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numero 280
6 marzo 2008
 
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Metafisiche geometrie coloniali

L'architettura razionalista in Libia negli anni Trenta

di Riccardo Forte - 22 novembre 2003

Padiglione permanente di Genova alla Fiera Internazionale di Tripoli (1936, arch. Riccardi)La messa a punto di un nuovo tipo per la casa coloniale in Libia pone in evidenza un complesso di tematiche che rimandano al dibattito critico sul Movimento Moderno e il suo processo di diffusione internazionale. All'inizio degli anni Trenta, esauritosi l'eclettismo delle tipologie tradizionali, una nuova cultura architettonica coloniale va delineandosi, mentre nuove funzioni e una rinnovata concezione dell'abitare prendono progressivamente campo. La "Quarta Sponda", vetrina del Regime, è il laboratorio della nuova architettura, "italica", "mediterranea" e "moderna", terreno di scontro che oppone in due concezioni antitetiche (razionalismo-classicismo) i protagonisti della cultura architettonica dell'epoca.

La costruzione delle identità: la casa coloniale e l'idea di mediterraneità

Il dibattito sulla nuova architettura coloniale prende ufficialmente avvio con Maurizio Rava, Segretario Generale della Tripolitania; nel settembre 1929 Rava muove le prime critiche all'abuso dello stile "moresco-medioevale" di Tripoli, invitando l'amministrazione municipale ad affrontare il problema della "forma architettonica" delle nuove costruzioni.

La modernizzazione del linguaggio architettonico passa attraverso un'interpretazione attenta della tradizione costruttiva autoctona. "L'edilizia minore locale" - aggiunge - "rappresenta il "vero stile arabo della Tripolitania", base di riferimento essenziale per la costruzione dei nuovi edifici. La funzione dell'architetto è dunque quella di coniugare "tutti i perfezionamenti tecnici delle modernissime costruzioni [con le] caratteristiche locali".

V Triennale di Milano. La Casa Coloniale. Progetto del Dott. Arch. Luigi Piccinato, Milano, 1933 (copertina della brochure)Il mito della mediterraneità, incarnata da quello "spirito latino" che la contiguità geografica e le "rinnovate tradizioni civilizzatrici" di Roma alimentano in un sapiente gioco di diffusione mediatica, entra prepotentemente in gioco nel processo di definizione e di identificazione di un nuovo "stile" coloniale. La tradizione costruttiva della domus romana e quella della casa araba derivano da una matrice architettonica comune. Allo stesso modo, l'articolazione volumetrica della casa libica, l'algida geometria delle superfici, l'impianto distributivo della pianta organizzata attorno a un patio rimandano alla sensibilità delle più moderne architetture europee.

All'inizio degli anni Trenta la generazione dei giovani architetti razionalisti è impegnata nell'elaborazione teorica dei nuovi modelli abitativi: nel 1931 Carlo Enrico Rava avvia un primo dibattito critico sulle moderne tendenze dell'architettura contemporanea e coloniale italiana. Nella tradizione costruttiva dell'età classica, precisa, esiste "una parte archeologica, ormai esaurita, rappresentata dalle rovine monumentali"; e un'altra parte, dove la distribuzione razionale della casa romana rivive nelle costruzioni arabe. Dal modello "latino" - il più rispondente al clima e alle esigenze della vita coloniale - si deve conseguentemente innestare, a giudizio di Rava, la costruzione identitaria della nuova architettura coloniale italiana. Dalle pagine di Domus egli proclama: "Oggi noi siamo i depositari fatali e secolari di questo eterno spirito latino (...): dalle nostre coste libiche a Capri, dalla costa amalfitana alla riviera ligure, tutta un'architettura minore tipicamente latina e nostra, senza età eppure razionalissima, mediterranea e solare, sembra additarci la via (... ) in questo "spirito mediterraneo" dovremo dunque cercare la caratteristica di italianità mancante ancora alla nostra giovane architettura razionale".

In piena assonanza con le posizioni di Rava Luigi Piccinato pubblica nello stesso anno sull'Enciclopedia Italiana la voce "Edilizia coloniale"; il dibattito sulla moderna architettura coloniale si estende al contesto più generale della politica espansionistica condotta dal Fascismo. In questo senso, la conquista dell'Etiopia e la proclamazione dell'Impero cinque anni più tardi costituiscono un evento mediatico decisivo nel processo di elaborazione critica dell'architettura coloniale moderna. L'iconografia della casa coloniale entra profondamente nell'immaginario collettivo: la stampa gioca a tale riguardo un ruolo strategico nei dispositivi di propaganda e diffusione dei nuovi modelli abitativi proposti dagli architetti più in voga del momento.

