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Leggendo le reazioni al mio articolo sul commercio "equo e solidale"...di Anna Bono - 10 ottobre 2003 ...per prima cosa devo dire che mi sono confermata nel fatto, d'altra parte a mio avviso inevitabile essendo io una liberista convinta, che l'equosolidale (comes) ha una funzione quando, lasciando l'impostazione ideologica, si organizza secondo le leggi del mercato e diventa in certe realtà un mezzo di accesso e di transizione al libero mercato, ovvero un'attività di cooperazione allo sviluppo. Ritengo però che, così come il microcredito e altre iniziative di cooperazione, non dia necessariamente dei frutti durevoli nel medio e lungo periodo (e peraltro questo dipende molto dalle intenzioni dei produttori beneficiari e dei loro governi) specie quando, per esempio, consiste nel pagare, a certi produttori, il caffè il doppio del prezzo del mercato il quale prezzo è il risultato di un rapporto tra domanda e offerta (è superfluo, ad esempio, ricordare che sul prezzo mondiale del caffè ha inciso l'incremento di produzione in Vietnam, e non la cattiveria di qualcuno... e anche che pagare di più induce altri agricoltori a produrre caffè o gli stessi a produrne di più aumentando il divario tra domanda e offerta e facendo scendere ulteriormente il prezzo generale del prodotto). Quando si negano e alterano le leggi del mercato e della libera concorrenza, il rischio, tra l'altro, è che, nel caso la cooperazione si interrompa per mancanza di fondi, per scelte diverse o altre ragioni, i beneficiari possano trovarsi al punto di partenza, incapaci di sostituirsi ai cooperanti e di trovare altri intermediari alle stesse condizioni. Si instaura cioè una dipendenza assoluta, e catastrofica, a meno che invece i produttori abbiano saputo acquisire capacità organizzative, amministrative e, naturalmente, prima di tutto produttive che permettono loro di realizzare merci competitive (come la celebre cooperativa UCIRI). Il comes peraltro, in quanto cooperazione allo sviluppo dei paesi poveri, non è equo e solidale, in alternativa a una realtà iniqua, se non eventualmente nel senso che sono iniqui, a nostro modo di vedere, il modo di produzione e i rapporti politici, sociali ed economici che regolano la vita in quei paesi. La cooperazione allo sviluppo è semplicemente un tentativo generoso e anche accorto, o dovrebbe esserlo, di contrastare malgoverno, ostacoli culturali, tradizioni e innescare se possibile processi duraturi di crescita economica, introducendo innovazioni tecnologiche e sociali che aumentano la produttività del lavoro umano e la possibilità di estenderne i benefici a un maggior numero di persone. Per quel che ho capito, solo se provoca cambiamenti strutturali nel modo di produzione è efficace, se no attenua soltanto i sintomi della povertà e nel tempo ingigantisce il problema. La misura dell'eventuale successo delle attività comes è e sarà comunque data dalle vendite e che si tratti di un successo duraturo dipende dalle motivazioni che inducono all'acquisto. Soprattutto nei negozi, può darsi che le merci equosolidali attirino molto i clienti per solidarietà e senso di colpa (magari è più caro, magari non ne hai tanto bisogno...ma è una buona azione; si punta anche sul biologico, mi pare: a Padova, credo, è nata la prima gelateria equobiosolidale). Ma la gente è generosa e caritatevole finchè vuole e finchè può. In qualunque momento può decidere che non vuole. Raggiunta una certa soglia, comunque non può perchè la carità è consumo, di per sé non aumenta la ricchezza complessiva, ma la distribuisce soltanto diversamente, riducendo la disponibilità economica di chi la offre senza garanzie che diventi capitale nelle mani di qualcun altro...l'avevano già capito i Benedettini... Il debito estero accumulato da certi paesi poveri, ovvero i soldi che non ci restituiranno mai e che non hanno creato posti di lavoro e crescita economica, dovrebbe insegnarci qualcosa... Se invece qualità, costo e varietà si riveleranno la motivazione prevalente all'acquisto, allora diventeranno punti di vendita come tutti gli altri, perfettamente autosufficienti. Nel frattempo, e per fortuna lo ammettono anche gli interessati, possono e devono contare sul fatto di essere cooperative, onlus, associazioni... e di ricevere perciò donazioni e finanziamenti e di poter impiegare volontari non pagati: tutto perfettamente legittimo, chi dice il contrario, ma, mi si permetta, non come situazione permanente; perché allora vuol dire che non funzionano (perché continuano