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Banali fraintendimenti della sinistradi Riccardo Meynardi - 11 settembre 2003 Sarà senza dubbio capitato alla maggior parte degli studenti di questi anni d'assistere ad un dibattito sulla Riforma Moratti. Qui, il giovane attento avrà notato una certa tendenza dei relatori d'opposizione a tralasciare, a nascondere o a dimenticare importanti frammenti del testo della riforma. Troppo semplice avanzare una critica senza esporre completamente l'oggetto della stessa. Portiamo un esempio concreto. Articolo 2, lettera e), Disegno di legge N. 53. Queste specifiche coordinate alfanumeriche indicano, per l'appunto, uno dei passaggi più dibattuti della riforma Moratti, il quale, odiato dalla sinistra ed indicato come sciagura formativa ed educativa, parla così della scuola dell'infanzia: "[...] di durata triennale, concorre all'educazione e allo sviluppo affettivo, psicomotorio, cognitivo, morale, religioso e sociale delle bambine e dei bambini[...]". Sciagura, disgrazia, avvento di un regime (diverso dal loro?). Il governo Berlusconi vuole imporre una determinata educazione morale, religiosa e sociale alle giovanissime menti italiane. Queste le accuse tanto apocalittiche quanto infondate che il giovane relatore ulivista, diessino o di qualsivoglia altro partito d'opposizione, ama rivolgere alla Maggioranza leggendo il sopraccitato estratto. Sbadato, superficiale e furbetto, punta in tal modo l'indice della sua mano sinistra, suscitando applausi e risa dei giovani liceali anticonformisti (per natura) che assistono al suo discorso, durante la provvidenziale assemblea d'istituto. Giovani liceali anticonformisti, ma intelligenti. Si rendono presto conto che il conformismo più comodo e banale è quello di andare contro chi fa le leggi. Intelligenti e ragionevoli più del relatore giovane e di sinistra, che aveva maldestramente ignorato la lettura della parte finale del concetto espresso dalla lettera e) dell'articolo 2: "[...] promovendone le potenzialità di relazione, autonomia, creatività, apprendimento, e ad assicurare un'effettiva eguaglianza delle opportunità educative; nel rispetto della primaria responsabilità educativa dei genitori, [...]". Certo, senza quest'ultima frazione, la frase, oltre a suonare incompleta, poteva risultare provocatoria e pericolosa. Però, quest'ultima frazione c'è. La scuola dell'infanzia (non più scuola materna) accudisce le bambine ed i bambini dai due anni e mezzo ai cinque e mezzo oppure dai tre ai sei. Quali concetti filosofici o politici potrebbe mai inculcare una maestra in così giovani menti? Il concetto d'educazione e sviluppo affettivo, morale e religioso va ridimensionato e proporzionato alle reali capacità di apprendimento e discernimento dei bambini della scuola dell'infanzia. Inoltre, bisogna adeguare tali definizioni al punto della storia in cui esse sono pronunciate, al nostro stato di democrazia e di libertà, alla cultura ed alla civiltà della nostra società. Prendendo bene le misure e volendo comprendere il significato dell'articolo 2 della riforma, si arriva facilmente a capire che le parole "educazione religiosa" e "sviluppo sociale" non vogliono imporre alcuna religione o precetto morale. Hanno, piuttosto, l'intenzione d'inserire le bambine ed i bambini nel dinamismo di una società fatta di religioni, opinioni, diverse verità e comunicazione. Hanno l'intenzione di combattere il piattume uniforme che corre lungo certe linee di pensiero, esaltando la bellezza delle diversità ed insegnando rispetto e convivenza. Alla scuola dell'infanzia i pargoli devono giocare con gli altri, capendo cosa significhi stare insieme e non litigare per lo stesso giocattolo. Devono imparare il rispetto per i nuovi amici e per i loro modi di comportarsi. Comprendono che le differenze, anche religiose, sono una ricchezza. Fanno lavorare la fantasia e cercano di non pensare alla mamma ed al papà che sono al lavoro. Ascoltano i consigli della maestra per usare bene i pennarelli. Relazione, autonomia, creatività, apprendimento. Sviluppo morale, religioso e sociale. Stia tranquillo il relatore giovane e di sinistra, le maestre non imporranno la religione cattolica. Insegneranno comunicazione e buona convivenza, nel rispetto della primaria responsabilità educativa dei genitori, con i quali collaboreranno per un migliore sviluppo formativo dei bambini. Nell'interesse di tutti.
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Ragionpolitica, periodico on line n.22 del 11/9/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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