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La battaglia del Don

di Paolo Possenti - 26 settembre 2003

L'Operazione condotta dai sovietici per l'isolamento delle forze tedesche tendenti al possesso di Stalingrado, fu la prima di una vasta offensiva che, estendendosi da sud verso nord a quasi tutto il teatro di guerra, avrebbe travolto, nel volgere di un trimestre, la resistenza di sei Armate, costringendole in varie sacche: la 6a e la 4a corazzata tedesche e la 3a romena; l'8a italiana; la 2a ungherese; la 2a tedesca.

Infatti:

  • nella terza decade di novembre, rotto contemporaneamente lo schieramento della 4a Armata corazzata tedesca e della 3a romena, rimanevano isolate la 6a tedesca operante a Stalingrado, unità della 4a corazzata e l'ala destra della 3a romena;
  • alla metà di dicembre, rotto il centro e l'ala destra dell'8a Armata italiana (Corpi d'Armata italiani II e XXXV e XXIX tedesco) e travolta la sinistra della 3a romena, i due tronconi venivano rinchiusi in una nuova sacca, mentre ancora non era stata eliminata la precedente di Stalingrado;
  • nella seconda decade di gennaio, spezzato nuovamente l'appena ricostituito fronte dell'8a Armata e del XXIV Corpo d'Armata tedesco ed infranto lo schieramento della 2a Armata ungherese, fu realizzata una terza sacca nella quale venne a trovarsi anche il Corpo d'Arrmata Alpino italiano (ala sinistra dell'Armata);
  • ai primi di febbraio, con azione a tenaglia analoga alle precedenti, veniva sconfitta ed accerchiata al 2a Armata tedesca (settore di Voronez).

Solamente nella seconda decade di marzo le forze tedesche riuscirono ad arrestare l'avversario che, oltrepassata la linea Kursk, Belgorod, Karkov, era giunto con le sue punte più avanzate fin quasi nel meridiano di Poltava.

La sconfitta dell'8a Armata sul Don deve pertanto essere considerata non isoltamente, ma nel quadro complessivo di tale ciclo operativo e allo stesso piano delle altre Armate in esso convolte e battute dall'offensiva russa.

Per l'organizzazione difensiva della linea del Don, la "Direttiva 41" in data 5 aprile 1942 del Comando Supremo tedesco stabiliva che nel corso dell'offensiva nello scacchiere meridionale del fronte (ove era schierata l'Armata italiana):

  • il fianco nord offrisse sicura protezione alle forze operanzti sulla direttrice principale;
  • fosse subito dato inizio all'allestimento di posizione dofensive sul Don, attribuendo alle stesse notevole capacità controcarro e organizzandole in vista di un impiego nella stagione invernale.

Sulla base di tale direttiva, il Comando Gruppo Armate "B", con una serie di diposizione diramate dal luglio al dicembre 1942, fissò e ribadì i concetti basilari che dovevano informare l'organizzazione e la condotta della difesa, concetti che si possono così sintetizzare:

  • le forze debbono essere proiettate in avanti per la costituzione di una posizione di resistenza continua forte quanto più possibile. La infiltrazioni nemiche, molto pericolose sia per il sistema di difesa lineare, sia per la grande abilità dell'avversario di consolidarsi immediatamente sul terreno occupato, debbono essere stroncate sul nascere lanciando tempestive reazioni di contrassalto e di contrattacco;
  • la difesa del Don deve essere portata e condotta sulla sponda destra del fiume, che deve costituire una linea di resistenza irrinunciabile. Viene escluso nel modo più assoluto ogni movimento tattico sia ai fini della manovra, sia per ottenere il raccorciamento del fronte ed una conseguente maggiore disponibilità di forze. Decisioni del genere possono essere prese soltanto dal Comando Gruppo Armate;
  • in caso di rottura i pilastri laterali non debbono ripiegare, per consentire adeguate contromisure che possono essere attuate da parte delle riserve operative, uniche ed impiegabili a tale scopo essendo le riserve locali ed i rincalzi generalmente già assorbiti per la difesa della linea prima della rottura. Gli elementi della difesa debbono restare in posto anche se superati dal nemico o in pericolo di essere accerchiati.

L'applicazione dei concetti sopra indicati nell'ambito dell'8a Armata portava alla creazione di una posizione di resistenza tale soltanto di nome, in quanto anche con la proiezione totale di tutte le forze in linea, i settori di battaglione sarebbero sempre stati di gran lunga superiori (circa 7 km per battaglione) a quelli previsti dalla dottrina italiana per la difesa in terreni ovunque percorribili.