a dipendere da apporti di surplus prodotti nei paesi ricchi: e dov'è lo sviluppo, allora?) e perché nel frattempo, e purtroppo, creano difficoltà e preoccupazioni a chi produce e vende prodotti simili, senza contributi se non dalle banche e senza volontari, neanche per un minuto al giorno, e che subisce queste iniziative come una concorrenza insostenibile e ingiusta. Altrimenti, comunque si chiamino, si tratta di imprese che hanno trovato il modo di abbattere i costi di trasformazione in merci di certi prodotti e quindi di pagare di più i produttori, il che non è né equo né solidale, è semplicemente fattibile, grazie alle innovazioni tecnologiche e alla globalizzazione: risultato di sana concorrenza che premia tutti, il trionfo appunto del libero mercato. Può darsi che equo e solidale sia ormai diventata un'etichetta che contiene troppe realtà e persone diverse. Ma, consultando decine e decine di associazioni e cooperative italiane, non ho trovato un solo documento propositivo e informativo - cartaceo e su web - che non proceda dal presupposto che i rapporti nord sud, il mercato, il sistema economico occidentale comportano lo sfruttamento di uomini, e natura, e che da ciò i poveri vadano "liberati". Ho quindi descritto il funzionamento e le intenzioni dell'equosolidale così come spontaneamente si presentano al mondo, con il suo linguaggio e i suoi argomenti. Passando dai documenti al contatto diretto il messaggio non cambia nella sostanza, diventa a volte più enfatico e confuso. Nei punti di vendita, dove comes incontra quotidianamente il pubblico, il valore delle merci, secondo le parole dei gestori, sta nel fatto che sono state prodotte nel rispetto del fattore umano e non secondo la logica del profitto che domina il nostro sistema all'insegna del dio denaro, tutelando il rapporto antropologico dell'uomo con la terra, da persone che sanno ancora lavorare per vivere e non, come noi, vivere per lavorare, seguendo tempi e modi di produzione a misura d'uomo e non di mercato, e con ciò si spiega, valorizzando il prodotto, l'assenza di un articolo che la settimana prima c'era e eventuali imperfezioni riscontrate nelle merci (un po' come in certi negozi specializzati in prodotti biologici): il tono cambia da persona a persona, e cambiano anche le espressioni usate (dipende dal carattere e dalla padronanza degli argomenti) ma, di nuovo, non la sostanza. Questo comes espone bandiere arcobaleno della PACE e aderisce a campagne del movimento no global (eloquenti a questo riguardo i link dei siti web equosolidali) secondo il quale la fame si elimina con una più equa distribuzione delle risorse (il 20% della popolazione consuma l'80% delle risorse...), la povertà con la Tobin tax e con la cancellazione del debito estero dei paesi del terzo mondo, l'Aids in Africa distribuendo gratuitamente i farmaci... che crede nella teoria dell'impronta ecologica, demonizza le multinazionali, vuole a tutti i costi il protocollo di Kyoto, il bando degli OGM, il boicottaggio di Nike, Nestlé, fiori, diamanti e coltan... La conferma di ciò che dico è data dal contenuto delle lettere di protesta ricevute dalla redazione della rivista ragionpolitica.it e pervenute alla mia casella postale. Spero che la redazione possa e voglia consentirne la visione a chi lo richiedesse. Se equosolidale vuol dire anche altro e altri, e mi fido, come possono non sapere che affidano la loro immagine a persone che definiscono il liberismo selvaggio, il sistema economico occidentale perverso e il mercato iniquo: che cioè, nel farsi agenti di sviluppo, rigettano il modello che garantisce il maggior benessere materiale, intellettuale e morale al maggior numero di persone? E come possono non sapere che il comes, tanto per scegliere una notizia recente, ha aderito al programma del vertice alternativo a Cancun svoltosi a Riva del Garda nel quale "si è sottolineata l'illegittimità del vertice WTO di Cancun dove si tenterà di imporre con la complicità europea un rafforzamento del modello neoliberista senza la partecipazione dei cittadini e a spese dell'umanità, consegnando ai privati e alle multinazionali, servizi e beni essenziali dall'acqua all'agricoltura, dall'energia ai trasporti, dalla scuola alla sanità, beni e diritti che non possono essere oggetto di mercificazione e speculazioni. L'altra Europa, quella che vogliono i movimenti è "quella del no deciso alle politiche di protezione in agricoltura, alla revisione dell'accordo sui servizi pubblici, alla privatizzazione della scuola e della sanità". (http://www.altromercato.it, grassetti