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Ideazione Cultura politica e globalizzazionerecensione di Fabrizio Gualco - 30 ottobre 2001 In questo numero di «Ideazione» (Numero 5, settembre-ottobre 2001) si tenta di riflettere e far chiarezza su temi e problemi inerenti alla globalizzazione. La globalizzazione rappresenta una realtà di cui è bene prendere atto perché globale, direbbe Marshall McLuhann, è il nostro ambiente contemporaneo; globale è la realtà del mondo in cui ci troviamo a vivere. La globalizzazione parte della sfera economico-finanziaria e da qui tende ad incidere e coinvolgere, più o meno direttamente, su tutti gli aspetti della vita contemporanea dell'individuo. Per coloro che si ispirano alla cultura liberale, scrivono Domenico Mennitti e Carlo Lottieri, la globalizzazione è un fenomeno di libertà: il risultato di un'interazione pluridimensionale, fondamentalmente spontaneo, che vede protagonisti centinaia di milioni di individui. Il punto di vista liberale fondato sulla libertà individuale e comunitaria, sulla dignità della persona e dei popoli, si accorda con ciò ha scritto Giovanni Paolo II: a priori la globalizzazione non è né un bene né un male, poiché il bene che può apportare o il male che può provocare dipendono dall'intelligenza, dalla libertà e dalla volontà dell'essere umano. Come nota Paolo Del Debbio, il Cristianesimo come religione non rappresenta di certo un credo tribale o localistico, ma una fede che possiede un'intrinseca vocazione all'universalità. La Chiesa nasce per globalizzare un messaggio di salvezza: un messaggio storicamente nato in un determinato punto del globo e perciò collocato all'interno di un particolare contesto, che per sua intrinseca natura tende a comunicarsi in modo globale, diffondendo la sua risonanza per ogni dove. Fra globalizzazione e libertà, all'interno del Cristianesimo, c'è aria di famiglia: e se la libertà dell'uomo e il suo benessere appartengono allo spirito e alle finalità della religione cristiana, allora il liberalismo può essere lo strumento più adeguato al conseguimento del miglior risultato. Se molti considerano la globalizzazione come occasione storica da non perdere, come realtà in cui e su cui occorre lavorare, altri, magari in crisi di astinenza ideologica e piuttosto inclini a frequentare i luoghi teorici del giacobinismo ideologico e del costruttivismo economico, la giudicano un sostanziale progetto di domino, sviluppato sull'intenzione di sfruttare e saccheggiare le risorse umane e naturali, provocando così irreversibili ingiustizie sociali ed economiche. Da questo punto di vista la protesta antiglobale si sviluppa in senso politico-ideologico. Con Giuseppe Sacco e Carlo Maria Santoro notiamo che, al di là di intenzioni e dichiarazioni a favore del progresso, la deriva antiglobale assume tratti spiccatamente reazionari, diventando sempre più variegata e violenta quanto più la globalizzazione dispiega i propri effetti. Per fermare il fenomeno, dice Carlo Jean, i contestatori dovrebbero imporre alla storia una retromarcia peraltro impossibile, magari proponendo di disinventare i computer e distruggere quelli esistenti (come simbolicamente hanno fatto alla riunione del G8 di Okinawa). I contestatori della globalizzazione si dicono democratici e pluralisti, ma in realtà - i fatti di Genova sono eloquenti - la varietà che connota il cosiddetto "Popolo di Seattle", più che sinonimo di pluralità è indizio di caoticità. Sia sul piano pratico che teorico, infatti, le anime che compongono il movimento sono molte, e molte volte in contraddizione tra loro. Risulta estremamente difficile individuare all'interno dell'antiglobalismo un sostrato unitario. Il termine "globalizzazione" viene usato spesso in modo indiscriminato, improprio, spesso con significati e riferimenti antitetici. Anarchici e statalisti, tute bianche e "blocchi" neri, pacifisti non di rado aggressivi ed ambientalisti in cerca del giardino perduto: «non so cosa voglio, ma so che lo voglio adesso» e «cerco un centro di gravità permanente»: forse questi potrebbero essere comunque i loro veri motti comuni. Una mancanza di fondamento (e quindi di credibilità) interessa non solo profeti e adepti, ma anche le "bibbie" dell'antiglobalizzazione. Il famoso No Logo della giornalista Naomi Klein, ad esempio, è un testo leggibile, il cui contenuto però non va oltre l'orizzonte della denuncia sociale. Infine, No logo non è solo il titolo del cult book di turno, ma anche lo slogan più di moda presso i contestatori della globalizzazione: uno slogan che racchiude - scrive Luciano Lanna, - un istinto iconoclasta indirizzato ai simboli commerciali (ma non solo commerciali), che caratterizzano la nostra quotidianità. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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