In coì precaria situazione, il Comando di Armata riteneva di dover tenere alla mano riserve di una certa consistenza (gruppi di intervento) per poter contrapporre una adeguata massa dove si fosse manifestao lo sforzo nemico. Ciò anche a costo di indebolire la posizione che in effetti altro non era che una linea di sicurezza rinforzata.

A questo criterio si oppose il Comando Gruppo Armate "B", che in sede di revisione del progetto di schieramento invernale ordinò esplicitamente di rafforzare la linea di difesa utilizzando la esigua parte degli elementi destinati ad essere tenuti alla mano.

L'8a Armata ai primi di agosto 1942 aveva preso in consegna, dalle unità tedesche inviate sul fronte di Stalingrado, un settore ampio circa 300 chilometri, successivamente ridotto a 270.

Il 16 agosto, in particolare, il II Corpo d'Armata rilevava le posizione del XXIX Corpo d'Armata tedesco che comprendevano, sulla riva destra del Don, una testa di ponte sovietica (ampia circa 11 km e profonda 10 km), nell'ansa tra Verhnij Mamon e Niznij Mamon, che i tedeschi non avavano eliminato durante la loro occupazione.

Un'altra testa di ponte sovietica sulla destra del Don era situata circa 30 kilometri a sud-est della precedente, nell'ansa di Krasnohorovka-Ogalev.

Il possesso di tali posizioni da parte dei russi, robustamente installati al di qua del fiume, sarebbe poi risultato utilissimo alle loro unità nell'offensiva del dicembre successivo contro l'Armata italiana. Nello schieramento dellArmata esisteva, poi, un tratto particolarmente pericoloso per la difesa, a causa dell'andamento della linea, ed era il tratto Novo Kalitva-Krasno Orekovo, presidiato dal II Corpo d'Armata (Divisioni Cosseria e Ravenna).

Il Gen. Von Weichs afferma poi testualmente: "........il Fuhrer ha particolare riguardo al settore dell'8a Armata come punto strategico molto delicato. Se noi fossimo i russi considereremmo quel settore come particolarmente adatto per un'azione sul nostro schieramento. Dopo la conclusione della lotta per Stalingrado, i russi cercheranno altri punti ove esercitare la loro pressione ed è possibile che durante l'inverno il settore dellArmata italiana sia teatro di importanti avvenimenti. Ma - soggiunge - i russi attaccano ora qua ora là con strani criteri".

Nonostante la "Direttiva 41" ed i convincimenti del Comandante del Gruppo Armate "B" sulla importanza e la delicatezza della linea del Don, nessun provvedimento fu tuttavia adottato dai tedeschi per potenziarne le difese, lasciando gli italiani a combattere da soli contro alcune delle più importanti unità dell'esercito sovietico.

L'inizio della battaglia fu detta dai sovietici "Piccolo Saturno". I sovietici riuscirono a realizzare una sorpresa di valore strategico, sferrando la loro offensiva in uno scacchiere, quello meridionale, e in un periodo, quello invernale, che i tedeschi nelle loro previsioni avevano scartato, e poterono concentrare grandi forze nel settore di rottura, scelto nel punto più debole del fronte contrapposto, dopo aver quasi del tutto sguarnito il resto della linea del Don.

Ciononostante l'attacco russo non preocedette così speditamente come era previsto nei piani operativi. Scrive, infatti, il Gen. D'Armata Radzievskij sulla Rivista Storico Militare Sovietica: "In seguito all'ordine n.306 del Commissario del Popolo per la Difesa, l'adozione di un solo scaglione nei dispositivi di tutte le unità tattiche creò momenti di crisi in alcuni tratti di sfondamento poiché né i reggimenti né le Divisioni avevano di che rinforzare o reiterare il primo urto iniziale. Ad esempio le Divisioni della 5a Armata corazzata non poterono effettuare con le proprie forze la rottura della prima posizione e creare quindi le premesse favorevoli all'inserimento dei Corpi corazzati nella battaglia. Simile inconveniente si verificò nella 6a e nella 1a Armata Guardie durante l'offensiva su medio Don. "Il rallentamento delle fanterie costrinse i comandanti ad immettere anzitempo le aliquote mobili nella battaglia. Questo fatto provocò considerevoli perdite in carri armati".

Da tale ammissione si può dedurre che tutte le 10 Divisioni di fanteria sovietiche in 1a schiera avevano subìto perdite così gravi da non essere più in grado di assolvere il loro compito offensivo, cioè la rottura delle difese del II Corpo d'Armata, senza l'impiego dei 754 carri armati delle unità corazzate e motorizzate concentrate sullo stesso fronte.

Ancora nella storiografia militare sovietica si legge che "... alla fine della giornata - vale a dire il 16 dicembre 1942 - le truppe della 6a Armata erano avanzati di 4-5 chilometri e quelle della 1a Armata Guardie di 2-3 chilometri".

