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numero 280
6 marzo 2008
 
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Maria Héyret

Padre Marco d'Aviano

recensione di Mario Fava - 23 gennaio 2004

A chi, come me, appartiene alla generazione che ha studiato la storia sui famigerati testi di Camera e Fabietti, Marco d'Aviano suscita la medesima domanda che Carneade provocava a don Abbondio: "Chi era costui?"

Silenzio.

Eppure Marco d'Aviano, cappuccino, vissuto tra il 1631 e il 1699 è una di quelle figure che hanno lasciato un segno indelebile nella storia d'Europa.

Un segno tanto profondo quanto scomodo per la cultura illuminista e anticattolica in genere. Un marchio tanto sgradito da essere deliberatamente coperto con innumerevoli mani di vernice ideologica, ben spesse, ben tirate, opache al punto da cancellarne, almeno in Italia, la memoria.

Ma l'orma del frate è tenace, ed ecco che dopo più di tre secoli dalla sua morte Giovanni Paolo II, il 27/4/2002, lo beatifica portandolo alla venerazione di un popolo dimentico.

Di questa vittoria del ricordo e della riconoscenza sul diabolico oblio è testimone il libro scritto da Maria Héyret (1856-1938): "Padre Marco d'Aviano" tradotto e ristampato da Edizioni Messaggero Padova.

Il lavoro di Maria Héyret è minuzioso, dettagliato, documentato ed ha un unico obiettivo: la vita di Marco.

La scansione cronologia è incalzante, sovrabbondante di riferimenti e di nomi, a cui purtroppo il tempo ha tolto significato.

La Héyret ci racconta la nascita di Marco (al secolo Carlo Domenico Cristofori), nel paese d'Aviano, allora sotto il dominio della Repubblica di Venezia, la sua formazione spirituale e culturale presso i gesuiti, la fuga dal collegio di Gorizia per raggiungere Candia assediata dai Turchi, il rifugio trovato presso i cappuccini di Capodistria, il ritorno a casa, la decisione di prendere i voti come cappuccino, l'ordinazione a Chioggia, l'apostolato della parola, dopo aver ottenuto, nel 1644 la "patente di predicazione".

Fin qui la storia raccontata non sembra discostarsi troppo da quelle di molti ferventi e zelanti religiosi post-tridentini.

Ma ecco il primo miracolo: una suora paralizzata da anni, ricevuta la sua benedizione, si alza e cammina.

La forza della parola è ora coadiuvata dalla potenza taumaturgica e il popolo immediatamente se ne accorge ed è conquistato.

La sua fama corre per l'Italia, attraversa le Alpi, arriva nelle città tedesche, austriache, ungheresi, polacche, francesi, olandesi, spagnole.

Marco è chiamato e si mette in viaggio. Le chiese si riempiono al suo arrivo, il suo mantello viene tagliuzzato dai fedeli per ottenerne reliquie, le stampelle degli storpi guariti sono accatastate dietro agli altari, i cinti di chi soffriva d'ernia ammucchiati accanto.

Marco predica e benedice le folle non tanto nelle chiese, incapaci di contenerle, ma nelle piazze. Chiede conversione, pentimento. Fa recitare l'atto di dolore perfetto. Parla in italiano e latino a tedeschi, francesi e olandesi. Il miracolo della Pentecoste si ripete: la gente capisce, si confessa, piange, si converte, talvolta guarisce.

E il demonio si preoccupa e si mette all'opera: appaiono libelli che lo attaccano, che banalizzano i suoi miracoli, che sviliscono la sua predicazione. Gli opuscoli vengono prontamente confutati dai seguaci di Marco mentre questi continua a viaggiare a piedi, col suo compagno Cosma, da una città all'altra, da un convento all'altro, attorniato di folla.

Attraversa a ripetizione le Alpi su precari sentieri andando là dove le "obbedienze" lo comandano. Marco è amato dal popolo, dai nobili, dai religiosi, dai re, dall'imperatore Leopoldo I, dall'imperatrice Eleonora.

Si reca a Vienna per ben quattordici volte. L'amicizia con l'imperatore è documentata dall'imponente mole di lettere che i due si sono scambiati. La sua corrispondenza, tuttavia, non si esaurisce nello scambio epistolare con l'imperatore ma comprende lettere al papa, a cardinali, re, nobili, prelati, ambasciatori.

Marco, entrando in questo mondo, è costretto ad aprirsi alla politica e vi si apre ma stabilendo precisi solchi da seguire: la salute dell'anima, il bene della cristianità, della chiesa, dell'impero.

Marco è forte, deciso, coraggioso. Mette d'accordo, come legato pontificio, i capi degli eserciti cristiani, cattolici e protestanti, e li guida alla liberazione di Vienna assediata dai Turchi.

All'alba del 12/9/1663 sulla collina di Kahlemberg celebra la messa, servita dal re di Polonia, Sobieski, e dal duca di Lorena. Infuoca le truppe cristiane, gli ussari, i cavalieri alati, e le lancia all'attacco dell'assediante. "Avanti con la croce!", "Gesù e Maria!". E corre da una parte all'altra del campo a benedire e ad incoraggiare. La battaglia è miracolosamente vinta. L'esercito turco perde ventimila uomini e fugge. Per l'impero ottomano inizia il lungo, inarrestabile tramonto. L'Europa è salva. Il papa Innocenzo XI proclama quel giorno festa del Nome di Maria.

Inizia la riconquista. Prima di Buda (1686): Marco ricolloca la statua di Maria nella chiesa di Santo Stefano, e dopo un secolo e mezzo vi intona il Te Deum. Poi di Belgrado (1688), dove Marco è invocato da ottocento soldati turchi, rinchiusi nella fortezza, a cui salva la vita.

Negli anni successivi spende le sue energie per favorire la pace in Europa.

La politica espansionista e priva di scrupoli di Luigi XIV teneva l'Europa in allarme. Le potenze antifrancesi, riunite nella Lega di Augusta iniziarono con la Francia un conflitto che dal 1688 durò sino al 1697 con il ridimensionamento delle pretese gallicane. E' in questo contesto che l'opera di Marco si svolge per cercare un accordo tra le potenze cattoliche, continuamente minacciate dalla pressione islamica.

Quando morirà a Vienna, nel 1699, assistito nella sua cella dall'imperatore e dall'imperatrice, sarà venerato da un'immensa folla, avrà i funerali riservati ai principi e sarà seppellito nella cripta dei cappuccini accanto alle tombe degli imperatori.

Resta ancora da dire una cosa: che il vigore, il prestigio, la santità di Marco, oltre che dalle opere compiute, sono attestati da ciò che non gli fu concesso di fare.

Il grande predicatore, il taumaturgo, il difensore della cristianità non poté vedere né Parigi, né Roma.

Luigi XIV, il re cristianissimo, quando Marco stava per entrare a Parigi a predicare e a guarire, lo espulse dalla Francia e gli negò pure, in seguito, il diritto di attraversarla per recarsi in Spagna.

A Roma il partito francese, che annoverava tra le sue fila il segretario di stato cardinale Cybo, lo temeva e lo teneva lontano.

Ed oggi, appena entrati nel nuovo millennio, sembra che la storia ci riproponga, sotto altre forme, gli antichi quesiti a cui Marco diede risposta.

Mario Fava

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Padre Marco d'Aviano
  • Autore:
    Maria Héyret
  • Editore:
    Messaggero Padova
  • Prezzo: 8,00 €
  • Pagine: 159

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.41 del 23/1/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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