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numero 280
6 marzo 2008
 
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B.R.: La morte rossa

di Francesco Natale - 10 novembre 2003

Una sigla che non può essere accomunata né paragonata a tutte le altre che compaiono tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, definiti dalla memoria collettiva "anni di piombo", anche se Mario Capanna ha preferito chiamarli "formidabili".

In effetti "Lotta Continua", "Potere Operaio", "Lotta Comunista", "Marxisti-Leninisti" etc. sono sigle che individuano movimenti, cioè organizzazioni politiche che si collocano in posizione critica o addirittura antagonista nei confronti del Partito Comunista Italiano, raccogliendo e aggregando l'insoddisfazione giovanile verso un partito giudicato ormai come irreversibilmente inserito nel sistema "borghese" e ad esso funzionale.

Un partito corrotto dalla pratica parlamentare, incapace di promuovere il cambiamento rivoluzionario in cui da tempo ha smesso di credere per coltivare l'orticello elettorale e le posizioni di potere che ne derivano in combutta con i partiti "borghesi".

Per questo tali movimenti sono definiti "extraparlamentari", in quanto espressione di una domanda politica giovanile che non viene soddisfatta dalla sinistra parlamentare.

Questi movimenti, che rappresentano una sconcertante e amara sorpresa per la dirigenza del PCI, non riescono ad incidere più di tanto all'interno della organizzazione e della militanza comunista, pur mettendone in crisi la capacità di reclutamento fra le fasce giovanili (ma questo fu un fenomeno che in quegli anni riguardò tutti i partiti).

Per altro questi movimenti extraparlamentari erano organizzazioni che agivano alla luce del sole: nonostante il loro carattere estremista e settario non sentivano il richiamo della clandestinità e della lotta armata.

Certo i loro "servizi d'ordine", equipaggiati di spranghe, chiavi inglesi, caschi da motociclista e passamontagna, si abbandonavano volentieri ad azioni di tipo squadristico che sfociarono non di rado in veri e propri assassini come nel caso di Sergio Ramelli, diciottenne massacrato a colpi di spranga per il semplice fatto di essere militante del MIS.

Il direttivo di Lotta Continua arrivò addirittura a decidere, progettare ed eseguire l'eliminazione del commissario Calabresi, uomo simbolo della lotta delle istituzioni contro l'aberrante sinistra militante.

Ma tra queste imprese criminali (espressioni estreme ma estemporanee e velleitarie di una minoranza di fanatici) e la lotta armata ce ne corre.

Forse funzionò come freno inibitore l'estrazione borghese della grandissima maggioranza dei militanti, forse anche la scarsa e superficiale assimilazione della lezione leninista ebbe la sua parte: al di là della infatuazione estetica per il maoismo della "rivoluzione culturale" e per i guerriglieri viet-cong e guevaristi non si andava, poiché difettava l'esperienza della militanza in un partito e la formazione politica necessarie ad elaborare modelli di azione che andassero oltre la organizzazione dei cortei.

Completamente diversa è la natura delle Brigate Rosse: il loro nucleo fondante si è formato alla Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento.

Sono soggetti abituati alla elaborazione di modelli politici, alla individuazione degli obiettivi e dei mezzi proporzionati al conseguimento dei medesimi.

La loro capacità di analisi della realtà secondo gli schemi leninisti è nettamente superiore al velleitarismo estetico e "romantico" dei movimenti.

Quando si faranno conoscere attraverso le loro "risoluzioni strategiche", quei comunicati saranno definiti deliranti, ma c'era, purtroppo, logica e coerenza in quei deliri.

La tradizione vuole che le BR siano state concepite durante un convegno tenutosi nel 1969 presso Villa Marchesani a Chiavari, ove alcuni dei fondatori di estrazione cattolica avevano chiesto e ottenuto ospitalità.

La stella a cinque punte prospetticamente deformata che divenne il loro infame simbolo è difatti ispirata al simbolo di Maria Maris Stella, il quale fa bella mostra di sé a Villa Marchesani.

E' un fatto comunque che le BR scelgano fin dall'origine la clandestinità e la lotta armata.

