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numero 280
6 marzo 2008
 
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L' inquietudine che salva la vita. L'opera di Fernando Pessoa

di Raffaele Iannuzzi - 4 dicembre 2003

Ormai tutti sanno chi sia Fernando Pessoa, una delle figure capitali della letteratura del Novecento. Nato a Lisbona nel 1888, trascorse la giovinezza a Durban (Africa del Sud), dove il patrigno era console del Portogallo. Nel 1905 rientrò a Lisbona dove visse fino alla morte (1935), lavorando sempre come corrispondente commerciale in ditte di import-export. Se la sua esistenza privata si svolse secondo i canoni dell' impiegato di concetto - al pari di quella di Kafka -, la sua presenza sulla scena letteraria portoghese lasciò un' impronta indelebile con la creazione di movimenti d' avanguardia e di riviste che animarono la cultura del suo paese per più di un trentennio. Dedicò tutta la vita alla progettazione di una vasta opera che non giunse mai a pubblicare in volume, limitandosi alla pubblicazione su riviste e giornali di testi poetici, estetici e filosofici firmati oltre che col suo nome con quelli dei suoi eteronimi. A tutti costoro, Alberto Caeiro, Riccardo Reis, Alvaro de Campos, egli costruì una biografia ed una personalità, facendoli muovere nell' ambiente letterario portoghese come se si trattasse di personaggi realmente esistenti. La sua opera comincia ad essere pubblicata in volume nel 1942 in Portogallo suscitando un' universale ammirazione.

In Italia, sono state tradotte alcune opere di Pessoa: Una sola moltitudine, Adelphi 1979, seconda ediz. 1984; Due racconti del mistero, Herodote, 1983; di particolare rilievo la traduzione di un libro bellissimo di Pessoa, Il libro dell' inquietudine, Feltrinelli, 1986.

Quest' ultimo libro, Il libro dell' inquietudine, rappresenta una fusione assai raffinata di temi filosofici e letterari, una storia dell' anima di Bernardo Soares, il personaggio inventato da Pessoa, l' alter ego dello scrittore, la sua controfigura, una maschera che guarda la realtà con tutto lo struggimento disincantato di cui Fernando era capace.

In quest' opera di Pessoa, il classico tema del taedium vitae, cioè dell' abbandono dolente al corso della vita vissuta come permanente noia e tristezza, acquisisce un tratto unico, perché viene collegato alla funzione dello sguardo; ogni gesto umano, ogni atto del guardare e del toccare, tutto insomma, è definito da questa impronta cosmica dolente, da questa malinconia nel senso medievale, in parte resa alla vita, in parte attraversamento consapevole della realtà. Lucrezio e Spinoza sono certamente le fonti classiche di Pessoa; poi sono presenti certamente le suggestioni di Pirandello, Svevo e di una certa sensibilità culturale legata all' esoterismo diffusa ai primi del Novecento tanto in Portogallo tanto in Spagna. La vita, secondo il Soares-Pessoa, è un flusso continuo di momenti e movimenti che non si articola mai in unità perfetta e compatta, assediata com' è, e permanentemente, dal male e dall' angoscia, vissuta con accenti assai vicini a quelli espressi da Kierkegaard.

Se volessimo compiere una piccola operazione di rivisitazione critica di quest' opera, potremmo accostarla al denso Ritratto della malinconia del filosofo Romano Guardini: accenti espressivi analoghi, contenuti quasi sovrapponibili, medesima sensibilità. Pessoa, nella sua opera, scrive:

"Un' enorme inquietudine mi faceva rabbrividire i minimi gesti. Ho avuto paura di impazzire non di follia ma proprio per i gesti. Il mio corpo era un grido latente. Il mio cuore batteva come se singhiozzasse" (p. 94).

Guardini, quasi in controcanto sinfonico: "Or è proprio nell' ambito della malinconia che si manifestano gli effetti più fortemente contrastanti. Un' indole malinconica è sensibile in grado altissimo ai valori; ma, con la sua tendenza all' autodistruzione, si serve proprio di essi come dell' arma più pericolosa da usare contro se stessa" (p. 45, ediz. Morcelliana). Qui il "grido latente" di Pessoa diventa ansia di autodistruzione, abbattimento dell' identità, incapacità di reale e positiva autoaffermazione. Questa è la zona grigia della vita, la casa delle ombre che assediano la persona e la sradicano dalla percezione collettiva, donandole, quindi, seppur unitamente al dolore, una lucidità disincantata che si èleva all' altezza della grande domanda sulla vita, sul suo cantare la vittoria dell' umano anziché offrire ospitalità alla bestie del male. Si tratta di una questione di confine abitata tanto dalla letteratura tanto dalla filosofia (spesso trasmutantesi in alta prova letteraria); è, questo, uno stile tutto novecentesco, lo stile di Pessoa, un pò classicheggiante, un pò straniante, già in fondo postmoderno, adùso alla frammentarietà episodica.

Che la vita sia assai spesso un arazzo rovesciato interamente da decifrare è verità da conservare sempre nel cuore; la grande scrittura di Pessoa, impasto di malinconia e mite disincanto, rivela, insieme, il grigiore dell' esistenza ed il suo splendore quotidiano, proprio perché minuto, piccolo, irrilevante e cangiante. Anche questa può essere una piccola nube della non-conoscenza, un modesto esercizio di accostamento alla vita come mistero, da molti indagato, da pochi illuminato.

! Raffaele Iannuzzi
Gli ultimi commenti
  • ? - di baba - 8 febbraio 2004 12:54
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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