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Il conflitto dei dirittidi Riccardo Meynardi - 3 gennaio 2004 Transitiamo in un periodo della XIV legislatura in cui bisogna fare molta attenzione a come vengono rigirate le carte in tavola. Non mancano, infatti, strumentalizzazioni e cattiva informazione. Parlando di scuola, poi, si scopre che ai poveri studenti viene presentata sempre la parte mezza vuota del bicchiere. Prendiamo a titolo d'esempio il diritto allo studio. Un anno scolastico garantisce almeno duecento giorni effettivi di lezione, come sanciscono gli articoli 12 e 13 del Decreto legislativo 297 del 1994. Non tantissimi, poco più della metà di un anno solare. Se poi a questi duecento giorni vengono sottratti quelli dedicati alle assemblee, ci si avvicina ulteriormente alla soglia del cinquanta per cento. Non considerando quelle di classe, è diritto degli studenti indire un'assemblea d'istituto (quelle che coinvolgono tutti gli alunni di una scuola) al mese che occupi tutta una mattina, da settembre a giugno fanno dieci assemblee. E siamo a centonovanta giorni di lezione, centosessantacinque di vacanza e dieci d'assemblea. A questo punto non me la sento proprio di colpevolizzare i docenti di storia perché non riescono a portare a termine il programma. Il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca decide, a tal proposito, di non considerare più le ore di assemblea studentesca d'istituto come ore di lezione e di escluderle, quindi, dal conteggio dei giorni che concorrono al raggiungimento dei fatidici duecento. Lo fa con la comunicazione ministeriale 1911/A3 datata 24 aprile 2003, d'ora in poi i giorni d'assemblea andranno recuperati. Ahia! con tale comunicazione nasce un conflitto di diritti. Diritto allo studio contro diritto d'assemblea. Chi vincerà? I sentimenti sono contrastanti: da un lato gli studenti, che figuriamoci se vogliono fare assemblea dovendo recuperare giorni alla fine dell'anno, ed i presidi, che ne approfittano e si scaricano dalla groppa qualche grattacapo (fornire locali adeguati, accordare la presenza di eventuali relatori esterni all'istituto, assicurare l'assistenza agli studenti,...); dall'altro i docenti ed il loro programmi, che prendono almeno una boccata d'aria. Siamo in Italia ed in Italia, in questo periodo, c'è la sinistra all'opposizione che non vedeva l'ora di puntare il dito contro il ministero, accusandolo di voler sopprimere il diritto d'assemblea. Un momento! nessuno ha mai parlato d'insabbiare tale diritto sacrosanto, si volevano semplicemente rendere effettivi quei miseri duecento giorni allo svolgimento dei programmi didattici. Il diritto d'assemblea rimane. Chi vuole approfondire i più svariati temi, dalla storia alla scienza all'attualità al teatro, lo può fare addirittura utilizzando le strutture scolastiche, i materiali e le altre risorse, ma non lo può fare sottraendo ore alle materie ed ai professori che garantiscono le basi culturali di tutti gli studenti. Non sembra male (né eccessivamente complesso) come ragionamento, ma tant'è che il Dipartimento per i servizi nel territorio si è visto costretto a pubblicare una nota che precisa:
Vince tre a zero il diritto d'assemblea. In questo modo gli studenti potranno saperne di più su come la pensa Don TaldeiTali a proposito della guerra in Iraq e di meno su come la noia affliggeva Leopardi. Povero Giacomo nostro, non sai quanto ti saresti annoiato a vedere studenti che vanno a scuola centonovanta giorni l'anno! E' un po' come la storiella del tizio che indicava la luna e dello sciocco che, invece di guardare il satellite splendente, guardava proprio il dito dell'amico. Qui, per difendere il diritto d'assemblea (ma cos'è, poi, questo diritto d'assemblea? da dove arriva?), si trascura il fondamentale diritto all'istruzione.
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Ragionpolitica, periodico on line n.38 del 3/1/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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