Proprio la risposta adeguata dell'8a Armata italiana all'attacco sovietico indusse il comando russo a concentrare contro gli italiani il grosso dell'attacco sul Don.

L'ampiezza del settore da difendere, 270 km da Kamilschova a Vescenskaja, era eccessiva sia in senso assoluto, riferita cioè all'intera Grande Unità che poteva schierare in media una Divisione ogni 30 km di fronte, sia in senso relativo se si considera che il solo settore del II Corpo d'Armata (Divisioni Cosseria e Ravenna), prescelto dai sovietici per l'attacco, aveva un'ampiezza persino superiore ai 60 km. Dal raffronto di tali ampiezze con quelle indicate nella dottrina militare italiana dell'epoca, che stabiliva in 3-5 km il settore da affidare alla difesa di una Divisione di fanteria, risulta in quali difficili condizioni l'Armata abbia affrontato la battaglia.

La totale mancaza di riserve, dopo l'allontanamento delle Divioni tedesche 294a, 22a corazzata e 62a rese inevitabile la profonda penetrazione delle unità corazzate sovietiche e l'avvolgimento dell'ala destra.

L'ordine tedesco della difesa rigida del Don costrinse l'Armata ad operare secondo uno schema che, escludendo ogni alternativa alla difesa statica lineare, non solo offriva all'avversaio la possibilità di scegliere dovunque il tratto di settore in corrispondenza del quale sferrare il proprio attacco, ma impediva soprattutto alle unità schierate nei settori laterali di concorrere all'azione di arresto.

Elemento fondamentale della difesa, secondo gli ordini del Gruppo Armate "B", era la resistenza in posto sulla riva del Don, così da dar tempo ai tedeschi di accorrere per condurre il cosiddetto "contrattacco liberatore".

Lo svolgimento dei fatti dimostrò invece come le unità italiane, dislocate a cordone sul fiume, finissero logorate e distrutte dalla preponderanza delle forze sovietiche concentrate contro di esse.

L'arrivo dei reparti tedeschi per il contrattacco liberatore mancò nella maggior parte dei casi, o fu del tuttoinsufficiente e, comunque, tardivo.

Il rapporto delle forze in campo, è già di per se stesso eloquente, nella evidenza delle cifre, per affermare la schiacciante superiorità degli attaccanti sovietici sui difensori italiani.

Occorre tuttavia soggiungere che se alcuni rapporti di forza - come per i battaglioni di fanteria (5,75 a I) e per le artiglierie (6,13 a I) - entrano nella norma della dottrina bellica sovietica che vuole una superiorità per i suoi dispositivi di attacco di 4-6 a I (superiorità che, peraltro, è sempre maggiore di quella tradizionale del 3 a I), per le altre forze attaccanti - come per i battaglioni carri (15 a I), i carri armati (15,51 a I), i lanciarazzi multipli (200 a zero) ed i mortai medi e pesanti (II,6 a I) - il rapporto a favore dei sovietici appare di entità così elevata da trovare raro riscontro in altre battaglie. Se si valuta, ad esempio, la sola potenza distruttiva de lanciarazzi multipli schierati sul fronte d'attacco, senza consierare il fuoco dei mortai, delle artiglierie e degli aerei, si può meglio valutare il disperato impegno combattivo dei reparti italiani sia nei cinque giorni della fase di logoramento 11-15 dicembre, sia, soprattutto, nei giorni 16, 17 e 18 della fase di rottura del fronte, quando cioè il sacrificio sul posto, secondo la consegna, di interi reparti assunse gli aspetti drammatici dell'olocausto consabpevole, consumato stoicamente senza speranza di vittoria.

Gravissime le perdite in uomini, armi e mezzi:

  • caduti e disperi: 3.010 ufficiali su 7.130; 81.820 tra sottufficiali, graduati e soldati, su 221.875;
  • feriti e congelati: complessivamente, 29.690;
  • quadrupedi: l'80%;
  • automezzi: il 70%;
  • motomezzi: l'87%;
  • armamento di reparto: il 76% (circa);
  • artiglierie di vario calibro: il 97%.

L'attacco sovietico non impegnò, con schiacciante superiorità di forze e di mezzi, solamente la prima linea, i cui difensori avevano la consegna di resistere in posto e di non arretrare, ma sconvolse la intera area della battaglia con azioni aeree, di artiglieria, mortai e lanciarazzi pesanti, distruggendo comandi, reti di collegamento, unità automobilistiche e ogni forma di attività operativa e logistica.

Paolo Possenti

possenti@ragionpolitica.it

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