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Conclusionedi Paolo Possenti - 26 settembre 2003 Allo Stato Maggiore italiano apparve subito chiaro che il compito affidato agli italiani era ormai collegato strategicamente alla battaglia di Stalingrado. Se i tedeschi avessero avuto gravi difficoltà ad occupare la città (vero collegamento fra Europa ed Asia, nodo vitale per la sopravvivenza stessa della Russia) o peggio non vi fossero riusciti, le sorti della stessa guerra sarebbero state compromesse. Per l'Armir poi sarebbe stata la fine. Infatti Stalingrado è l'accesso a tutta l'area del Volga e del Caspio, in un punto dove il Don con la sua grande ansa fluviale si avvicina al Volga del quale nelle epoche passate era stato in quel punto il suo maggiore affluente. Un area strategica intimamente connessa dal punto di vista militare con lo schieramento sul Don la sua grande ansa giunge quasi a lambire il Volga. Con disciplina ed estrema rapidità le divisioni italiane si erano schierate nell'area assegnata dopo essere riuscite con aspri combattimenti ad annientare tutte le teste di ponte sovietiche sul Don salvo una che neppure le divisioni corazzate tedesche erano riuscite ad espugnare per la natura estremamente paludosa dei luoghi. Va sottolineato - a differenza di molte sciocchezze scritte a questo proposito - che la collaborazione fra tedeschi ed italiani fu in questa area strategica sempre ottimale anche nei momenti più terribili delle varie battaglie che divennero sempre più aspre e sanguinose con l'avvicinarsi della fine di novembre. Quando l'intera situazione del fronte divenne tragica poco più a Sud sulle rive del Volga dove le due grandi armate tedesche che assediavano Stalingrado erano rimaste assediate dal momento che Hitler aveva vietato loro anche la più limitata ritirata strategica, fu chiaro agli italiani che il prossimo obiettivo sovietico sarebbe stato la linea dell'Amir. Per i tedeschi era divenuta questione di vita o di morte rompere l'accerchiamento delle loro armate, che prese in una morsa di ferro dal sopraggiungere delle temibili divisioni siberiane (equipaggiate quasi per intero dagli americani tanto per ricordarlo per precisione storica a fronte di tanti mistificatori) erano divenute le più forti e agguerrite dell'intero schieramento del fronte. Ma dopo alcuni vari sforzi delle migliori divisioni disponibili, fu chiaro anche ai tedeschi che Stalingrado non avrebbe ceduto e che l'esercito di Paulus sarebbe stato sconfitto. Per i sovietici si imponeva perciò come contromanovra un'accerchiamento anche più ampio per poi prendere alle spalle le divisioni - in gran parte corazzate - che cercavano di soccorrere la VI e IV armata tedesca ormai accerchiata a Stalingrado. Perciò il grosso delle divisioni sovietiche non avevano altra scelta che sfondare sull'ansa del Don dove appunto erano attestati gli italiani rinforzati da una divisione corazzata tedesca, da varie divisioni ungheresi e da parte del corpo di armata romeno. Con temperature che da novembre cominciarono a scendere sotto i 20 gradi per raggiungere a Capodanno i 35 e persino i 40 gradi sotto zero, nell'inverso più freddo del secolo, le divisioni italiane inchiodate sulle rive del Don a schieramento rigido, senza carri armati, da contrapporre a quelli sovietici divenuti anche più numerosi e forti di quelli tedeschi, senza artiglieria anticarro adeguata, numericamente inferiori in ogni settore (vedi foto allegate) affrontavano una delle battaglie più sanguinose e terribili della loro storia. Dei circa 240.000 militari italiani presenti nelle zone di guerra ben 90.000 circa (89.577 secondo le fonti ministeriali con nomi e cognomi) perirono in combattimento, 11.000 tornarono dalla prigionia, un numero enorme furono i dispersi per lo più morti per il freddo atroce. Circa 80.000 sfuggirono all'accerchiamento sovietico spezzato con un epico contrattacco della divisione Tridentina che tenuta in riserva finì per diventare la punta di diamante dello sfondamento della sacca nella