Una clandestinità ben organizzata, secondo il modello delle cellule non comunicanti, mutuato dalle organizzazioni che praticavano il terrorismo durante le lotte anticolonialiste, per cui l'annientamento di una cellula e l'interrogatorio "tormentoso" dei prigionieri non potesse in alcun modo compromettere l'intera organizzazione che aveva a disposizione una rete estesa e ben mimetizzata di basi logistiche.

I militanti entrati in clandestinità venivano supportati da una rete di fiancheggiatori che continuavano a svolgere la loro vita di sempre nei partiti, nei sindacati, nelle fabbriche, nelle università, nelle redazioni dei giornali e che comunicavano con la parte clandestina seguendo regole, codici e protocolli che garantivano la segretezza e limitavano l'effetto di improbabili ma sempre possibili smagliature.

Una organizzazione che si può paragonare in quegli anni alle BR è solo la RAF (Rote Armee Fraktion), che operava nella Germania Federale, con la significativa differenza che la RAF non ebbe mai una consistenza numerica (e una ramificazione) paragonabile a quella delle BR e questo si può ragionevolmente spiegare col fatto che in Germania Occidentale non esistesse un partito comunista di massa dalla cui base potessero essere reclutati i delusi.

Certo una organizzazione come le BR non si improvvisa e richiede una disponibilità di mezzi che non si possono raccogliere con le rapine, cioè con l'autofinanziamento.

Inoltre la preparazione militare eccellente e l'armamento a disposizione, il migliore per operazioni da "commandos", non si ottengono comprando armi dai circuiti malavitosi, leggiucchiando manuali operativi e sparacchiando fra i boschi.

Per svezzare le neonate BR occorreva un supporto esterno fornito da una organizzazione ben provvista di mezzi e di esperienza.

A parte ipotesi fantasiose che tiravano in ballo frange deviate di C.I.A. e Mossad avanzate dalla sinistra all'esordio delle BR, o meglio, come le definiva la stampa politicamente corretta (nonché politicamente orientata) "sedicenti Brigate Rosse", tutto fa pensare ad un coinvolgimento dei servizi segreti cecoslovacchi, da tempo specializzati in questo genere di lavoro nell'ambito dei paesi del Patto di Varsavia.

Del resto pensare che, chi aveva fatto la scelta della clandestinità e, con quella radicata motivazione politica, accettasse di farsi manovrare dalla C.I.A. o dal Mossad è semplicemente assurdo.

Al contrario la destabilizzazione di una paese aderente alla NATO, quando stava maturando la crisi degli Euromissili, oltre allo stringere il morso a un PCI ormai indocile alla obbedienza moscovita era chiaramente nell'interesse del Patto di Varsavia.

Da un lato le BR, pertanto, reclutano militanti e fiancheggiatori all'interno del PCI, dove non mancano i nostalgici preda del mito di Stalin e della Rivoluzione, dall'altro, con le loro azioni, tendono a provocare crescenti reazioni repressive dello stato borghese, reazioni sempre più violente ed intollerabili tali da risvegliare il Puro Spirito Rivoluzionario, ormai latente in un Partito Comunista troppo ben pasciuto dall'invitante (e grasso) foraggio del parlamentarismo.

Queste azioni sono inizialmente clamorose ma non estreme (ovvero non si risolvono con l'assassinio della vittima), come il sequestro del giudice Sassi, uomo simbolo della magistratura reazionaria.

La svolta avverrà dopo la cattura del "fondatore" delle BR, Renato Curcio e della uccisione nell'ambito della medesima operazione della sua compagna Mara Cagol.

Da allora inizia la scia tracciata col sangue di vittime designate ad alto valore simbolico, come il giudice Coco, assassinato a Genova alla vigilia delle elezioni del 1976, quando il PCI sperava nel sorpasso sulla D.C. (allora non esistevano i sondaggi attendibili del giorno d'oggi).

Poi vennero i giornalisti Casalegno e Tobagi, che denunciarono le BR come istigatrici di una "soluzione cilena" dell'assetto politico italiano e che vennero assassinati con la collaborazione di basisti incistidati nella redazione dei due maggiori quotidiani nazionali.

