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La testimonianza che non ammette la retorica. Il genio illuminista di Leonardo Sciasciadi Raffaele Iannuzzi - 3 gennaio 2004
Nato a Racalmuto, nel cuore della Sicilia, nel 1921 e morto nella sua terra, a Palermo, nel 1989, proprio l' anno mirabile della caduta del muro di Berlino ( lo stesso anno in cui si spense un grande filosofo, ancora non del tutto compreso e fin troppo strumentalizzato, Augusto Del Noce), Sciascia si è occupato sempre di una sola realtà: la Verità nel suo chiaroscuro permanente. La Sicilia, con i suoi intrighi, la mafia, il dolore atavico della sua gente, ha rappresentato, di fatto, il teatro mitico in cui la Verità ha giostrato contraddittoriamente, da sempre, ed ha fatto maturare un bubbone gigantesco di contraddizioni e di male, così poderoso ed arrogante da costituire un' emergenza permanente. Ecco, sì, Sciascia sapeva bene come la sua Sicilia costituisse un' emergenza permanente, al pari dell' Italia tutta, in questo somigliava alquanto al grande Prezzolini, che decretava, dagli Stati Uniti, la fine, in gloria s' intende, dell' Italia; Sciascia era un puro e candido disincantato, la sua sicilianità quasi lo costringeva all' oggettività dell' entomologo, in cui, a scatti, esplodeva la passione civile, ma sempre, davvero sempre, scevra di retorica. Questo era il metodo di Sciascia: sguardo lucido sulla realtà, secondo la lezione di Spinoza: né ridere, né piangere, ma comprendere. Prima di tutto comprendere, scire est scire per causas, dicevano gli scolastici, ecco, Sciascia era un illuminista affamato di conoscenza e di rigore analitico, critico senza ideologismi, sanamente realista, magari un pò pessimista ma senza esagerazioni nichilistiche. Sciascia scriveva di potere, mafia e cancri ideologici solo perché tutte queste cose costituivano il tessuto oggettivo della realtà; mai e poi mai si autodefinì "mafiologo" oppure esperto di qualcosa in particolare, lui, voltairiano affascinato dal Sacro, credeva nella misura luminosa della ragione e non cedeva mai di fronte al tracimare scostante delle reazioni popolari, populiste, democraticiste: la democrazia, per Sciascia, era anche un fatto di misura e di ragione, di autonomia del giudizio e di libertà realmente vissuta. Nel 1971, scrivendo Il contesto, per i tipi della Einaudi, scandalizzò i comunisti; nel 1974, con Todo modo, fece le buccie ai cattedratici del potere di matrice cattolica: schiaffi a tutti, a destra ed a sinistra, ecco l' intellettuale laico, non laicista, libertario ma non libertino. Misura e rigore critico, lucidità intellettuale, coraggio in prima linea, sempre, non per eroismo, ma per necessità quasi metodologica, poiché, per conoscere davvero, occorre sondare territori sconosciuti, dunque avere il coraggio della scoperta. Ecco la dichiarazione di principio del lucido Sciascia: "Non c' è nulla che mi infastidisca quanto l' essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un "mafiologo". Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia Occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte. E non amo le interviste ex abrupto: preferirei rispondere per iscritto ad ogni domanda, tranquillamente, ponderatamente". Così sul Corriere della Sera, il 19 settembre 1982 (l' articolo può essere letto nel bellissimo libro A futura memoria (se la memoria ha un futuro)). I cosiddetti "esperti", in Italia, hanno nutrito soltanto le mafie universitarie, i gabinetti ministeriali, le sette di vario colore ed impostazione: un potere arcigno e brutale, che si sbrodola e rotola nelle parole calcate sugli schemi ideocratici ed ideologici, nettamente paranoici e deliranti. Scrittori come Pontiggia e Gomez Davila hanno asserito, insieme a Sciascia, che il Sistema Ideologico altro non è se non un Delirio Collettivo, una reale distorsione del pensiero critico. Questa scuola di pensiero critico dovrebbe essere riscoperta oggi, in questo Paese, ancora attraversato da furori e bagliori ideologici; un pensiero come questo assume l' ideale come indicatore esistenziale e come vettore della ricerca, mai come una Cosa già bella e pronta, un piatto precotto ed indigeribile. La ricerca della verità, come insegnava un altro grande filosofo italiano, Ugo Spirito, è costantemente travagliata da continui saliscendi, ma è sempre meglio scendere per poi risalire che illudersi di essere sempre sulle vette di un sogno assoluto per poi sbatacchiare la faccia sul muro della realtà. Sciascia è stato un maestro di pensiero e di rigore critico senza volerlo, come ogni vero maestro, non ha avuto alcuna "scuola" né conventicola di appoggio, è stato un uomo limpidamente imperfetto, funestato dal dubbio e perforato dal dolore per lo scempio italiota del nostro tempo, tutto qua. Può bastare tutto questo per alzare il calice ad un uomo così? Io credo di sì ed alzo, quindi, il mio personalissimo calice a Leonardo Sciascia, che Dio ci doni ancora uomini così imperfetti eppur tenacemente ricercatori della verità.
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Ragionpolitica, periodico on line n.38 del 3/1/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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