L'ultimo samurai
di Andrea D'Elia - 22 gennaio 2004
Un veterano della guerra civile americana, il capitano Woodrow (Tom Cruise) giunge nella terra del Sol Levante allo scopo di addestrare le inesperte e neonate truppe imperiali per sconfiggere gli ultimi samurai che si oppongono alla modernizzazione dell'impero Nipponico voluta dall'imperatore Meiji. Il giovane imperatore si avvale in modo sempre più massiccio di professionisti occidentali come architetti, ingegneri, militari e fa costruire un'imponente ferrovia.
Il capitano si rende conto dell'inesperienza dei soldati nel momento in cui, al suo ordine, non riescono con i fucili a centrare un bersaglio posto a pochissimi metri; inesperienza rivelatasi fatale durante il primo scontro tra le truppe imperiali e i famigerati samurai, i quali, nonostante portino pesanti armature e usino come uniche armi arco e katana, infliggono una dura sconfitta alle schiere avversarie munite di fucili e cannoni e fanno addirittura prigioniero il capitano Woodrow. Quest'ultimo viene risparmiato dal capo dei samurai Katsumoto che aveva riconosciuto in lui durante la battaglia, la forza della tigre simbolo degli antichi guerrieri.
Katsumoto (Ken Watanabe), l'ultimo erede di una nobile dinastia, si oppone alla modernità, quella stessa modernità che aveva bandito i nativi americani in un universo distante ma allo stesso tempo molto simile al suo; per questo il capitano capisce che il nobile condottiero difficilmente uscirà di scena senza lottare. Ossessionato da continui rimorsi ed incubi a causa dei massacri avvenuti durante le sanguinosissime battaglie tra l'esercito americano ed i pellerossa, Woodrow, trova come unico conforto l'alcool; ma, costretto a vivere per un intero inverno a contatto con i samurai, lentamente impara a rispettare ed in un secondo momento ad amare l'affascinante ed antico loro codice, basato sull'onore e il rispetto verso il prossimo, ritrovando la pace interiore e decidendo infine da che parte schierarsi.
Non si tratta del solito "filmone" che sfrutta la "computer graphic" creando cose incredibili ma non stupefacenti, anzi poco credibili, poiché irreali. In questo film il pericolo durante le scene d'azione è autentico e palpabile e lo spettatore lo sente. Non c'è solo azione, ma anche qualcosa di spirituale ed epico, viene infatti valorizzata la filosofia del samurai e del "bushido" (la via del guerriero), ignorata dalla nostra cultura, che prevedeva anche il suicidio pur di salvaguardare l'onore (la filosofia "zen" ritiene la morte un arricchimento della vita).
Belle e molto suggestive risultano le "conversazioni" tra i due protagonisti che, nonostante appartengano a due mondi differenti sembrano capirsi al volo, grazie alla stima reciproca.
Tom Cruise nonostante il lavoro di due anni dedicato alla realizzazione della pellicola non riesce a convincere più di tanto nelle vesti di "samurai": i suoi gesti e i suoi modi sono un po' troppo differenti, da quelli dei colleghi nipponici, e, inserito tra le schiere dei samurai durante la battaglia finale, armatura addosso e katana tra le mani, rende la scena un poco grottesca. Ottima invece l'interpretazione dell'attore giapponese Ken Watanabe (Katsumoto) che nonostante abbia preso in prestito la voce da un doppiatore forse francese, riesce a trasmettere tutto il "pathos" richiesto dal ruolo.
Un commento positivo merita la musica del film: il compositore Hans Zimmer ha infatti utilizzato gli strumenti tradizionali giapponesi nella colonna sonora come lo "shakunachi" (flauto), il "koto" (strumento a corde) e il taiko, usato sul campo di battaglia fin dal V secolo, per trasmettere gli ordini.
Certamente da premiare l'impegno del regista Edward Zwich che ci regala un film ambizioso che riesce a calare lo spettatore in modo abbastanza realistico nell'antico scenario del Giappone, un mondo basato sulla gerarchia ma anche sulla sottomissione e spesso sulla violenza, ma che teneva in altissima considerazione concetti come l'onore e la lealtà, valori che oggi purtroppo risultano un po' sbiaditi.
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Andrea D'Elia |
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