dialettali, amatoriali, parrocchiali, politicali, senza badare al merito nè alla qualità dell'iniziativa. Del resto gli Assessori alla Cultura si trovano spesso ad occupare quell'incarico loro malgrado, non certo per una scelta precisa ma per un passaggio obbligato per la carriera politica. L'Assessorato alla Cultura, essendo il meno finanziato e il meno influente, viene affidato a chiunque si trovi "in profumo" di poltrona o viene dato come rimborso politico a partiti alleati. Insomma l'Assessore alla Cultura mediamente è un professionista della politica ma non un professionista della Cultura. Non capendo nulla di musica classica e di teatro barocco, non conoscendo la storia dell'arte o il cinema d'avanguardia si affida ad amici e parenti per stilare programmi al limite del reale: se il vicino di casa si diletta nel teatro dialettale ecco fiorire in città allegre commedie in sassarese, se la zia canta nella corale la domenica via ai concerti vocali a cappella, se il figlio ha una piccola band punk la piazza della città risuonerà di musica assordante. Il tutto incurante di un programma omogeneo o di una linea culturale.

L'artista di professione, sia esso attore, musicista o danzatore, per vivere del suo lavoro investe in tempo e denaro tutte le sue risorse con anni di sacrificio: è evidente che eserciterà la sua arte in una dimensione economica. Nessun architetto farebbe progetti gratis e a nessun chimico gli si chiederebbero analisi di laboratorio per passione o per divertimento. La distorsione operata in Italia dall'ideologia di sinistra che vorrebbe cultura e arte gratis per tutti è una vera sciocchezza e porta solo sub-cultura e dilettantismo. Il denaro non è lo strumento del diavolo, è lo strumento dell'uomo moderno che realizza il proprio destino e manifesta le sue capacità. Se vogliamo costruire il ponte sullo stretto di Messina ci rivolgeremo a ingegneri specializzati e a ditte affidabili che in cambio di denaro realizzeranno l'opera. Ora non si capisce perché per organizzare un festival, una mostra o un evento culturale le Amministrazioni non si rivolgano a professionisti del settore ma si affidino spesso ad "associazioni senza fini di lucro" (formula così cara alle sinistre). Ma perché mai uomini e donne dovrebbero lavorare ed impiegare le proprie idee ed energie per non averne un utile? Forse per il bene comune? Forse per amore verso i beni artistici? I veri professionisti producono arte "per professione" e dunque in cambio di denaro. In uno stato liberale e libero la creatività, l'esperienza ed il lavoro hanno un prezzo. Sempre.

In Italia la maggior parte dei Teatri sono gestiti da "Associazioni Culturali" senza scopo di lucro cioè da gruppi di persone che si associano volontariamente condividendo un fine culturale. Non occorre che siano professionisti, possono tranquillamente fare i salumieri di giorno e di sera ritrovarsi a fare teatro o a suonare il mandolino. Senza nulla togliere al loro nobile fine e alla loro nobile passione è scandaloso che gli spazi pubblici e i finanziamenti siano devoluti senza controllo ad attività di semplici passatempi da compagnia. Spesso le Amministrazioni danno addirittura i teatri in "gestione esclusiva" a questi gruppi tanto da farne feudi inaccessibili ad ogni altra iniziativa. Risultato: la Corte dei Conti ha recentemente contestato i bilanci di alcune decine di Teatri Comunali che costavano centinaia di milioni all'anno di gestione e risultavano aperti al pubblico 20 giorni in occasione del saggio amatoriale o della festa di carnevale.

Senza guardare in casa degli altri basta vedere la situazione della Liguria: l'Assessore alla Cultura della Regione non è mai stato nominato (il suo ruolo è talmente insignificante che il Presidente Biasotti non ritiene neppure doveroso averlo); la delega alla Cultura della Regione è stata affidata al Dr. Gianni Plinio che, oberato di lavoro, "delega" lui stesso i dirigenti (i soliti funzionari storici della sinistra). Quando raramente si occupa di cultura in prima persona non lo fa "da professionista" e di fronte ad una pregevole iniziativa di ampio respiro come quella della riapertura del Teatro della Gioventù a Genova (una sala di 700 posti in centro città) propone di dedicarlo al teatro dialettale, di farne cioè un localismo, un regno degli amatoriali, un circolo dopolavoristico.

Vogliamo sposare finalmente cultura ed economia e accettare una volta per tutte la linea di una politica culturale anche in Italia o preferiamo continuare ad essere l'allegro paese dei dilettanti?

! Elena Siri
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