Tripoli, Villa Salvi, 1934-35 - Giovanni Pellegrini arch. (Rassegna di Architettura, gennaio 1936).All'interno di questo dibattito Giovanni Pellegrini precisa e porta a maturazione l'elaborazione "ideologica" del tipo abitativo, pubblicando cinque mesi dopo la presa di Addis Abbeba il "Manifesto dell'architettura coloniale". Il documento riflette l'obiettivo comune degli architetti moderni di dar vita in colonia a un movimento per un'architettura specifica, radicalmente aggiornata, i cui principi funzionali devono essere tuttavia subordinati alla esigenze del contesto locale. Condividendo, in linea di principio, le critiche di Rava verso il classicismo monumentale dell'edilizia libica degli anni precedenti, Pellegrini si discosta dai consolidati dogmatismi del razionalismo, al fine di operare un tentativo di mediazione, in una sorta di "terza via", tra la tradizione costruttiva autoctona e la poetica del moderno. Il recupero della cultura indigena sostenuto da Pellegrini, in quanto espressione di valori sociali fondamentali, è parte essenziale di questo percorso evolutivo.

Sul piano applicativo, la produzione architettonica di Pellegrini in Libia rappresenta la trasposizione più feconda e convincente di tali enunciati. Nel progetto di "casa d'abitazione" del 1937, nelle numerose ville costruite sul lungomare di Tripoli e nei progetti per i villaggi di colonizzazione, la cultura del sito è un parametro formale e intellettuale irrinunciabile del progetto.

Tra elaborazione teorica e produzione architettonica: la funzione dei prototipi

Tripoli, Villa Putaggio, 1938 - Giovanni Pellegrini arch. (Architettura, n. 12, dicembre 1939)La modernizzazione dei linguaggi formali e delle pratiche si collega più direttamente alle problematiche sulla sperimentazione dei nuovi materiali e delle tecniche e ai processi di standardizzazione e industrializzazione. La messa a punto dei prototipi occupa un ruolo fondamentale per l'applicazione su larga scala del modello d'abitazione coloniale, vero e proprio trait d'union tra l'elaborazione teorica e la produzione architettonica corrente. Fin dal 1929 i progetti di Adalberto Libera (concorso per case-tipo a Tripoli) avevano costituito un primo corpus significativo.

Tuttavia, è Piccinato che porta a maturazione l'elaborazione moderna dell'abitazione "mediterranea". Il prototipo di casa coloniale presentato nel 1933 alla V Triennale di Milano è la traduzione flagrante dei suoi enunciati: muri continui nel lato esposto a Sud, un patio centrale chiuso da pareti vetrate. La casa coloniale rivela, in tutta la sua forza espressiva, la funzione di "edificio-manifesto", autentica icona della modernità.

Tripoli, casa per mutilati nel quartiere di "Porta Benito Mussolini", 1937 c.a. - Umberto di Segni arch. (Architettura, n. 4, aprile 1939)Se la committenza privata rappresentata dalle Élites locali è il veicolo privilegiato di diffusione dei nuovi modelli, la committenza pubblica riveste un ruolo centrale nel dispositivo dei concorsi pubblici e dei grandi piani d'intervento gestiti dagli organismi para-statali (case per i funzionari dello Stato e per le categorie sociali disagiate). In questo senso la realizzazione del quartiere per mutilati "Porta Benito Mussolini" a Tripoli (arch. Umberto di Segni) finanziato con i fondi dell'Istituto cooperativo libico costituisce una testimonianza esemplare tanto sul piano delle finalità sociali, quanto su quello dei valori plastici e formali degli "oggetti" architettonici.

Riccardo Forte, architetto. Dottorando in ricerca in Storia dell'architettura moderna e contemporanea all'Université de Paris I Panthéon-Sorbonne

Membro DO.CO.MO.MO. - sezioni italiana e francese (Organizzazione internazionale per la Documentazione e la Conservazione degli Edifici, dei Siti e dei Complessi Urbani del Movimento Moderno).

! Riccardo Forte
DIDASCALIE ILLUSTRAZIONI
  1. Tripoli, quartiere fieristico permanente, padiglione di Genova, 1936 - arch. Riccardi (Rassegna d'Oltremare, n. 10, ottobre 1936)
  2. V Triennale di Milano. La Casa Coloniale. Progetto del Dott. Arch. Luigi Piccinato, Milano, 1933 (copertina della brochure)
  3. Tripoli, Villa Salvi, 1934-35 - Giovanni Pellegrini arch. (Rassegna di Architettura, gennaio 1936)
  4. Tripoli, Villa Putaggio, 1938 - Giovanni Pellegrini arch. (Architettura, n. 12, dicembre 1939)
  5. Tripoli, casa per mutilati nel quartiere di "Porta Benito Mussolini", 1937 c.a. - Umberto di Segni arch. (Architettura, n. 4, aprile 1939)
Gli ultimi commenti
  • architetto - di muurad elhoni - 18 febbraio 2007 18:18
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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