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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il potente richiamo della crisi. Appunti per una lettura della poesia di Ivano Ferrari

di Raffaele Iannuzzi - 3 ottobre 2003

Chi è Ivano Ferrari? Verrebbe da dire con il don Abbondio manzoniano: Carneade, chi era costui? Ferrari è forse il Carneade della poesia italiana, l' ultimo arrivato, il meno noto e, quindi, il meno dotato di talento?

Non credo affatto e vorrei proporre alcuni appunti per richiamare l' attenzione dei nostri lettori sulla poesia di Ivano Ferrari.

Nato a Mantova nel 1948, Ferrari ha pubblicato due raccolte significative di versi, un poemetto intitolato Macello, compreso inizialmente nell' antologia Nuovi poeti italiani, in seguito pubblicato nella prestigiosa "Collezione di poesia" della Einaudi, ed una raccolta di versi decisamente potenti e ricchi di carica simbolica, La franca sostanza del degrado, sempre nella "Collezione di poesia" Einaudi, 1999.

Di quest' ultima opera poetica, di notevole spessore linguistico, si è anche occupato un altro importante e contraddittorio scrittore italiano dell' ultimo decennio, Antonio Moresco, con il quale ho avuto una serie di contatti telefonici ed epistolari (questi ultimi piuttosto burrascosi).

Moresco è amico intimo di Ferrari e stima molto il suo talento, devo dire che lo scrittore, mantovano come il nostro poeta, ha ragione: Ferrari merita decisamente attenzione. La franca sostanza del degrado non è stato degnato neppure di uno sguardo dai quotidiani nazionali, nessuna recensione, neppure un trafiletto a piè di pagina nelle terze pagine; siamo alle solite: se un autore è veramente libero e scapigliato, nel seno creativo del termine, cioè se è effettivamente un uomo geniale capace di creare suggestioni nuove ed aprire paesaggi simbolici inediti, allora la cultura radical-chic nostrana lo bolla come "marginale", perché ciò che è "centrale" e "fondamentale" viene da lei deciso sulla base dell' appartenenza alle scuderie del culturame progressista. Ferrari, per l' appunto, è assolutamente anti-progressista, anzi ha degli accenti quasi degni dell' ultimo Prezzolini, un pò apocalittici, ma decisamente affascinanti. La sua poesia canta il degrado della civiltà contemporanea, senza retorica, però, con un fondo di asciuttezza vibrante e raffinata, a tratti carica di pathos, mai stucchevole. La lingua di Ferrari, osserva Moresco, è "densa, dolce e violenta, di grande ricchezza e maturità poetica, con un forte senso di pieno, tutta attraversata da improvvisi e spiazzanti cortocircuiti mentali. Un movimento che prende dentro nello stesso tempo la più totale e materica concretezza e lo sfondamento improvviso. Una musica breve, contratta e senza ritorno" (L' invasione, Rizzoli, Milano, 2002, p. 40). Giudizio carico di verità, assolutamente condivisibile. Basta aprire la raccolta di versi, anche a caso, e leggere:

"Passa la carne tagliata a stella

su fogli bianchi

di tanto in tanto la grafia dei gesti

induce coi piedi per terra

a passi veloci verso Dio

su corde d' altalena".

Ancora, con struggente rapimento estatico:

"Essere di nuovo vinti

inghiottiti per amore

nulla di personale

saluto alla bandiera".

Ho trovato assonanze, in questo poderoso magma poetico, in un autore dei Caraibi, premio Nobel per la letteratura, Derek Walcott; un altro autore che generava tonalità ad un tempo così dense e simboliche era il Thomas S. Eliot della Terra desolata. Ferrari regge bene il confronto, a mio personale avviso, e, per leggerlo con uno sguardo adeguato, occorre riprendere la verità espressa proprio da Walcott nei versi della Mappa del nuovo mondo (Adelphi, Milano, 1992): "Per cambiar lingua devi cambiar vita". Vale la pena di tentare, immergendosi dentro il mare profondo dei versi di Ivano Ferrari.

! Raffaele Iannuzzi
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