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La vita come palestra dell' anima. La poesia di Giorgio Capronidi Raffaele Iannuzzi - 17 ottobre 2003 Giorgio Caproni è un poeta gigantesco, certamente uno dei più grandi del novecento. Nato a Livorno nel 1912, Giorgio Caproni crebbe a Genova dove, interrotti gli studi musicali, si volse presto alla letteratura. Richiamato nel '39, combatté sul fronte occidentale e restò con i partigiani in Val Trebbia fino alla Liberazione. Trasferitosi a Roma, fu critico della "Fiera Letteraria", del "Punto" e della "Nazione", oltre che fine traduttore. Nel 1982 l' Accademia dei Lincei gli ha conferito il Premio Feltrinelli per la Poesia. E' morto a Roma, il 22 gennaio 1990. Garzanti ha pubblicato quasi tutto di Caproni ed ha in catalogo le prose de Il labirinto e la raccolta di saggi La scatola nera. La mia attenzione si fissa sulla potentissima poesia di Caproni, che Garzanti ha raccolto nel ponderoso volume Tutte le poesie, (prima ediz. maggio 1999). Caproni ha sempre vissuto la poesia come immersione nel mistero della vita, fin quasi allo sprofondamento totale nei meandri del Senso e nel gorgo della Fede, ogni verso del grande poeta sprigiona una carica teologica pari all' adesione mistica al Mistero di Dio; direi anzi che in Caproni si può parlare di una teologia apofatica, ovvero di un linguaggio così pregno di sacro da voler rovesciare Dio dalla Sua croce fino a farlo ridiscendere dentro l' anima dell' uomo sofferente. Caproni non è né ateo né credente, è un ribelle mistico, un corsaro disincantato della vita, pronto a bestemmiare quel Dio lontano e nascosto che invoca. Apofatico significa privo di parola e di chiarezza espressiva, cioè silente, abbandonato alla lontananza della lingua umana; si tratta di una teologia in qualche modo negativa, un' adorazione blasfema di Dio, un' invocazione che soffoca la positività della fede per dilatare gli spazi del dramma della vita umana. Caproni si interessa della vita solo perché la vita riconduce sempre alla realtà nuda e cruda, l' unica di cui possa dirsi qualcosa; Caproni ama la sua Rina perché Rina è viva, esiste, lo guarda e lo riconosce... A RINA Senza di te un albero non sarebbe più un albero. Nulla senza di te sarebbe quello che è. Dio abita questa vita, crudamente terrena e, insieme, misteriosa; il Dio nascosto, di cui nulla si può dire, muove l' uomo a porsi il problema del senso dell' esistenza, ma questa radicale domanda non trova risposta adeguata e finisce per ridiscendere dentro l' alveo dei grandi desideri della persona: non vi è risposta, vi è solo inesausta ricerca dell' Assoluto. Caproni attraversa, quasi di corsa, il terreno metafisico coltivato da Schleiermacher, tutto sostenuto dall' idea della religione come intuizione dell' Assoluto, e giunge a toccare il bordo estremo di una sorta di mistica non credente, che configura il paradosso di un' invocazione ad un Dio che non si può più amare. Concludo citando alcuni versi densissimi, colmi di interrogazione teologica: Se Dio c' è o non c' è è questione secondaria. Il difficile è stabilire, ammessane l' esistenza, il suo rapporto con l' uomo. E', questa, l' immensa questione teologica di sempre che ha sempre affaticato le menti teologiche più grandi, specialmente quelli più immersi nel mare mistico della fede, da Agostino a Gregorio di Nissa; ma questa è anche la domanda che scortica il cuore dell' uomo contemporaneo, che non rifiuta certamente Dio, ma fatica a coglierne il legame con la vita di ogni giorno, quel legame che i vecchi e semplici contadini di cinquant' anni fa intuivano come immediata realtà.
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Ragionpolitica, periodico on line n.27 del 17/10/2003 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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