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numero 280
6 marzo 2008
 
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Addio Elisabeta, alfiere della libertà!

di Antonino Fortuna - 17 ottobre 2003

"La vita ha perso contro la morte, ma la memoria vince nella lotta contro il nulla"!

Con queste parole di Tzevtan Todorov, Stephan Cortois dava inizio al Libro Nero del Comunismo, mettendo atrocemente sotto gli occhi dei lettori la ferocia di una delle dittature più criminali che la storia ricordi, preesistente al fascismo e al nazismo e ad entrambe tenacemente sopravvissuta

L'America Latina, la Corea del nord, la Cina e soprattutto l'Europa dell'Est hanno assistito inermi per lunghi anni all'imperversare del terrore e della violenza materiale nonchè, quando questa si è affievolita, alla repressione quotidiana dei popoli mediante la censura dei mezzi d'informazione, il controllo delle frontiere, l'espulsione dei dissidenti.

Di sicuro tra i megalomani più decisi e sanguinari della seconda metà del Novecento, non può non essere annoverato Nicolae Ceausescu, l'uomo che, tanto per ricordare uno dei suoi atti vandalici e privi di stile, sventrò il centro storico di Bucarest per costruirvi nuovi edifici, sterminati viali. A lui, che controllava indisturbato tutti gli apparati di stato, era quasi impossibile opporsi, remargli contro significava essere catturati, deportati, derubati, uccisi, quasi come per gli studenti di Piazza Tien An Men, andare incontro ai carri armati voleva dire morte certa!

Bene, Elisabeta Rizea, la donna a cui i comunisti tolsero tutto, "mi hanno preso casa, famiglia, orto, affetti, sangue", lo ha fatto: ha resistito e ha permesso di respirare un alito di libertà al suo paese quando l'oppressione del regime toglieva i figli dal petto delle madri, sfoggiando, impavida, i suoi ideali e divenendo il simbolo della resitenza bianca prima e tra i fautori della caduta del regime filosovietico, poi. Non la terrorizzarono i tanti anni di galera, nè le torture e le persecuzioni, il suo coraggio non si arrese mai, la sua speranza si alimentò sempre di una fiammella inizialmente flebile, ma che prese gradualmente corpo fino a divenire luce vera!

Qualche giorno addietro, come in un famoso racconto del vangelo, però, su Nucsoara, villaggio contadino centocinquanta chilometri a nord di Bucarest (dove viveva dal 1997, quando, dopo ben sei anni dalla caduta del regime gli venne concesso di rimpatriare dall'esilio e aveva ricomposto l'anno scorso la sua tormentata vicenda esistenziale dinanzi all'ex re di Romania Emil Costantinescu), come per una eclissi lunare, è tornato il buio e il malumore ha ripreso ad albergare quasi ovunque all'interno della comunità: gli occhi di Elisabeta si sono chiusi per sempre, all'età di novantuno anni, i suoi "tremuli rai", testimoni della genesi della democrazia rumena, quegli stessi che avevano resistito, indomiti, alle storture del comunismo, hanno ceduto quasi d'incanto alla forza del tempo, al cui corso irrefrenabile, secondo una cruda realtà esplicata dal Foscolo, nessuno degli umani può resistere.

Così s'è ne è andata, fiaccata dall'età ma mai rassegnata, avvolta nel ricordo vivido dei suoi diritti violati; il suo cuore ha smesso di battere in un nosocomio di provincia, non lontano dall'amato orto che le era stato restituito dopo più di mezzo secolo di confisca, quello stesso che all'età di appena quattordici anni aveva cominciato a percuotere con i colpi della sua vanga, lasciando, lei giovane dalle indiscusse capacità, i banchi della scuola per problemi economici, pur non allontanandosi mai dalle letture, dalle passioni politiche, fino ad acquisire una cultura raffinata, seppur da autodidatta.

Erano anni '20: un'era molto difficile per la stabilità della Romania, con il trono che alternava abdicazioni ad improvvise restaurazioni e nel contempo si andava ad affermare il Partito nazionalista di Codreanu e dei suoi movimenti d'assalto.