sanguinosissima battaglia di Nikolowskaia. Nel punto più tragico della battaglia al passaggio del terrapieno della ferrovia fortificato dai sovietici il corpo congelato del generale Martinat caduto in combattimento indicò per un giorno ed una notte la strada ai combattenti. Nel varco aperto dagli italiani in una carica all'arma bianca di tipo napoleonico passarono salvando la propria vita, decine di migliaia di soldati di varie nazioni: romeni, ungheresi, tedeschi ed altri ancora. Le vicende belliche che si svilupparono durante la battaglia del Don sono rimaste giustamente leggendarie e descritte in varie opere. Nessuna di queste però secondo noi ha messo in luce la disciplina, la dedizione e lo stretto legame fra soldati ed ufficiali come quasi mai si era visto in alcun esercito incluso quello tedesco, in quelle condizioni disperate. L'armata italiana del Don fu scientemente sacrificata fino alla quasi totale distruzione dallo Stato maggiore tedesco che non aveva altra scelta - sia detto ad onor del vero - che distogliere le truppe del Don, per salvare le proprie armate ormai assediate senza scampo a Stalingrado dall'ordine fatale di Hitler. Questo finalmente dovrebbero riconoscerlo anche i tedeschi, sulla scorta degli stessi documenti russi. Non vale neppure la pena di chiedere giustizia storica a certi storici occidentali, insipieti e malevoli denigratori sempre o quasi degli italiani (specie gli inglesi). La terribile vicenda di Stalingrado ha travolto tedeschi, italiani, romeni ed ungheresi: una vera tragedia europea nella quale solo il valore italiano in una tragica ritirata, riuscì a spezzare l'accerchiamento mortale delle armate sovietiche procurando la salvezza a decine di migliaia di soldati di varie nazionalità. Un ricordo speciale va alla divisione Tridentina uscita invittà dalla terribile battaglia. La pubblicazione del Ministero della Difesa dell'URSS afferma testualmente, quanto segue: "La mattina del 16 dicembre, dopo la preparazione d'artiglieria, le unità d'attacco dei Fronti Sud-Ovest e Voronez passarono all'azione. A causa della fitta nebbia, l'efficacia del fuoco d'artiglieria fu scarsa e gli aerei non poterono alzarsi in volo. Di conseguenza la difesa nemica risultò insufficientemente neutralizzata. Tutto ciò fece sì che le truppe in attacco incontrarono ben presto la resistenza organizzata dal nemico. "La progressione dell'attacco si sviluppò a ritmo lento. Le Grandi Unità fucilieri della 6a Armata e della Ia Armata Guardie riuscirono, dopo la prima mezza giornata, ad avancare soltanto di 2-3 km. In tale situazione i Comandi dei Fronti decisero di immettere nella battaglia i Corpi corazzati allo scopo di realizzare la rottura della zona difensiva tattica nemica. Tuttavia, nel tentativo di attaccare di slancio il nemico, i loro reparti avanzati incapparono nei campi minati e, subendo perdite, furono costretti a desistere dall'attacco. L'apertura dei varchi nei campi minati ritardò l'inserimento nella battaglia delle unità corazzate sino al mattino del giorno seguente. "Nella seconda metà del 16 dicembre, il tempo migliorò alquanto. L'artiglieria e l'aviazione dei Fronti intensificarono il sostegno alle truppe attaccanti. Aerei d'assalto e da bombardamento attaccarono gli schieramenti difensivi, i centri di resistenza, i Posti Comando e di osservazione del nemico. Sul cielo del campo di battaglia divamparono i combattimenti aerei. "Ciononostante le unità delle formazioni attaccanti non riuscirono ancora ad infrangere la zona difensiva tattica del nemico. Il nemico manovrava, aumentava di forza, impegnava attivamente la sua aviazione. "In analoghe condizioni si svilupparono i combattimenti anche nel settore della 3a Armata Guardie del Generale D.D. Leljuscenko, le cui Grandi Unità fucilieri incotrarono la ferma resistenza del nemico e non poterono assolvere il compito loro affidato per quel giorno. "Il mattino del 17 dicembre, dopo la preparazione d'artiglieria e l'intervento dell'aviazione, le Grandi Unità della 6a Armata e della Ia Armata