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Jean Delumeau Quel che resta del paradisorecensione di Fabrizio Gualco - 20 ottobre 2001 Nelle battute finali della «Nascita del Purgatorio» del 1981 (tr. it. Torino 1996) Jacques Le Goff scrive: «non si potrebbe chiedersi se l'elemento motore, organizzatore (che spiega un "terzo luogo" - il purgatorio - nell'aldilà cattolico) non sia stato quel paradiso che ha così poco suscitato l'interesse degli storici e che, se consulto il mio dossier, non mi sembra così scialbo e monotono come si è detto?». Ebbene, l'interrogativo sollevato da Le Goff potrebbe trovare risposta in questo libro, tradotto dal francese da Claudia Galli e frutto di una ricerca che ha come tema conduttore proprio quello del paradiso. L'autore è Jean Delumeau, uno di più conosciuti ed apprezzati storici contemporanei, nato a Nantes nel 1923 e per anni docente all'Università di Parigi I e al Collège de France. Per il cristiano il paradiso è una concreta speranza che si fonda su di una promessa divina, promessa che viene formulata ad esempio nel Nuovo Testamento, e più precisamente nel Vangelo di Luca (23, 43), quando Gesù crocifisso si rivolge al buon ladrone. In generale, l'idea del paradiso ha sostanziato un'intera civiltà, a tal punto che la sua attuale dimenticanza all'interno dell'universo teologico può essere intesa, quanto meno, come forma di ingiustizia storica. Perché il Paradiso ha la sua storia, una storia ricca e complessa, che Delumeau fa coincidere con quella delle sue evocazioni, non di rado espresse in piena bellezza. Anche se i riferimenti all'arte sono numerosi e permanenti, occorre precisare che l'opera di Delumeau non è esclusivamente storico-artististico, ma un saggio sull'immaginario paradisiaco in cui si pone in luce come tale speranza si sia inserita all'interno di un contesto storico e culturale in costante evoluzione. Il discorso sul paradiso si sviluppa ad ampio raggio, includendo testimonianze e documenti forniti dalla storia dei costumi e delle idee, con particolare attenzione alla cultura e alla civiltà cristiana. Cultura e civiltà che Delumeau dimostra di conoscere bene. Implicitamente, questo volume sfata luoghi comuni e convinzioni acriticamente accettate, non ultima l'affermazione che l'arte cristiana, sia essa letteraria, plastica o iconografica, abbia rappresentato l'inferno con maggior efficacia rispetto al paradiso: quasi che il pathos creativo abiti esclusivamente le evocazioni infernali, lasciando alle immagini celesti solo monotonia e sostanziale sentimentalismo. A ben vedere, anche il cielo ha avuto la sua degna parte: la storia cristiana ci consegna in tal senso un corpus estremamente ricco e variegato, nel quale rientrano anche visioni narrative, testi mistici, composizioni musicali. La stessa liturgia cattolica è tradizionalmente impregnata di temi paradisiaci (si pensi ad esempio al Gloria e al Sanctus), così come paradisiaco vuole essere l'edificio di culto anche dal punto di vista architettonico: paradigmatica in tal senso è la cupola della cappella della S. Sindone a Torino, costruita a partire dal 1667. Perciò, se è vero che le immagini dei Giudizi universali colpiscono più con i marasmi diabolici che con le processioni angeliche, è altrettanto vero che l'abbagliante bellezza de "Il polittico dell'Agnello mistico" di Jan e Hubert Van Eyck (chiesa di Saint-Bavon a Gand, in Belgio) rappresenta una delle massime sintesi dei temi paradisiaci cristiani. Il polittico di Gand è anche l'esempio di come la creatività occidentale cercasse di introdurre elementi terreni nella scena ultramondana. L'avvicinamento del cielo alla terra prosegue fino al Rinascimento cattolico, dove la verticalità continua a proporsi, sebbene in modo diverso. A partire dal XVI secolo la descrizione lascia il primato al movimento: la "Trinità" di Durher del 1511 (Vienna, Kunsthistorisches Museum) illustra bene la volontà degli artisti rinascimentali di integrare le rappresentazioni celesti con motivi e movimenti ascensionali. Delumeau individua nel XVII secolo la vera frattura nella storia delle rappresentazioni paradisiache. Le sicurezze consolidate da tempo iniziano a sgretolarsi. I punti di riferimento tradizionali non sono più nitidi come prima. La rivoluzione scientifica (che al contempo preannuncia una rivoluzione mentale) introduce la constatazione dell'appartenenza del cielo e della terra allo stesso ambito di convivenza, retto dalle stesse leggi. E se Terra e cielo cominciano a convivere in un ambito governato da leggi comuni, nel campo della creatività umana avviene la separazione fra "cielo" e "aldilà". Il dialogo con il soprannaturale si modifica profondamente: il processo di secolarizzazione si insinua in tutti gli ambiti del sapere, con necessarie ripercussioni nella sfera del fare. Il cielo non è più il luogo che ospita l'aldilà: in tal senso le evocazioni celesti perdono progressivamente forma, colore ed in generale potenza espressiva; lasciando il campo (prima coperto dalla gloria divina) a glorie umane e rappresentazioni mitologiche. Il rapporto fra l'orizzontalità terrena e la verticalità celeste subisce così profonde modificazioni: nel campo dell'arte pittorica, l'immagine cristiana si indebolisce ed inizia a smarrire la sua essenziale relazione con l'ambito del sacro. Attraverso l'influsso della "sobrietà" protestante e minato da preoccupazioni crescenti di natura catechetica (presenti anche in ambito cattolico) il discorso sul paradiso tende a farsi sempre più povero. Vogliamo concludere con le stesse parole con cui l'autore conclude la sua trattazione: «alla domanda "che cosa resta del paradiso? " la fede cristiana continua a rispondere: grazie alla resurrezione del Salvatore, un giorno ci daremo tutti la mano e i nostri occhi vedranno la felicità». L' esistenza del paradiso, sembra dirci Delumeau, è indipendente dalla maggiore o minore bellezza delle sue rappresentazioni terrene. Gregorio Magno parla di luce senza eclissi, sazietà senza disgusto, salute senza malattia. Bernardo di Chiaravalle lo vede come luogo di gioia perfetta ed eternamente durevole, dove la perfezione non è eccezione bensì regola costante. Agostino, nell'Enchiridion, lo descrive come il regno dove la perfezione non è eccezione ma regola costante; come luogo dove esiste vita senza morte, verità senza errore, felicità senza turbamento. Oggi le Chiese appaiono praticamente mute sulla dottrina del Giudizio Universale e sembrano adottare, nei confronti del paradiso, un atteggiamento che si potrebbe definire a mezza via fra la discrezione e la reticenza. Ma il suo impoverimento come oggetto di rappresentazione non lo intacca come verità di fede, sebbene ne renda la memoria molto più difficile. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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