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L'arte tra oblio e memoriadi Edoardo Albani - 16 gennaio 2004 "Non si possono più riconoscere i monumenti dell'epoca trascorsa, immensi spalti ha consunto il tempo vorace. Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri, giacciono tetti sepolti in vasti ruderi. Non indignamoci che i corpi mortali si disgreghino: ecco che possono anche le città morire". Con queste commosse parole Rutilio Namaziano descriveva nel V secolo d.C. le rovine della città etrusca di Populonia, simbolo allo stesso tempo di un glorioso passato, quello etrusco e romano, ormai tremendamente lontano e di un futuro incerto da cui avrebbe preso le mosse la moderna Europa. "Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito", si legge nell'Ecclesiaste. L'uomo nella sua innata tensione verso il domani, porta con sé il profondo desiderio di non esser mai dimenticato, di non dimenticare ciò che è stato. Dato che "navigare necesse est", non si può perdere di vista il cielo nelle notti di tempesta, mentre il mare si ingrossa e le luci dei paesi sulla costa si fanno sempre più tenui. "O frati che per cento milia / perigli siete giunti a l'occidente, / a questa tanto picciola vigilia / d'i nostri sensi ch'è del rimanente, / non vogliate negare l'esperienza, / di retro al sol, del mondo sanza gente. / Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza". Con questa orazion picciola, nel canto XXVI dell'Inferno dantesco, Ulisse convince i propri compagni ad affrontare l'impresa ardua di sfidare l'ignoto. Penelope lo aspetterà invano nella rocciosa Itaca, isola di greggi e di orizzonti senza fine. Dolente è invece il ricordo del passato per l'esule Foscolo per il quale il ritorno diventa un desiderio incolmabile, uguale e contrario a quello di Ulisse: "Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque /...". Tra un viaggio e l'altro, tra andata e ritorno, si svolge, rapida, tutta la vita di un uomo. Ad ogni piccolo passo del nostro incerto cammino su questa terra, un ricordo svanisce, un altro si avvicina alla soglia della nostra memoria. La storia dell'uomo sembra seguire il ritmo alterno delle maree: progresso e regresso, tradizione e innovazione, classicismo e futurismo, tutto scorre senza tregua, da sempre! Senza passato non c'è futuro e viceversa. Non a caso la rinascita dell'Iraq, dopo decenni di feroce dittatura, passa anche dalla tutela del suo immenso patrimonio storico ed artistico, così duramente colpito dalle numerose guerre combattute nell'area e da decenni di degrado e di incuria. Solo pochi giorni fa, alti funzionari dell'Unesco hanno lanciato un allarme che rappresenta per l'intera umanità un monito senza appello: più del 30 per cento del patrimonio protetto dall'Unesco in Medio Oriente è stato irrimediabilmente danneggiato da eventi bellici, atti di fanatismo, catastrofi naturali o cattiva tutela. Come dimenticare il saccheggio dell'Iraqi Museum di Bagdad perpetrato da sciacalli locali dopo la liberazione della capitale irachena da parte delle truppe americane nella primavera scorsa o i danni subiti da tutte le più importanti aree archeologiche del paese a causa dei bombardamenti o della frenetica attività degli scavatori clandestini. L'apporto dato dall'Italia alla tutela del patrimonio archeologico iracheno offre, giorno dopo giorno, risultati sempre più confortanti. Decisamente più disastrosa è la situazione dell'Afganistan. La caduta del regime talebano ha posto fine ad oltre un ventennio di cruenti conflitti, iniziati con l'invasione del paese da parte delle truppe sovietiche nel 1980. Il Museo di Kabul è andato completamente distrutto. Oltre il 70 per cento dell'intero patrimonio culturale afgano non esiste più. La furia iconoclasta dei Talebani non ha risparmiato neppure i giganteschi Buddha di Bamyan, la più alta espressione della presenza buddhista nell'area, taciti custodi della Via della Seta. Il sonno della ragione, com'è noto, genera mostri! Spesso è la natura che infierisce sulle testimonianze del passato in modo altrettanto spietato. Terremoti, alluvioni, l'avanzata inesorabile del deserto, la costante azione eolica, sono i principali agenti naturali che lasciano tracce indelebili sui beni archeologici ed artistici di tutto il mondo. L'alluvione di Firenze del 1966 ed il terremoto dell'Umbria del 1997 hanno causato danni incommensurabili al nostro patrimonio culturale. Solo un mese fa, in Iran un violentissimo sisma ha completamente raso al suolo l'antica città di Bam, con la sua famosa fortezza, capolavoro dell'arte safavide medioevale. Migliaia di persone sono morte sotto le macerie di abitazioni fatte di pietra, fango e paglia. Com'è già avvenuto per l'Iraq, la comunità internazionale sembra orientata ad affidare all'Italia il difficile compito di guidare la ricostruzione della città iraniana, in ragione della nostra grande esperienza nell'ambito del restauro. La rinascita del teatro La Fenice di Venezia dimostra che ogni sfida è alla nostra portata. All'inizio di questo mese, in Etiopia, un altro terremoto ha seriamente danneggiato la chiesa copta di Mewa Tsadkan, completamente scavata nella roccia, risalente al XIII secolo e considerata una delle meraviglie del mondo. Bastano pochi attimi per cancellare una qualsiasi traccia del passato. Tuttavia è altrettanto evidente che una seria azione di tutela può contribuire a limitare i danni. Durante il terremoto del 1997, le volte della Basilica Superiore di Assisi crollarono non solo e non tanto per la violenza della scossa sismica, ma soprattutto perché, in un precedente restauro del tetto, le travi in legno furono inopportunamente sostitute con altre di cemento, più rigide e pesanti. In Egitto, Zahi Hawass, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità Egiziane ha recentemente vietato agli archeologi stranieri di intraprendere nuovi scavi nella valle del Nilo, più precisamente tra Giza ed Abu Simbel. La decisione, comunicata anche ai vertici dell'Unesco, è stata motivata dalla necessità di tutelare adeguatamente i reperti già portati in luce e di concentrare tutte le attività di scavo nelle aree considerate più "a rischio" come, ad esempio, il Delta del Nilo. Spetterà inoltre ad una italiana, l'egittologa Costanza de Simone, il laborioso compito di inventariare tutte le testimonianze (documenti, fotografie, reperti) dei monumenti egizi andati perduti. Nella lotta tra oblio e memoria ogni popolo della terra è chiamato a dare il proprio contributo poiché "non esistono un'arte o una scienza patriottica. Entrambe appartengono , come ogni più alto bene, a tutto il mondo, e possono essere promosse solo attraverso la libera azione e l'influsso reciproco di tutti gli uomini che vivono in un determinato tempo, e l'assidua considerazione di quanto ci resta e ci è noto del passato" (Goethe).
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Ragionpolitica, periodico on line n.40 del 16/1/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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