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numero 280
6 marzo 2008
 
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Carrà e la pittura metafisica (1881-1966)

Itinerari del ‘900 parte II

di Francesco Natale - 9 gennaio 2004

Carlo CarràDe Chirico e Carlo Carrà si incontrano nel 1917 in un neurocomio fuori Ferrara, entrambi reduci dal fronte. Fu un sodalizio artistico destinato ad incrinarsi per le diverse e forti personalità, ma che, almeno sino agli anni '20 ha dato buoni frutti, realizzando quella "pittura metafisica" (da una felice definizione di Giovanni Papini) che costituisce un capitolo importante della storia dell'arte italiana del primo ‘900.

Per quanto riguarda Carrà occorre subito chiarire che il suo percorso artistico fu molto vario, complesso e, per alcuni aspetti contraddittorio, anche se la costante definizione plastica dei volumi e la ricerca di una forma ordinata e statica danno una coerenza interna alla sua ricerca.

Per comprendere le contraddizioni e la sintesi conclusiva è necessario cogliere alcune tendenze della sua biografia artistica: allievo di Oreste Tallone all'Accademia di Brera, ammiratore di Previati ha salde radici nella tradizione pittorica lombarda.

Ma nel suo viaggio a Parigi nel 1889 dimostra grande interesse per gli impressionisti, per i neo-impressionisti di Seurat (pointillistes), per Cezanne.

A Londra, invece, studia le statue, i fregi e le metope del Partenone, presso il British Museum, mentre è indifferente nei confronti dei Preraffaeliti, che allora erano molto in voga.

Carlo CarràSi nota subito in lui una duplice tendenza: da un lato l'apertura agli stimoli delle novità ben selezionate, dall'altro la fascinazione della tradizione classica più pura.

Poi ci fu l'incontro con Martinetti e il Futurismo.

Non dimentichiamo che Carrà, insieme a Boccioni, Balla, Russolo e Severini fu tra gli estensori e i firmatari del Manifesto della Pittura Futurista e del Manifesto Tecnico del 1910.

In questo momento la distanza tra Carrà e De Chirico è incolmabile.

Tra il 1915 e il 1917 avviene il "passo indietro", l'abbandono del Futurismo e la svolta nella direzione della Pittura Metafisica.

In che senso?

Carlo CarràAfferma Carrà: "Si era verso la fine del 1915 quando io mi rimisi con rinnovata passione ai problemi estetici inerenti alla trascendenza plastica e le esperienze concrete attraverso l'opera di Paolo Uccello e di Piero della Francesca mi portarono un solido contributo per intendere la spazialità in quanto geometria euclidea". Ed ancora, nel 1919, alla conclusione della Prima Guerra Mondiale così scrive: "Non abbiamo ancora rifatto le ossa e già si riparla di gradi di eliminazione delle forme precedenti e di susseguenti affermazioni di quelle nuove...Ma da questa lotta di anti-tradizionalisti non potrà che nascere la lotta e non quell'armonia che è lo scopo cui tende l'artista vero. Cotesta legge è immutabile".

Ora noi abbiamo le coordinate per meglio intendere l'adesione di Carrà alla pittura metafisica e per cogliere le differenze che lo contraddistinguono da De Chirico.

La sua adesione è connotata da due specificità che segnano anche la diversità: la pittura Metafisica di Carrà è più rivolta al trascendente, non coltiva la tematica dell'enigma, dell'assurdo, è meno articolata in sistemi simbolici criptici, ma si nutre anche di storia e di sottile ironia e si muove fiduciosa in un ordine superiore, alla ricerca degli archetipi, delle idee innate ma come esse si sono incarnate nel solco della storia e della tradizione italiana.

Carlo CarràDi qui la novità del guardare indietro con occhi moderni, oppure secondo opinioni accreditate, il limite, la forza frenante di questa rivisitazione che impedisce una rottura col passato e la consapevolezza dei reali problemi dell'arte contemporanea. Ma la riscoperta della classicità rinascimentale avviene per Carrà attraverso la riscoperta della presenza immanente del numero nello spazio. Ovvero: la prospettiva rinascimentale con le sue leggi rigorose dava l'impressione esaltante di potere creare e ricreare a piacimento sulla tela bidimensionale la tridimensionalità allargata dello spazio reale. Carrà, invece, non sottolinea questo aspetto, ma un altro più sottile e sotteso al primo, cioè la valenza magica del numero, il segreto esoterico della verità ultima dei numeri e dei loro rapporti secondo la tradizione pitagorica, confluita, peraltro, nell'Ermetismo e nel Neo-

Platonismo di Marsilio Ficino.

In altre parole Carrà sottolinea il rapporto e la distanza tra gli oggetti e gli elementi nello spazio secondo i presupposti della "proporzione aurea".

Una operazione che annovera illustri precedenti, per esempio Poussin.

Diverso, rispetto a De Chirico, è quindi il rapporto con lo spazio, la storia, le relazioni dentro lo spazio, dove tutto trova collocazione e senso. Ma è uno spazio senza tempo, per quanto ben definito, sospeso in una dimensione congelata.

Di qui la personalissima realizzazione di Carrà nell'ambito della pittura Metafisica.

Il contingente ed il mutevole sono anch'essi sospesi, l'evento è percepibile, ma non si verifica, si attende solo il suo accadimento, rimandato "sine die" come in una sorta di "Deserto dei Tartari" pittorico.

Queste sono le specificità della Metafisica di Carrà che lo porteranno gradualmente ad allontanarsi dai manichini, dai solidi geometrici, dalla simbologia di De Chirico, per privilegiare come tema esclusivo il paesaggio, quello marino della Liguria e della Versilia oppure quello collinare della Garfagnana.

Carlo CarràE in questi paesaggi assorti e immobili, riconducibili a figure geometriche armoniosamente collegate, a forme plastiche assolute, ad archetipi investiti dall'ombra e dalla luce secondo una sapiente ripartizione, noi cogliamo l'immobilità del tempo come punto di arrivo dell'eterno ritorno.

Opere Periodo Futurista: "I funerali dell'anarchico Galli" -1911-

Periodo Metafisico: "La musa metafisica" -1917-

"Il pino sul mare" -1921-

Periodo Naturalista: "San Giacomo di Varallo" -1924-

"L'attesa" -1926-

! Francesco Natale
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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