L'ingegnere Taliercio, dirigente del complesso industriale di Marghera,

il professor Bachelet, presidente del C.S.M. e il Generale Giorgeri, responsabile dell'Ispettorato degli Armamenti furono altre tre vittime illustri della metodica, glaciale e demoniaca determinazione dei "compagni che sbagliano".

Erano i tempi in cui gli intellettuali progressisti dichiaravano di essere, prudentemente, "né con lo Stato, né con le Brigate Rosse"; erano i tempi in cui il Corriere della Sera annunciava la gambizzazione di Montanelli con un titolo di bassissimo profilo, tipo "Giornalista ferito in un attentato" (prudente opportunismo o effetto dell'"eskimo in redazione?"); erano i tempi in cui sui muri dell'Ansaldo campeggiava la scritta "Le BR sono compagni che NON sbagliano"; erano anche i tempi di Guido Rossa, sindacalista comunista barbaramente assassinato a Genova per avere segnalato all'organizzazione sindacale alcuni quadri fiancheggiatori delle BR.

Eppure questo attacco al cuore dello Stato fallì, poiché lo Stato non si fece coinvolgere nella spirale della repressione cieca ed indiscriminata e perché i grandi partiti di massa dell'epoca, ovvero PCI e DC fecero muro contro l'aggressione terroristica.

In questa lotta non va trascurato l'apporto di un lavoro sistematico e particolarmente efficace di intelligence, guidato in Italia da un uomo di eccezionale capacità quale era il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, e supportato dagli USA che già allora disponevano di mezzi eccezionali che anticipavano il sistema di controllo "Echelon", sinergia che si dimostrò oltremodo efficace nel caso del sequestro del Generale Dozier, comandante NATO per il Sud Europa.

Oltre a questo specifico lavoro di intelligence, oltre ad una massiccia mobilitazione investigativa organizzata al suo interno dal PCI che aveva compreso la minaccia che le BR rappresentavano per la sua stessa esistenza (in questa operazione investigativa si distinsero particolarmente i magistrati Violante e Caselli che ritroveremo più tardi nel ruolo, assai appropriato del resto, di necrofori della "Prima Repubblica") furono elementi risolutivi le leggi eccezionali riguardanti i collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti, che riuscirono a infrangere il muro di omertà che cementava le BR, nonché l'uso degli psicofarmaci per la raccolta di elementi di informazione (il brigatista Piancone, assassino di una guardia carceraria rivelerà sotto narcosi informazioni molto interessanti).

Certamente l'operazione più clamorosa e meglio organizzata delle BR, il sequestro di Aldo Moro, si concluse con un apparente successo: nonostante le investigazioni (debitamente coadiuvate dalle sedute spiritiche organizzate da Romano Prodi) stessero stringendo il cerchio attorno al covo di Via Gradoli, l'ostaggio venne brutalmente assassinato dopo 55 giorni di prigionia.

Ma l'assassinio di Aldo Moro valse a rafforzare la determinazione dello Stato e di tutto il mondo politico nella lotta senza quartiere e senza compromessi alle BR, che furono sgominate nel volgere di pochi anni, anche se qualche cellula è sopravvissuta in letargo e sembra essersi risvegliata in questi ultimi anni.

Sono difatti stati assassinati due collaboratori di altissimo livello del Ministero del Welfare: Massimo d'Antona nel 1999 e Marco Biagi nel 2002.

Obiettivi eccellenti, ma non noti al pubblico che quindi devono essere stati designati da chi operava (e magari tuttora opera) in posizioni non marginali all'interno del Ministero o all'interno del sindacato.

Nel 2003 è stato inoltre assassinato l'Ispettore Emanuele Petri durante un conflitto a fuoco scatenato da un nucleo clandestino combattente che cercava di sottrarsi alla identificazione ed alla cattura.

Tutto questo significa che le BR non sono state ancora completamente estirpate e continuano a sussistere alcuni gruppi di irriducibili sostenuti da complicità eccellenti.

! Francesco Natale
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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