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numero 280
6 marzo 2008
 
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Paesani d'Europa

di Elena Siri - 4 dicembre 2003

E' interessante osservare come nell'orientamento culturale del paese si presenti un fenomeno dalla doppia valenza che appare quasi contrastante. Da un lato l'allargamento all'Europa, la sprovincializzazione della cultura italiana, l'estensione dei messaggi, dei confini, dei linguaggi; dall'altro l'esigenza della "devolution" , la focalizzazione sulle identità culturali, sulle specificità, sui dialetti, sulle minoranze e sui localismi.

La cultura italiana si divincola, quasi stretta fra due morse, divisa su due binari quasi inconciliabili: su un fronte l'esigenza di europeizzazione, di globalizzazione, di allargamento, sull'altro la necessità di identità specifica e di differenziazione.

Il Governo, attraverso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali si trova a gestire lo sviluppo della produzione artistica e culturale in una curiosa alternanza di proposte:

  • progetti di ampio respiro, multilinguistici e internazionali da parte di vari organismi artistici
  • programmi caldeggiati dalle Regioni di gestione autonoma dei fondi e delle risorse destinate alla cultura per un controllo più specifico e localistico della cultura.

In questo procedere quasi schizofrenico di un governo costretto al compromesso continuo tra Europa e Repubblica Cisalpina, tra arte globale e dialetto sardo, appare difficile intravedere sviluppi e programmi non frammentari e discontinui.

Ma esiste un'altra interpretazione possibile: le due componenti del processo culturale italiano possono essere vissute non come contrasto di opposti ma come manifestazione di un nuovo modo di intendere la cultura. Un'interpretazione che si specchia nelle linee guida dell'uomo contemporaneo e nelle nuove esigenze del cittadino italiano: appartenere sì all'unione europea ma rimenere un abitante del suo villaggio, esterofilo e campanilista insieme,. E' l'uomo medio italiano che mastica un po' di inglese ma racconta barzellette in "lumbard", calcola i fusi orari del globo e canta le canzoni napoletane. Questa possibilità di coesistenza tra generico e specifico, tra uno sguardo panoramico e il particolare ingrandito, questa capacità di trattare il lontano come il famigliare diventa una ricchezza preziosissima per il nostro futuro. Il rischio non è la contraddizione tra l'identità europea e quella regionalistica ma è quello che la coesistenza fra le due faccia perdere l'unità e l'identità nazionale dello stato. Oggi insomma ci sentiamo liguri europei o calabresi europei, quasi sorvolando sul fatto che siamo anche italiani. E' anche vero che storicamente questa nuova dimensione di cittadini culturalmente regionalistici ed europei ci appartiene di più: è un fatto che l'unità nazionale dell'Italia sia sempre stata piuttosto teorica e problematica. Lo Stato Nazionale in Italia è risaputamente atipico e innaturale e forse non a caso ci sentiamo a nostro agio nella nostra odierna dimensione di "provinciali europei". Purtroppo non si può non notare che l'Italia dei comuni e delle Regioni (da sempre un po' costretta sotto il tricolore) si rivolge direttamente all'Europa in un inorgoglito e talvolta insano senso di autonomia dallo stato centrale. E' prudente sperare che la cultura nazionale venga ancora gestita in futuro con un piano nazionale unitario sotto la direzione generale del governo unitario. Diversamente, si finirebbe per polverizzare la produzione in mille realtà e ogni Regione coltiverebbe il suo orticello culturale rischiando di perdere di vista la visione d'insieme, riducendo il panorama di produttività nazionale e screpolando una delle cose che ci ha reso grandi gli italiani in tutto il mondo: la cultura. E' bene che per il turismo, per l'arte, per la crescita del paese e per l'identità di ognuno di noi si salvaguardino delle caratteristiche culturali assolutamente nazionali e tipiche dell'Italia intera: la creatività, la fantasia, la poesia che accomunano tutti gli italiani.

Non ultimo si consideri che le realtà locali non sono ancora pronte per avere complete autonomie, specie sul piano della cultura: i circuiti sono ancora nelle mani dei soliti "impegnati politicamente" e legati a vecchi regimi e solo una gestione sicura e centralizzata delle linee guida può dare al paese un nuovo sviluppo culturale e nuove risorse per l'affermazione della cultura italiana in uno sviluppo europeistico.

! Elena Siri
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  • duda.. - di amalia - 13 maggio 2005 21:13
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Ragionpolitica, periodico on line n.34 del 4/12/2003
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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