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6 marzo 2008
 
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La sintassi italiana di Edoardo Albinati ovvero del ritorno dell' autore

di Raffaele Iannuzzi - 12 dicembre 2003

Il filosofo francese Michel Foucault scrisse nel 1969 un celebre articolo in cui decretava la morte dell' autore e, per far ciò, si servì di una formulazione tratta da Beckett: "Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla". Foucault mise in fila, per così dire, i residui della letteratura contemporanea e, alla fine di questa operazione, sancì solennemente la fine della scrittura come espressione individuale e creativa, come espansione vitale delle forze luminose ed oscure dell' anima; no, la scrittura è solo "gioco", privo di qualsiasi verità intrinseca, ed esiste inoltre una "parentela della scrittura con la morte". "Questo rapporto della scrittura con la morte, aggiungeva Foucault, si manifesta anche nell' eclissarsi dei caratteri individuali del soggetto scrivente". Fine della letteratura come opera creata da un soggetto agente e libero e fine dell' autore, che si assume la responsabilità della sua opera e, con ciò, tratteggia una visione del mondo del tutto personale. L' età contemporanea sembrava aver smarrito la strada della creatività letteraria e della sana "scapigliatura" individuale dell' autore; ma questa è solo apparenza, perché, in realtà, e soprattutto in Italia, la letteratura ha continuato, e densamente, il suo dialogo con la realtà concreta e con i bisogni fondamentali dell' uomo. L' autore, anche oggi, è più vivo che mai; le profezie circa la sua scomparsa, in questo Paese, hanno fatto la fine di ogni malsana iettatura, sono cioè cadute nel vuoto. L' opera di Edoardo Albinati, Sintassi italiana (Guanda, Parma, 2002, euro 11), conferma questa ipotesi di lettura ed è una prova letteraria di particolare significato perché si accosta in modo del tutto naturale alla testimonianza estetica e culturale di Pasolini.

Edoardo Albinati è nato a Roma nel 1956. Ha pubblicato libri di narrativa: Arabeschi della vita morale, Il polacco lavatore di vetri, Orti di guerra, Maggio selvaggio. Il suo esordio in poesia è la raccolta Elegie e proverbi (Mondadori, 1989) a cui ha fatto seguito La comunione dei beni (Giunti, 1995). Insieme a Paolo Del Colle, è autore del poemetto Mare o monti (L' Obliquo, 1997). Lavora come insegnante presso il penitenziario di Rebibbia.

Sintassi italiana è una raccolta di versi assolutamente anti-lirici e di osservazioni scritte con una forza ironica e critica che non sfocia mai, proprio mai, nel piatto ed insipido moralismo; nella scrittura di Albinati l' occhio crudelmente critico che scruta la realtà si immedesima costantemente con un senso realistico e con un rifiuto netto dell' evasione tanto consolatrice tanto utopica. In ciò, Albinati si avvicina, a suo modo, al Pasolini della Religione del mio tempo ed a tratti si può cogliere anche qualche assonanza con L' usignolo della Chiesa Cattolica.

Albinati scorre, con ferma e stabile lucidità, le realtà sociali ed umane del nostro Paese, senza scaricare sulla pagina il solito risentimento amaro e del tutto disumano di alcuni scrittori, fra i quali cito soltanto il più noto, Moresco. La "sintassi italiana" di Albinati è sottilmente incastonata all' interno della tradizione popolare della nostra terra, quindi emergono densamente tutti gli intrecci tipici della nostra mentalità comune: il sacro ed il profano; il disincanto italiano; l' apologia della cosiddetta "capitale morale", Milano; la fatica quotidiana del lavoro e del tirar su onestamente la famiglia. Tutto, in questa particolarissima prosa anti-retorica, canta, ad un tempo, le contraddizioni della vita quotidiana e le lotte umane più autentiche, il tutto al di là di qualsiasi "militanza" ideologica e di "fede" nell' "impegno" astratto e compiaciuto. Albinati non è un radical-chic, è un figlio del popolo, che scrive per far emergere la gustosa densità della vita, i suoi umori, le sue, seppur lievi, aperture di sacralità.

Alcuni assaggi della sua scrittura possono documentare quanto sin qui affermato. Sfogliando Sintassi italiana, ci imbattiamo nel Lamento della sentinella infernale:

"Sono serio se dico che qui si sta bene
al riparo della bruttezza totale, con il lenzuolo di terra
ben rimboccato. Meglio spaventare che essere spaventato
la politica è un gioco di prevenzione
colpire per primi, colpire più forte
e noi siamo più umani degli umani
per questo hanno paura di noi".

L' umanità accesa e viva può far paura, scrive Albinati; è una verità nuda e cruda, semplice, priva di retropensieri ideologici, ecco la forza espressiva e poetica del nostro autore.

Ancora, leggendo un altro testo, bellissimo, Campionature:

"Il mio corpo è di terra nervosa:
altero nel mio vivere basso, provo gusto
a ogni disastro e esaltazione animale.
Nel disperato bisogno di autenticità
nelle imitazioni e nelle pose
nelle replicate mosse erotiche e nella moda
delle bellezze che s' incrociano
giù in strada, in ogni minuto di mania
e palpito di esagerazione, nell' attrazione
malata per il Nord, nel misticismo
d' incidersi sulla pelle tigri e crocifissi
sì, nella carne fresca e nuova, nella neve caduta
quando non c' erano che nuvolette viola
nel cielo cobalto (o altro splendido olio)
come miracolo nel deserto".

Forse qui Albinati mima addirittura il Pasolini più poeticamente affabulatorio e lo fa con un candore semplice, nutrito di espressività descrittiva, pura fenomenologia delle mosse interiori del cuore e delle parvenze esteriori della realtà. E', questa, l' apertura vera della letteratura che, indipendentemente dai suoi esiti estetici, inizia a balbettare una lingua nuova, frutto della tradizione e dell' impatto della realtà sull' anima; non è detto in alcun modo che una sintesi di questo tenore sia universalmente apprezzata, ma certamente è il risultato di una mossa da vero autore, quella mossa che smentisce, oggi come ieri, la nefasta previsione di Foucault: l' autore c' è, eccome, e si autoproclama per quel che è, creativo ed imperfetto.

! Raffaele Iannuzzi
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