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La figura del Padre nella letteratura occidentale

di Raffaele Iannuzzi - 29 gennaio 2004

Roland Barthes, grande semiologo francese, ha osservato acutamente: "La morte del Padre toglierà alla letteratura molti suoi piaceri. Se non c'è più un Padre, a che raccontare delle storie? Ogni racconto non si riconduce forse all' Edipo? Raccontare non è sempre cercare la propria origine, dire i propri fastidi con la Legge, entrare nella dialettica dell' intenerimento e dell' odio? Oggi si chiude con l' Edipo come col racconto: non si ama più, non si teme più, non si racconta più".

Le osservazioni di Barthes conducono al punto originario della letteratura: il Padre. Si è molto parlato di un "canone occidentale" in grado di sintetizzare e riunificare secondo linee-guida la letteratura occidentale; ebbene, il "canone occidentale" certamente non può fare a meno della figura del Padre.

Kafka ha tratteggiato il Padre, come figura archetipica e simbolica, legandolo alla Legge e ragionando così, da ebreo laico eppure incuriosito dalla religiosità; la figlia dello psicanalista francese Jacques Lacan, in uno schizzo efficace, ha delineato la figura di un Padre assente fin dalla sua nascita, eppure sempre presente in quanto rimando centrale all'esplorazione della vita ed anche all'autoesplorazione: "Quando sono nata, mio padre non c'era già più. Potrei anche dire che, quando sono stata concepita, era già altrove, di fatto non viveva più con mia madre. Un incontro in campagna, tra marito e moglie, quando tutto era finito, è all'origine della mia nascita. Sono il frutto della disperazione, qualcuno dirà del desiderio, ma io non ci credo. Perché dunque provo il bisogno di parlare di mio padre mentre è mia madre che ho amato e continuo ad amare anche dopo la sua morte, dopo la loro morte?".

Ecco la domanda cruciale che, dal piano strettamente personale testimoniato da Sibylle Lacan, si può estendere ad un livello universale: perché interrogarsi sul Padre, anche oggi, dopo il crollo di ogni archetipo universale, dopo la destrutturazione completa di ogni modello educativo, dopo la fine del cosiddetto "romanzo classico", perno fondamentale del "canone occidentale"? Se apriamo e leggiamo anche solo di sfuggita il bellissimo libro dello psicanalista junghiano Claudio Risé, Il Padre, l' assente inaccettabile, Edizioni San Paolo, 2003, ci rendiamo ben conto che la figura del Padre è un intreccio complesso, affascinante e talvolta inquietante di temi e problemi, così capitali da coinvolgere il destino dell' intera civiltà. Il padre ascolta il grido del figlio e della figlia; il padre guida il percorso di crescita, anche sessuale, del figlio; il padre, con la sua autorevolezza, sostiene il giudizio e l'intelligenza critica del figlio: tutto questo definisce anche la scrittura, l'arte dello scrivere intorno alla realtà, come intorno ai sentimenti ed al dolore delle persone.

Non a caso, negli Stati Uniti, grandi scrittori come Paul Auster e Don De Lillo, scavando nelle pieghe più riposte delle loro origini individuali, hanno riscoperto il Padre, il fondamento stabile della vita e dell' intelligenza. Questa riscoperta avvicina le loro opere ai grandi romanzi di Tolstoj e Dostoevskij, con tutte le differenze specifiche, ma certamente con la tensione unitaria dello sfondo. Tornare a riflettere sulla figura del Padre nella letteratura occidentale significa riprendere il filone aureo del "canone occidentale", le salde radici dell'ordine civile e culturale dominante in Occidente ed aprire un varco affascinante e prezioso alla libertà ed alla creatività realmente edificatrice di una cultura condivisa.

Non si tratta, dunque, di strapparsi le vesti per la scomparsa del Padre, oppure, se lo preferiamo, per il "parricidio" compiuto da una cultura nichilistica attiva anche nel Sessantotto; si tratta, per contro, di aprire positivamente una nuova pista di ricerca e di creatività, teorica e letteraria, così da rilanciare i valori vitali dell'Occidente, la sua identità ad un tempo complessa ed unitaria.

Questo è un tema squisitamente legato alla letteratura, addirittura al suo futuro, alla possibilità di tornare ancora a scrivere in modo simbolico e realistico ad un tempo, nella chiave declinata da Snell nel suo fondamentale lavoro sul realismo occidentale. Il futuro giace sempre seminascosto nelle tracce del passato e, quando l'uomo scrive con semplicità e verità, ritorna a decifrare la memoria, per ridonare certa speranza all' umanità.

! Raffaele Iannuzzi
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