nel testo). Mi auguro che persone responsabili prendano in mano le attività comes o che lo abbiano già fatto e si svincolino dagli altri, perché chi pensa che il difetto siano il mercato e la globalizzazione sbaglia e quindi, sbagliando, non può che adottare rimedi inutili o addirittura controproducenti. Non so immaginare come creda di risolvere il problema della povertà (perché di questo si tratta, spero) chi scrive: "oltre le cazzate che avete scritto (ma tanto questo messaggio non lo pubblicherete mai perchè siete servi dei servi dei servi dei peggiori neofascisti) il commercio equo importa anche da CUBA e fanculo ai vostri embarghi e alle vostre guerre "giuste" di merda!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!"); oppure chi, pur mostrando onesto impegno, non sa neanche che cos'è l'economia di sussistenza ("un'economia di sussistenza genera già il fabbisogno necessario ad una certa comunità, quindi il comes non può essere, nel peggiore dei casi, che un piccolo surplus per qualche acquisto ulteriore"???), considera le "monoculture" (se ho capito bene intende dire le "monoproduzioni" in generale) un attentato alla libertà e all'indipendenza (e le cascine italiane che producono solo peperoni, fragole o mele? e le fabbriche che producono solo scarpe o candele???), e non capisce che prodotto scadente e prodotto non competitivo per rapporto qualità e prezzo sono due cose diverse (per inciso: limitando l'intervento comes a integrare l'economia di sussistenza invece di sostituirla - come sostiene un volontario - i produttori comes dove troveranno mai i soldi per gli occhiali, le terapie ormonali, le cure odontoiatriche, la coronarografia, le tasse scolastiche dei figli...?) È un marchio pericoloso quello che per vendere formula giudizi morali negativi nei confronti della concorrenza (e tra l'altro nei confronti dei potenziali clienti che fanno parte del sistema economico e sociale avversato!); ed è una grossa responsabilità legare il destino di gente che dispone di margini ristrettissimi di sopravvivenza (altro che avere il fabbisogno necessario! se no, che se ne farebbero del commercio equoesolidale?) a persone ostili alla civiltà che ha avuto più successo nel produrre risorse e/o incapaci di capire e quindi di insegnare, se pensano che tutto si spieghi in termini di sfruttati e sfruttatori, come si produce il benessere in cui viviamo. Per finire, credo sulla parola al fatto che comes non finanzi più progetti antioccidentali comunisti e sono pronta a fare ammenda sulla questione della sicurezza dei generi alimentari che, se è garantita, è davvero una grande conquista in termini anche sociali, almeno per quanto riguarda l'Africa, cioè indice di un cambiamento culturale che non avevo colto. È chiaro che la mia obiezione riguardava non i prodotti destinati alla grande distribuzione: come Knorr, Néstlé e Del Monte, quando si tratta della lavorazione di grandi quantità di prodotti, immagino che anche comes conti su fabbriche di trasformazione nelle quali è possibile imporre il rispetto di norme fondamentali di igiene. Mi riferivo invece alla piccola produzione affidata a artigiani e piccole industrie locali: ad esempio, di marmellate e conserve. In 12 anni di esperienza personale e diretta e altrettanti di contatti costanti con persone che a vario titolo lavorano in Africa, l'assillo - mio e di cooperanti, missionari, medici, insegnanti, esercenti...di mia conoscenza, vivendo tra colera, epatite, peste, dengue e ebola - è stato proprio l'igiene e come impedire che, appena voltati gli occhi, qualcuno ometta di rispettare qualcuna delle norme che la tutelano: in scuole, ospedali, negozi, alberghi e ristoranti, laboratori artigianali...al punto da rinunciare ad alcune attività di trasformazione anche per il mercato locale per paura di non riuscire a garantire, per esempio, la perfetta sterilizzazione dei barattoli o l'uso di acqua sempre potabile. Se le imprese comes ci riescono, e non ho motivo di dubitarne vista la reazione scandalizzata alla mia osservazione, è un grosso passo avanti anche in termini di prevenzione sanitaria perché vuol dire che ci sono fasce di popolazione africana che stanno introiettando i concetti di contagio e di igiene (invece di temere stregonerie e impurità), a tutto beneficio della loro salute: e questo è un ottimo risultato.
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Ragionpolitica, periodico on line n.26 del 10/10/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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