Guardi rinnovarono l'attacco. "In stretta cooperazione con esse attaccarono i Corpi corazzati, i quali si inserirono nella battaglia in successione: all'inizio, furono immessi i Corpi corazzati XXV e XVIII, quindi il XVII e XXIV. L'avanzata delle Grandi Unità corazzate era appoggiata in profondità da un massiccio fuoco d'artiglieria ed anche dall'aviazione, allora assai attiva. "Superata la caparbia resistenza del nemico (italiano) e respinti i suoi accaniti contrattacchi, le unità della 6a e Ia Armata Guardie infransero, al termine del secondo giorno, la zona difensiva tattica e avanzarono per 20-25 km. "Il nemico oppose una resistenza particolarmente ostinata il 18 dicembre sulla linea difensiva d'Armata la cui rottura aprì alle unità sovietiche la strada a tergo delle principali forze dell8a Armata italiana. "Le Grandi Unità italiane, e quelle tedesche con loro operanti, iniziarono a ripiegare verso sud e sud-est": Ci sembra che solo le scarne parole - solo in apparenza aride e limitative - rendano giustizia non solo all'eroico comportamento dei soldati e degli ufficiali italiani - realtà questa mai da nessuno negata - ma rivelano che gli ordini terribili impartiti dallo Stato maggiore italiano furono eseguiti alla lettera. Oltre l'ottanta per cento degli italiani schierati in prima e seconda linea morirono sul posto. Inoltre nella ritirata anche i reparti semi distrutti non si sabdarono né gettarono le armi, ma cercarono sempre di riogranizzaresi o almeno di riunirsi ad altri corpi che avevano potuto mantenere una qualche unità operativa. Nella ritiriata la "massa umana" che si muoveva dietro la Tridentina è stata sempre impropriamente definita in questo modo. I collegamenti organici fra reparti e grandi unità (o meglio quello che ne era rimasto) erano certamente saltati, ma era rimasta una disperata volontà di non arrendersi di tenersi il più possibile uniti per uscire dall'accerchiamento del quale tutti erano consapevoli. Non va dimenticato che sull'esempio degli italiani anche i reparti ungheresi sopravvissuti, i romeni ed anche alcune decimate unità tedesche con alcuni preziosi carri armati, si ritirarono in realtà combattendo ed impedendo ai russi quella vittoria totale che avrebbe travolto davvero l'intero fronte russo. La necessità per l'armata sovietica di distruggere interamente l'esercito multinazionale - sostanzialmente diretto dagli italiani - rallentò enormemente le operazioni russe consentendo ai tedeschi ri riorganizzarsi molto più ad occidente su un fronte più breve e più difendibile. La battaglia di sfondamento di Nikolaieska vinta dagli italiani nelle terribili condizioni ambientali dell'inverno russo, ricorda in qualche modo seppur in maniera molto maggiore e più sanguinosa, la battaglia napoleonica di Malo-Jaroslavez, alle porte di Mosca nel 1812 quando l'esercito d'Italia consentì ai francesi di svincolarsi all'aggiramento russo e proseguire in una ritirata che avrà parimenti come quella tedesca 130 dopo esito catastrofico. In realtà fu proprio l'ARMIR a scrivere una delle pagine più nobili ed eroiche della II° Guerra Mondiale, dimostrando che anche per l'Italia gli eventi più terribili e decisivi del Conflitto si svolsero più sulle rive del Don e nelle sterminate pianure russe che in Nord-Africa. Fu in Russia infatti che andò veramente perduto il meglio dell'esercito italiano e dell'eroica Armata alpina. Fu la perdita dell'ARMIR inoltre che convinse il Re e lo Stato maggiore italiano che la guerra era veramente perduta. La storia non si fa con i se, ma appare chiaro allo storico che se un Esercito come ARMIR non fosse andato distrutto, l'Italia molto probabilmente non avrebbe subito l'ignominioso 8 settembre. Paolo Possenti possenti@ragionpolitica.it |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore editoriale: Alessandro Gianmoena, Direttore responsabile: Aurora Franceschelli, Redazione: Gianteo Bordero © 2003-2009 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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