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numero 280
6 marzo 2008
 
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Giampaolo Pansa

Il sangue dei vinti

Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile

recensione di Simone Rosti - 13 novembre 2003

Il monopolio della verità storica, lo si sa, rimane, al termine dell'evento, nelle mani dei vincitori. Coloro cioè che hanno ottenuto il trionfo pongono, nella storiografia ufficiale e non, l'ultima parola su ciò che è successo. E' naturale, a volte fisiologico, non certo deontologicamente corretto.

Tuttavia il fascino delle discipline storiche risiede nella possibilità offerta dalla natura stessa della materia di indagare attraverso le fonti e raggiungere un'altra verità o, meglio, la verità (che è sempre e soltanto una) raccontata in modo diverso. E ciò è, pur nel suo piccolo, un esercizio di democrazia. Ma un'azione di siffatto genere rappresenta nelle menti offuscate dei "Dottori della Storia", vale a dire di coloro che sostengono la tesi dominante un esercizio moralmente gravissimo, quasi un sacrilegio: il revisionismo. In questo senso la realtà italiana dal dopoguerra è paradigmatica.

Vi è tuttavia un'anomalia, non solo italiana, in questa costruzione teorica. Mi spiego: la dottrina storiografica ufficiale, dal dopoguerra al 1989, è andata in questo senso. Gli sconfitti furono i fascisti: "a morte" (culturale e non solo) "i fascisti". Fin qui nulla di nuovo (affermazione, ahimè, cinica ma esemplificativa della realtà). Il 9 novembre 1989 il comunismo ha dimostrato (ufficialmente) di essere oltreché un'ideologia fallimentare anche criminale: il risultato? In Italia oltre ad esserci un buon 10 per cento della popolazione dichiaratamente comunista, tale ideologia è ancora vista con simpatia da moltissimi intellettuali, artisti e opinion leaders della penisola e, ovviamente, anche da moltissimi storici.

Il dramma è la non conoscenza storica dell'Italia, dell'Europa e del globo ma il dramma è, in primo luogo, culturale.

Sono molti, tuttavia i contributi offerti da parte di autori controcorrente, anche se troppo spesso relegati ai confini della storiografia e del mondo accademico. Valutati solo in base a considerazioni politiche, ideologiche e non, come il tema richiede, storiche.

In primo luogo questo discorso può essere riferito al tema della Guerra Civile (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945) italiana (leggesi Resistenza per gli storiografi ufficiali) nel dopoguerra. Chi di noi durante il liceo non ha letto infinità di testi, ha guardato film e mostre sulla Guerra Civile? Giustissimo, fondamentale per la memoria storica di una nazione martoriata da vent'anni di dittatura autoritaria (si badi bene autoritaria, non totalitaria). Ma essendo una Guerra Civile, perché tale è stata, come ci sono stati raccontati gli avvenimenti dalla parte di chi aveva scelto la Repubblica Sociale? Forse qualche nostalgico, forse qualche autore di libri pubblicati dalla Settimo Sigillo (e in quanto tale già squalificati perché la casa editrice si è "macchiata" di aver pubblicato libri di simpatizzanti fascisti) si è permesso di pubblicare tesi ostili ai "Dottori della Storia" del dopoguerra.

Ma signori miei, cari "Dottori della Storia", il contributo di un personaggio come Giampaolo Pansa, Vicedirettore dell'Espresso e storico di fama ha offerto un'opportunità all'approfondimento storico e al futuro della storiografia italiana, a dir poco, scusate il volutamente ripetitivo gioco di parole, storica.

Con il suo ultimo libro, "Il sangue dei vinti", il giornalista di origini piemontesi, ha scatenato le reazioni di eminenti colleghi, primo fra tutti Giorgio Bocca (fascista prima, partigiano poi e votato all'antiberlusconismo adesso) che lo ha accusato di essersi messo al servizio del revisionismo (come se fosse una colpa) e lo ha tacciato di servilismo.

Il dibattito emerso sui giornali è stato molto aspro ma ha avuto due riflessi assolutamente positivi: da un lato un uomo che certo di destra non può definirsi (Pansa) ha voluto indagare ciò che la ricerca storica di una Guerra Civile richiede, vale a dire anche i crimini commessi dai vincitori. Dall'altro ha posto un'altra pietra verso ciò che in Italia è culturalmente necessario: togliere il monopolio della verità ad alcuni eminenti "Dottori della Storia".

Il testo, stilato con una tecnica narrativa senz'altro interessante e abbastanza innovativa nei saggi storici e cioè un dialogo con una bibliotecaria immaginaria che lo aiuta nelle sue indagini, non risulta mai tedioso e, anche se denso di dati e numeri, non toglie mai al lettore la curiosità e l'interesse a proseguire la lettura.

L'autore racconta le sue ricerche (peraltro assai meticolose) su due piani. Viene seguita una linea geografica: città per città (da Milano ad altre aree della Lombardia, da Torino a Vercelli, Novara e Cuneo, da Genova e dalla Liguria al Veneto, dalla Romagna all'Emilia, passando per Bologna, Modena e Reggio) vengono raccontati gli eccidi, i processi sommari, le stragi, le torture, le violenze e le umiliazioni subite da chi non era un partigiano, da chi aveva preso la tessera del Partito Fascista magari solo per proseguire la sua attività, da chi era sospettato di collaborazionismo, di spionaggio, da chi era soltanto conoscente di qualche personaggio fascista di secondo piano.

Ma il livello più interessante è, a mio modo di leggere il libro, quello umano. Vengono raccontate tragedie di gente semplice, omicidi di ragazzini, stupri di figlie di fascisti o presunti tali, umiliazioni subite delle Ausiliarie del regime che morivano con la dignità di patriote e la fede di sante.

Sul piano storico credo che l'apporto scientifico più attraente sia la tesi sostenuta da Pansa sulla Guerra Civile. Non fu Resistenza, ma non fu neanche una Guerra Civile, furono due guerre civili. La prima terminò il 25 aprile del 1945, la seconda iniziò il 26 aprile del 1945 e durò circa venticinque mesi. Due anni di omicidi mirati, di processi sommari e di altri efferati crimini non fini a stessi, ma tesi a porre le basi per la rivoluzione comunista. La volontà cioè di eliminare il prete, il piccolo proprietario terriero, l'industriale, l'ex partigiano "bianco" per avere sempre meno ostacoli all'instaurazione della dittatura del proletariato.

Forse la storia più interessante è quella di un giovane partigiano moderato che, attraverso un piccolo giornale ("La Penna") denunciava gli abusi e i crimini di un gran numero di partigiani comunisti. Morì a ventuno anni a seguito delle ferite riportate durante un agguato, ma il suo amore verso la libertà lo spinse, per l'ultimo periodo della sua vita, a girare indossando il cappotto con i fori dei proiettili in vista, ostentando a tutti ciò che succedeva e mostrando, alla sua Patria in primo luogo, un amore vero per la libertà, la verità e la giustizia.

E ciò che può provocare la lettura de "Il sangue dei vinti" è esattamente la sensazione suscitata da questo ragazzo.

! Simone Rosti
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Il sangue dei vinti
  • Autore:
    Giampaolo Pansa
  • Editore:
    Sperling & Kupfer
  • Prezzo: 17,00 €
  • Pagine: 390

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.31 del 13/11/2003
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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