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6 marzo 2008
 
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Il nostro realismo, le loro utopie

di Gianteo Bordero - 13 novembre 2003

Una delle idee fondamentali che il marxismo ha diffuso nell'Occidente è la concezione per cui compito e scopo della politica è quello di creare una sorta di "paradiso in terra": un'idea che rendeva totalmente immanente alla storia la salvezza annunciata dal Cristianesimo. La lotta al capitalismo, la rivoluzione delle masse proletarie significavano, per Karl Marx ed i suoi seguaci, l'avvento di una società che in se stessa recava la possibilità di redenzione dell'uomo e di tutti gli uomini.

Si allargava così a dismisura l'ambito di influenza e di competenza della politica, non più fondata sulla concezione del diritto naturale sviluppata, tra gli altri, da Tommaso d'Aquino. Compito della politica, cioè, non era più quello della composizione dei conflitti e di tutela dei diritti naturali della persona, ma era l'enorme pretesa di realizzare, attraverso la lotta di classe, un mondo perfetto purificato da tutti i soprusi e tutte le ingiustizie. Come dicevamo, un "paradiso in terra", un'assolutizzazione dell'idea di "storia", presa in prestito dal Cristianesimo ma svuotata di tutti i suoi contenuti trascendentali, metafisici ed escatologici.

Il marxismo si pone infine come escatologia realizzata: abolendo, di fatto, l'idea di peccato originale, esso sposta l'origine del male ai suoi riflessi sociali ed economici. Da un'ontologia del male, si passa così ad una sociologia del male: basterebbe dunque rimuovere l'ingiustizia sociale per eliminare, assieme ad essa, il fatto stesso del male individuale. L'individuo, in questo modo, non conta più per il suo valore inalienabile di "persona" e di singolo, ma diviene interamente funzionale alla sua stessa appartenenza alla massa, al "nuovo popolo", infine a quel "uomo nuovo" che il comunismo aveva la pretesa di realizzare.

Anche il Cristianesimo aveva parlato di "uomo nuovo", ma lo aveva fatto in riferimento alla partecipazione dell'uomo alla vita divina mediante il Sacramento del battesimo, alla sua "seconda nascita", quella alla fede e all'appartenenza all'uomo-Dio, Gesù Cristo. L'escatologia immanente inaugurata da Marx dice che questo "uomo nuovo" può essere creato non più mediante la Grazia soprannaturale, bensì attraverso il dominio della politica, della massa e dello Stato sulla vita del singolo. La liturgia marxista delle masse non è nient'altro che lo svuotamento della liturgia cristiana da tutti i suoi elementi trascendentali, metafisici, soprannaturali e, per ciò stesso, divini.

Che cosa rimane, oggi, di questa concezione pervasiva dell'uomo, della società, dell'economia, della salvezza? Il comunismo marxista, almeno come blocco di potere monolitico e come impero, è finito, caduto simbolicamente con la caduta del muro di Berlino e dei regimi dell'Est europeo. Sembra dunque essere terminato, assieme ad esso, il trionfo dell'idea di rivoluzione, intesa come passaggio necessario per giungere alla realizzazione finale della giustizia sociale e dell'uomo nuovo.

Basta guardare, ad esempio, alla situazione attuale della sinistra italiana per rendersi conto del vuoto (anche programmatico) che ha lasciato la sconfitta dell'idea di rivoluzione. L'attuale centrosinistra italiano è costretto a scimmiottare - seppur tentativamente -, nei modi e nelle proposte (vedi "Il Riformista"), la Casa delle Libertà per avere qualche prospettiva di successo alle prossime scadenze elettorali. Quando la sinistra, cioè, parla un linguaggio ancora di sinistra (come chiedeva Nanni Moretti all'allora presidente del Consiglio, Massimo D'Alema), essa è destinata ai fallimenti e agli insuccessi. Nessuno oggi nei DS, se non qualche sporadico caso, parla e crede ancora nella "Rivoluzione", nella rivolta delle masse proletarie oppresse dal truce capitale.

E' da notare, per inciso, che permane ancora l'idea di un'elite di illuminati che guidi le masse verso la loro autocoscienza: la dirigenza del partito vista e pensata come più alta coscienza dei bisogni e delle necessità del popolo. Ci pare emblematico, in tal senso, il caso dell'onorevole Violante e di "Magistratura Democratica", da sempre sostenitori dell'uso della magistratura e della giustizia per fini di rovesciamento della classe politica "borghese". Oggi, dunque, sembrano essere i magistrati di MD e il loro organo di stampa, Micromega, il luogo di ciò che rimane della prassi rivoluzionaria marxista.

Stando così le cose, se proprio si vuole rintracciare una concezione "forte" a sinistra, allora bisogna cercare nel variegato mondo del no-global (e, a livello di partiti, soprattutto in Rifondazione Comunista e nei Verdi). Ma anche il pensiero no-global non parla più il linguaggio della rivoluzione, bensì soltanto quello della contestazione e del rifiuto del reale come principio: l'utopia mescolata al nichilismo.

