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Decadenze filmiche: il cinema come fenomeno mass mediale

di Andrea Fontana - 27 novembre 2003

Il processo di globalizzazione è qualcosa che tocca tutto e tutti. Per quanto riguarda il cinema è la realizzazione di quella teoria profetica generata dalla mente così coerente, e al tempo stesso fuori dai cardini, di Guy Debord, esponente del movimento situazionista, fenomeno culturale nato dai fermenti degli anni ‘60. Con il suo scritto "La società dello spettacolo" Debord aveva teorizzato un attecchimento "globale", totale, del mondo della TV alla vita quotidiana, e non solo, di tutti noi. E così è avvenuto.

Nel mondo del cinema questa "globalizzazione" ha necessariamente apportato delle modifiche sostanziali. La prima, ed anche la più diretta, è la scomparsa di "movimenti", che tanto hanno caratterizzato il cinema del dopoguerra. Ma soprattutto quello che prima poteva essere considerata un'arte d'elite, oggi è qualcosa alla portata di tutti, o per lo meno il vero cinema è relegato forzatamente in quel circuito, snobbato dai più, che è il cinema d'essai. E' un mezzo di espressione che, a tratti, ha svuotato il suo senso, per vendersi al migliore offerente: oggi il cinema è qualcosa che può fare chiunque.

Queste componenti hanno portato ad una progressiva frammentazione dei generi (quali il thriller, il poliziesco, la commedia rosa, l'horror e via dicendo), con una conseguente creazione di sottogeneri, in un presente dove i registi, non potendo aderire ad alcun "movimento", come fecero i neorealisti italiani, o ancora prima gli espressionisti tedeschi, si trovano a dover approfondire la propria poetica personale, fino ai limiti estremi, con risultati interessanti, visto che gli autori possono esplorare zone sino ad allora rimaste inesplorate, dato anche che la situazione ed i mezzi di oggi glielo permettono (esempi in questo senso sono registi quali Cronenberg o Lynch). Non c'è più il genere, c'è solo l'autore.

Ora, questa situazione di mutazione è vissuta con un senso di disagio per coloro che hanno conosciuto l'epoca d'oro della Settima Arte, legata ad un'idea di intellettualismo elitario ed applicato. Ma non è colta con altrettanto malessere dalla generazione attuale, che d'altronde è nata e cresciuta con questo tipo di cinema, e che quindi si diletta con quei prodotti tutti effetti speciali, che rappresentano la maggior parte della produzione cinematografica di oggi. La differenza tra questa e la vecchia generazione si colloca nel livello di sensibilità dello spettatore, che permette ai primi di giudicare più superficialmente i film, con una tendenza alla valutazione di larga manica, ed ai secondi di criticare i lavori spesso con un'eccessiva severità.

Certo è che i giovani di oggi hanno la possibilità, grazie ai mezzi attuali, di una fruizione dell'oggetto in questione (il cinema) ben più ampia rispetto, ad esempio, a trent'anni fa.

Tutto questo per dimostrare come il cinema del presente, ed il cinema verso cui ci stiamo avviando, è un fenomeno mass mediale, simile ad un virus (illuminante in questo senso è "Videodrome" di David Cronenberg), che penetra l'animo umano, e che perseguita l'uomo in ogni sua azione; è qualcosa di estrinseco alla sua volontà, e che anzi la modella, per convincerlo di come il cinema sia parte della nostra vita, di come sia espressione della nostra mente, figlio di un'idea, incarnazione materiale di un concetto astratto, che prende vita grazie ad immagini, colori, musica, suono. Il cinema è questo, con la differenza che in passato, l'apparenza di questo "stato cinematografico" era evidente, oggi è contenuta in qualche cassetto di una memoria ancestrale, collettiva, il che ci obbliga a considerare il cinema alla stregua di un semplice passatempo.

In cosa il cinema sta mutando, è arduo dirlo: la sintesi di contenuto e contenente, cioè di significato e forma, è difficilmente realizzabile, ed il divario tra i due, che in passato pressoché coincidevano, si fa sempre più ampio, creando un vuoto nel quale si collocano gli autori di oggi.

Il futuro del cinema verso il quale ci stiamo avviando è uno stato di passività da spettatore, che si ingozza di immagini, ma che non le assorbe, facendole proprie? Oppure si sta creando una spessa linea separatrice, la quale divide cinema d'autore (e quindi d'elite, d'essai) e cinema semplice, fruibile, cinema che non è cinema? Forse Straub, regista dalle tinte sperimentali, sta già attuando quella che potrebbe essere la morte del cinema, che si realizza in una sorta di teatro cinematografico o di cinema teatrale, cristallizzazione di un'idea antiprogressista (o forse iper-progressista, che forza i tempi), nella consapevolezza di una fine che si è già realizzata, ma di cui non ci siamo accorti.

! Andrea Fontana
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Ragionpolitica, periodico on line n.33 del 28/11/2003
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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