Ma la guerrigliera Elisabeta doveva ancora mostrarsi agli occhi del suo popolo e saliva alla ribalta proprio negli anni ‘40, allorché si opponeva da nazionalista e monarchica all'annessione all'unione sovietica divenendo, insieme al suo compagno anticomunista, elemento di spicco degli irregolari che si organizzavano sui monti Fagaras.

Passava poco tempo ancora e veniva pubblicamente nominata nemica del paese insieme al marito: ma mentre lui riusciva a sfuggire dalle mani del regime, per Elisabeta si profilava il tempo duro dei sequestri, delle confische, della prigione e addirittura delle torture, dovute al rifiuto sistematico di collaborare con la dittatura che pure voleva adescarla come infiltrata e spia della Securitate, la polizia di Ceausescu.

Rispetto alla prima condanna, gli anni di carcere crescevano vertiginosamente: dagli iniziali sette divenivano venticinque nel 1961, quando veniva pescata ad ordire trappole insieme all'anticomunista Gheorghe Arsenescu.

Uscita di galera per un'amnistia generale in seguito al tentativo di Ceausescu di avvicinare l'Occidente, continuò la sua opera di destabilizzazione continua fino alla vittoria della Rivoluzione, dopo la quale, finalmente, potè pubblicare la sua autobiografia laddove si legge: "Nella prigione di Arges mi appesero a una trave per i capelli, dopo aver tolto il tavolo sotto ai miei piedi come si fa con gli impiccandi, mi picchiarono a sangue con un bastone fino a rompermi le costole e a farmi svenire. Poi mi hanno tenuto sempre in catene, torturandomi continuamente per sapere dove si nascondeva mio marito e quali erano i piani della resistenza. Mi hanno messo anche nella lista dei condannati a morte, me la hanno mostrata, ma sono miracolosamente sfuggita all'esecuzione".

A questo punto verrebbe da chiedersi: perché questa "resistenza minore" condotta da una popolana cocciuta non è stata trasmessa a nessuno dai libri di storia come quelle più note?

E ancora: per quale motivo sulle crudeltà comuniste, 85 milioni di vittime, nel corso degli anni passati mai abbiamo assistito a un reportage, a un dossier, a un filmato accurato e di un certo interesse, anche su quel canale della TV di stato che riempiva le nostre serate di filmati pronti a ritrarre il volto crudele del nazismo e del fascismo senza attenzione talvolta neanche per i minori (d'altronde l'educazione all'idea che sommerge le altre deve essere assorbita già da piccoli), i cui schermi erano pur riempiti dall'efferatezza di immagini orrorifiche?

Oggi scopriamo per caso quali oscenità si celavano dietro il muro di Berlino, oggi l'età delle libertà ci restituisce i crimini sui quali nessuno ha voluto indagare seriamente, nessuno storiografo, nessun politologo, nessuno.........

Al contrario si scoprono le rogne e la faziosità di quella storiografia vincitrice della seconda guerra mondiale asservita alla dittatura che sconfisse le altre sotto le mentite spoglie di un ideale che non sa immaginare una società civile epurata dalle lotte, né uno stato libero di competere con gli altri stati.

Ad Elisabeta il comunismo tolse quasi tutto: gli affetti, la casa, la famiglia, ma non l'animo, come ella stessa dichiarò; di lei, "pasionaria" indomita, rinnegata in vita, nessuno ha mai avuto riguardo; ha lottato da sola contro tutto ed alla fine ha vinto: peccato che il secolo che la ha generata non se ne sia accorto, lasciandola quasi nell'anonimato e scegliendo fra i "morti fortunati", ossia gli eroi della Resistenza antinazista e antifascista e "i morti sfortunati", cioè i deportati di second'ordine, quelli caduti sotto i colpi della tirannia comunista.

Di questi ultimi, ormai, la memoria può conservare solo il ricordo, mentre il terzo millennio scopre storie di vite spezzate e di tragedie umane volutamente oscurate, di verità squallide e teorie contro la vita trascurando volutamente le quali, spesso si è dimenticata l'essenza del comunismo.

! Antonino Fortuna
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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