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I memoriali di Raffaello Riccardi: così lontani, così vicinidi Remo Viazzi - 27 settembre 2003 Nell'ultimo anno ho avuto la fortuna di occuparmi dell'Inventario dell'Archivio di Raffaello Riccardi, elemento di spicco prima, e fin da giovanissimo, del partito fascista marchigiano, quindi della compagine di Governo. Fu Sottosegretario all'aeronautica e alle Comunicazioni prima di diventare, tra il 1939 e il 1941 Ministro per gli Scambi e le Valute. Economista di buon livello e stimato anche su scala internazionale, ebbe un ruolo importante nel sostenere la politica autarchica decisa da Mussolini, specie dopo le sanzioni contro l'Italia inflitteci a seguito della Campagna d'Africa: in quegli anni Riccardi era il Presidente dell'Istituto Nazionale per i cambi con l'estero, un'altra poltrona prestigiosa. Oggi le cinque buste che compongono il suo piccolo archivio sono conservate presso la Wolfson Collection di genova, grazie alla lungimiranza di Mitchell Wolfson, collezionista americano, che acquistò i documenti a Napoli. Tra questi si segnalano due importanti manoscritti, redatti l'uno nel febbraio, l'altro nel novembre del 1946, nel corso dei quali Raffaello Riccardi racconta le "sue" verità. Oltre trecento pagine scritte di suo pugno, che analizzano la parabola del fascismo in Italia e quella personale dell'autore con ricchezza di particolari, una certa obiettività e serenità di giudizio, cui è da aggiungere - per la verità - qualche concessione di troppo ad uno stile enfatico, ridondante e talvolta sentenzioso, tipico dell'oratoria fascista. Il Mulino, che ha coraggiosamente intrapreso l'opera di pubblicare le testimonianze e i diari di alcune delle figure centrali del Ventennio fascista, sembrerebbe intenzionata a dar voce anche a Raffaello Riccardi e ha mostrato il giusto interesse nei confronti del suo lungo Memoriale. Il mestiere di archivista non consente di entrare nella dovuta confidenza con questa tipologia di documenti; l'analisi non può mai essere troppo dettagliata e in questo caso la mole del manoscritto era troppo ponderosa per permetterne una lettura integrale, ma mi sono bastate poche pagine per coglierne l'importanza e per apprezzare l'onestà intellettuale di un uomo che aderì al fascismo senza sposarne né condividerne gli eccessi. Le sue riflessioni mostrano l'entusiastica giovanile freschezza con cui Riccardi si accostò al programma sociale del fascismo, l'indipendenza del suo pensiero, il coraggio con cui portò avanti le sue idee anche quando queste lo posero in aperto conflitto con Mussolini, il rifiuto di avere una parte nel Governo della Repubblica Sociale. Proprio le pagine che egli dedicò all'analisi dell'Italia tra il luglio del 1943 e il novembre 1946 sono le più pregnanti per la loro acutezza e per certe "facoltà divinatorie". Nell'affrontare i temi scottanti dell'Italia dell'immediato dopo guerra Riccardi mostra una lucidità che trova conferma nei dibattiti sociali, culturali e politici che animano ancora oggi - a sessanta anni di distanza - i salotti, i giornali e i talk show del nostro Paese. Nell'attesa che il Mulino, o chi per esso, fornisca agli storici e agli appassionati la versione integrale del Memoriale Riccardi, Pagine di storia cercherà - di tanto in tanto - di selezionare alcune delle riflessioni più interessanti e attuali del Riccardi, cominciando da questa, del novembre 1946, che mi pare non abbia bisogno di commenti. «Del resto il fascismo - stoltamente accusato d'essere un regime reazionario, proclive alla dittatura del capitalismo, schiavista agrario e amoreggiante con misteriose forze plutocratiche - compì sul terreno sociale realizzazioni così progressive che lo pongono sul piano del più ortodosso socialismo. La statolatria del fascismo è il solco perimetrale su cui vorrebbero edificare i sociologi ed i filosofi di estrema sinistra. Fuori dalla statolatria non c'è che il liberalismo politico ed il liberismo economico, eredi di quella destra storica che dal 1830 al 1922 indirizzò e alimentò così lungo momento del pensiero, della coscienza e della prassi nazionale. Tutta l'Europa, Inghilterra laburista compresa, sembra aver pronunciato una inappellabile sentenza in fatto d'indirizzo sociale, ma l'America ci ammonisce che il grande ciclo liberale non è ancora concluso. Tanto più che siamo ben lontani - oggi più di ieri - da ogni e qualsiasi sia pur relativa perequazione nella distribuzione della ricchezza mondiale fra i popoli della terra. Una sentenza della scolastica medievale, ripresa da più antica saggezza, ricorda agli uomini e ai loro reggitori che "la virtù sta nel mezzo". Farne tesoro significa aderire alle leggi naturali che governano lo scibile umano. Statalismo e privata iniziativa possono coesistere, basta delimitarne i compiti rispettivi di attività, evitare le fatali interferenze, indulgere ai non meno fatali errori e sancire la norma non per impulso teorico, ma in ossequio agli ammaestramenti della pratica la quale sovente è di per se stessa normativa.
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Ragionpolitica, periodico on line n.24 del 26/9/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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