La globalizzazione, il mercato, la comunicazione, la televisione, la tecnologia, gli OGM vengono contestati proprio in quanto fatti reali nati per mano dell'uomo, e quindi come male in se stessi. L'ambientalismo, l'antagonismo sociale, il terzomondismo ci dicono che il vero problema, per l'uomo, è l'uomo stesso e la realtà in cui vive. E quindi anche la politica partecipa di questa insignificanza e di questo "nulla": essa va rigettata proprio in quanto si occupa del reale non per eliminarlo, ma per valorizzarlo e per trarre da esso, in conformità al diritto naturale e secondo il limite proprio dello strumento, il meglio che si può.

Infine, ciò che oggi rimane, come unica concezione della politica ancora praticabile, è proprio quella che potremmo chiamare "realismo". Pensare e accettare il reale come punto di partenza significa comprenderne anche i limiti, significa rinunciare alla pretesa di una politica e di uno Stato onnicomprensivi e onnipervasivi. Significa anche, però, riconoscere che le cose hanno in sé un principio di bontà, che esse non sono da rigettare per il fatto stesso di esistere, che, seppur limitate per natura, esse in qualche modo vanno incontro ai desideri dell'uomo, alle sue aspettative di un benessere integrale, in anima e corpo. Le cose sono il mezzo con cui l'uomo tenta di raggiungere il suo fine: affermare la loro insensatezza e la loro insignificanza ontologica significa, per ciò stesso, negare all'individuo la possibilità di raggiungere un qualche fine degno della statura dell'uomo. Significa negare non solo il soprannaturale, ma anche il naturale.

Il realismo ci dice che la politica non ha e non può avere compiti salvifici, che lo Stato non è - come il ‘900 lo ha attuato - una sorta di divinità redentrice. Ci dice però che la politica, come realtà legata al diritto naturale, ha diritto di cittadinanza nel novero delle cose attraverso cui l'uomo regola il suo vivere sociale, gestisce le sue controversie e collabora, mediante la ricerca della felicità e del benessere personale, al benessere di coloro che gli stanno vicino.

Realtà per sua costituzione limitata, la politica procede per gradi e per tentativi, è plastica e adattiva, non mette il carro delle idee prima dei buoi (i fatti e i problemi). Non ha ricette valide una volta per tutte, ma deve essere disponibile ad accogliere i suggerimenti che il movimento della realtà stessa fornisce. Il "gradualismo realista" è il contrario di quel "perfettismo utopico" (per dirla alla Rosmini) che, nella storia, non ha portato altro che guai, ingiustizie e soprusi all'individuo, ai popoli e alla loro libertà.

Così, ad esempio, una riforma delle pensioni non può essere pensata che nell'ottica di questo "gradualismo", e non come rivoluzionario toccasana in eterno del problema in questione. Questo "gradualismo" è il criterio che Silvio Berlusconi e la Casa delle Libertà hanno finora adottato nella loro azione di governo, nella riforma della scuola come in quella del mercato del lavoro, nell'inizio di riforma del sistema pensionistico come nella bozza di riforma della Costituzione elaborata, quest'estate, a Lorenzago.

A tutti coloro che in questo periodo si lamentano per il fatto che il governo Berlusconi stia seguendo una linea di riformismo realista e gradualista (che tiene conto di tutti i fattori in gioco) e non usi il rivoluzionario "pugno di ferro" dell'"una volta per tutte", giova ricordare questa osservazione di un famoso filosofo:

"Io mi sento di nuovo un uomo, perché provo una grande passione, e la molteplicità in cui lo studio e la cultura moderna ci impigliano, e lo scetticismo con cui necessariamente siamo portati a criticare tutte le impressioni soggettive e oggettive, sono fatti apposta per renderci tutti piccoli e deboli e lamentosi e irresoluti. Ma l'amore non per l'uomo di Feuerbach, non per il metabolismo di Moleschott, non per il proletariato, bensì l'amore per l'amata, per te, fa dell'uomo nuovamente un uomo". E' una frase di una lettera di Karl Marx alla moglie, datata 21 giugno 1856: ci dice che è sempre meglio amare innanzitutto la realtà delle cose che ci sono piuttosto che affermare a tutti i costi, anche a discapito della realtà stessa, le proprie idee. E, volendo rinchiudere tutta la realtà nella propria testa, a volte si corre il rischio - come osservava Chesterton - che la testa scoppi. Non che le idee non siano importanti, ma quando oscurano lo sguardo sulla complessità della realtà esse divengono causa di violenza e barbarie, gettando un'ombra oscura su chi, magari in buona fede, le professa.

! Gianteo Bordero
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Ragionpolitica, periodico on line n.31 del 13/11/2003
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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