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Le verità nascoste di una storia tutta partigiana.di Chiara Montorsi - 10 ottobre 2003 Se fosse vero l'assunto marxiano secondo cui la storia viene scritta dalla classe dominante, la storia dell'Emilia, culla del movimento partigiano e delle Brigate Rosse, ancora oggi governata dall'amministrazione di sinistra, la storia post-bellica di questa regione, dovrebbe essere stata tramandata in modo, per l'appunto, fazioso...partigiano. Sarebbe in effetti così, se non esistesse nessuno che avesse il coraggio di tramandare alle generazioni successive, le testimonianze ed i ricordi di atrocità partigiane, salvaguardate da omertoso silenzio. Non esiste infatti argomento più scottante, del ricordo e della denuncia di atroci e immotivati delitti....la cui memoria sopravvive nei cuori di una generazione sofferente e silenziosa, che aspetta forse la fine dei propri giorni per evitare di prendere posizione rispetto a questi dolorosi ricordi. Alludo agli immotivati delitti, in terra emiliana, di preti, di cattolici, di parte della popolazione non fascista me nemmeno partigiana/comunista, nonché delle "mezze figure" fasciste (non dei grandi colpevoli immediatamente fuggiti) uccisi atrocemente e freddamente, per risentimento, nella foga vendicativa e rivoluzionaria; alludo a fatti di cui i nonni di molti di noi giovani sono testimoni...(o addirittura ancora autori?)...silenziosamente e impunemente sopravvissuti grazie proprio all'omertosa copertura di quella che è, ancora oggi, la classe politica dominante in Emilia. Oggi si studia dai libri di storia, che la Resistenza fu un movimento molto complesso: di liberazione contro i tedeschi, di guerra civile fra italiani (tra fascisti e antifascisti) e, infine, una guerra di classe, da parte di molti operai e contadini che la combatterono. Quale guerra civile, la Resistenza fu l'epigono, la fase culminante di una guerra iniziata nel 1919, combattuta tra gli italiani che volevano la libertà e quelli che volevano instaurare la dittatura socialista. In questo senso la Resistenza divenne un palesarsi della lotta antifascista condotta fino al '44 da gruppi di comunisti clandestini, generando una invitabile e confusa commistione di metodologie e finalità della lotta stessa. La storiografia resistenziale (ammette pacatamente Il Lepre) ha contribuito a creare una leggenda della Resistenza che ha portato ad una sottovalutazione delle scelte che furono compiute da quanti presero le armi in quegli anni....quando la situazione era più confusa e complessa di quanto sia apparso, successivamente, nella memoria. Memoria, memoria storica. Quale memoria? Quale storia? Rossana Maseroli Bertolotti, con encomiabile coraggio, dedica un libro, che in realtà è un rigorosissimo documentario storico, alle "Ragioni dei vinti", illustrate dai giornali dell'epoca, tra cui la Gazzetta di Reggio e l'Unità, e dalle testimonianze autografate di alcuni sopravvissuti. E' in onore e rispetto della volontà di questi testimoni, che sto scrivendo questo articolo...poiché ciò che queste persone hanno con sofferenza gridato, pur potendo additare chiaramente facendo nomi e cognomi dei colpevoli, è: "Nessuno di noi chiede vendetta: tutti noi chiediamo che la giustizia si manifesti attraverso la proclamazione delle verità storiche"...proclamazione, questa, che non avviene mai...mai nei discorsi commemorativi del 25 aprile delle piazze emiliane, mai nei discorsi didattici tenuti ai nipoti di queste persone nei licei, mai nelle mostre celebrative della Resistenza stessa. Non potrei trovare parole migliori, di quelle utilizzate dalla sociologa reggiana, per descrivere con fredda delicatezza, fatti altrimenti indescrivibili, che zittiscono ogni lingua e ogni coscienza, chiedendo il beneficio dell'oblìo. Così la Bertolotti narra di una -"lontana primavera" (quella del 1944) che andava a morire dissolvendosi in una estate di sangue in cui uomini, spesso a viso coperto, si presentavano nelle residenze di ex fascisti, li prelevavano e, con la scusa di doverli accompagnare al comando partigiano, li facevano sparire, non prima di averli sottoposti a sevizie e spoliazioni (raramente ad un cadavere è stato trovata addosso la fede nuziale). Questi uomini si sentivano giustificati da un'ideologia di violenza, ma erano confortati dagli incoraggiamenti di Dolores Ibarruri che, ad una manifestazione comunitaria di Valencia, aveva affermato "meglio condannare cento innocenti che assolvere un colpevole...". A più di mezzo secolo dalla fine della guerra, il ricordo del terrore è rimasto: una memoria paralizzante che continua a pesare sugli animi. Il socialismo reale non è stato realizzato (in Italia ndr), per nostra fortuna, ma la tragedia che in suo nome è stata consumata continua a pesare sulla vita di milioni di persone. I crimini di quell'immediato, e non solo, dopoguerra, non sono mai stati sottoposti ad una valutazione legittima, né dal punto di vista storico, né da quello morale. Ormai gli storici sono d'accordo che non si è trattato di schegge impazzite, né di incidenti di percorso, ma di un feroce sistema di repressione. Nel 1945, il Tribunale di Norimberga, istituito per crimini nazisti, nell'art. 6 identifica più in generale il crimine contro l'umanità quale "...ogni assassino, ogni atto inumano commesso contro qualsiasi popolazione civile, prima e dopo la guerra, o, anche, persecuzione per motivi politici e religiosi..." Il codice penale francese, nel 1992, recita: "....rientrano nei crimini contro l'umanità le deportazioni...le esecuzioni capitali o sommarie, i sequestri seguiti dalla scomparsa delle persone rapite, le torture, gli atti disumani ispirati a motivazioni politiche, razziali o religiose...." Queste definizioni, universalmente accettate da tutto il mondo civile, possono essere riferite a certi atti criminosi eseguiti nel reggiano nell'immediato dopoguerra. Le testimonianze su quesi crimini hanno un'eco molto debole nell'opinione pubblica, che, troppo spesso, rifiuta di sapere. La verità è stata per decenni occultata e le ragioni di questo comportamento sono molteplici: innanzitutto la costante volontà dei carnefici di far scomparire le tracce dei loro crimini e di giustificare ciò che non potevano nascondere. Quando proprio è stato impossibile nascondere la verità, gli assassini si sono giustificati falsando i fatti, ma i fatti sono sotto gli occhi di tutti: basta non girare la testa. Non si mette in dubbio, e va sottolineato, il valore ideologico della Resistenza: quello che occorre ribadire è la necessità di far luce su avvenimenti che di resistenziale non hanno nulla ed anche- e purtroppo non è facile- ammettere che non si trattava di schegge impazzite, ma di un sistema. Bisogna rivedere la storia di un progetto fallito.- Bisogna riscrivere una storia della Resistenza che non sia solo partigiana (nel senso di ex parte); bisogna farlo nelle commemorazioni, nei musei, nelle manifestazioni, nei libri di storia, nelle lezioni di storia; bisogna rendere giustizia a tutte le vittime di quei roventi anni; bisogna condannare moralmente tutti i rei; bisogna integrare e correggere la memoria storica; bisogna forse azzerare un triste gioco che a somma zero non è. Chiara Montorsi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.26 del 10/10/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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