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Mario Timio Salute, libertà e globalizzazionerecensione di Paolo Nessi - 5 febbraio 2004 Mario Timio è un medico, cardiologo e nefrologo per la precisione. E come la stragrande maggioranza dei medici di un certo spessore è dotato di una buona dose di pragmatismo e di buon senso, che lo conducono a trattare la realtà a partire dall'evidenza e dal dato oggettivo, con un linguaggio semplice e sfoltito da ogni fronzolo retorico. E la realtà dalla quale Timio parte è quella di un terzo mondo afflitto e devastato da cruenti malattie, fisiche e morali, dove alla mancanza dei più elementari servizi igienici per 2 miliardi di persone si sommano terribili flagelli chiamati AIDS (3.89 milioni di malati nella sola India), malaria e tubercolosi - oltre alla corruzione dei governanti e la dilagante violenza e discriminazione, specialmente verso le donne. Provoca sgomento l'orrore di una donna incinta a cui viene squartato il ventre da due guerriglieri che avevano scommesso sul sesso del nascituro; questo è quanto, ad esempio, accade in Sierra Leone. Eppure per tutta questa desolazione e questo male, apparentemente insanabili, esiste una cura, e la medicina si chiama globalizzazione. Questa parola, tanto vituperata e strumentalizzata, esterna in realtà un concetto ben chiaro, non suscettibile - se non volutamente - di travisamenti: laddove un popolo soffra, sottoposto quotidianamente a terribili angherie e sofferenze, l'Occidente, forte di quanto di più fecondo e buono ha, ossia i suoi valori e la sua democrazia (espressioni della propria cultura e della propria identità), è pienamente legittimato a intervenire, per lenire il dolore e l'angoscia di quegli uomini, utilizzando la sua intrinseca capacità organizzativa e imprenditoriale, prerogativa delle nazioni libere. Affinché questi valori non rimangano vuote parole campate in aria, è necessario che si concretizzino in azioni, che secondo Albert Schweitzer (il "grand Docteur" medico e teologo, che spese la vita per l'Africa) devono svilupparsi su due versanti che si integrano e completano a vicenda: l'impegno e la testimonianza del singolo, e l'apporto internazionale, politico ed economico. Esistono paesi, come la Thailandia, dove permane la puerile convinzione che basti avere un rapporto sessuale con una vergine per liberarsi del virus dell'HIV; o come l'India, in cui chi ha contratto la malaria pur accusandone i dolorosissimi sintomi, non ha la cognizione di essere malato, essendo credenza comune che il dolore sia la naturale condizione umana. Forse spiegar loro come stiano le cose significa imporre i nostri modelli culturali? No, è evidente, ma l'evidenza spesso sfugge al popolo di Seattle e di Goteborg, che si ostina a farneticare sull'imperialismo culturale ed economico degli occidentali, proclamandosi portavoce delle istanze e dei bisogni del terzo mondo, senza che, fra l'altro, nessuno glielo abbia chiesto, adducendo come prove della loro prodezza nient'altro che falsi sofismi. I no global sostengono ad esempio, barando con le parole, che il 20% del mondo consuma il'80% delle ricchezze: in realtà, il 20% del mondo produce l'80% dei beni. In queste regioni, che suscitano il "pianto di Dio", è radicata un enorme miseria, che rende le persone affamate: il cibo manca e la gente si ammala, non può lavorare, non può curarsi perché non esistono medicine né servizi e così via, in un avvilente circolo vizioso che sembra non avere mai fine. E' evidente che per spezzare questo circolo non sia sufficiente elargire fior di miliardi a pioggia. Basti pensare che, allo Stato dello Zimbawe, vennero donati 1,3 miliardi di dollari come aiuti umanitari nel solo 1991, tuttavia impiegati dal dittatore Robert Mugabe per sterminare i suoi oppositori. E' necessario anzitutto educare le persone. Educarle a riconoscere la bestialità di pratiche ancora in uso tra molte popolazioni, come l'infibulazione o la poligamia, educarle al rispetto e alla coscienza della grandezza e della dignità di ogni uomo; ma è anche necessario insegnare a costruire scuole, ospedali, formare professionisti, che loro volta ne formeranno altri. E' l'educazione, che anche dalla desolazione e dall'aridità di un lebbrosario, può far fiorire una umanità e una capacità di entusiasmo, di vita e di lavoro straordinarie. E' quanto è successo in Brasile dove, grazie all'intraprendenza e alla generosità di un industriale milanese, Marcello Candia, sono sorti dal nulla (e grazie al denaro proveniente dalle sue fabbriche) un ospedale, una scuola per infermieri, un villaggio. Qui un uomo affetto dalla lebbra lavora solertemente un campo con un machete fissato al moncherino del braccio, sentendosi finalmente una persona, conquistando finalmente quella dignità tanto agognata. Concorde nella diagnosi e convinto che la prognosi sia la globalizzazione - e il suo motore l'educazione - è anche Piero Gheddo, per il quale le 4 piaghe dell'Africa sono non tanto la povertà, quanto in primis l'ignoranza, il fatalismo, i militari e la corruzione. Egli individua nella globalizzazione della solidarietà e dei valori umani (perfettamente in linea con la dottrina sociale della Chiesa e l'insegnamento di Giovanni Paolo II) l'unico vero approccio per risolvere la disastrosa situazione dei paesi del sud. Alle iniziative individuali, tuttavia, è necessario l'ausilio internazionale che fornisca sostegno politico, aiuti finanziari mirati, e l‘introduzione di fondi per la ricerca in un contesto di continuo monitoraggio globale. Urge che l'Occidente non rimanga sopraffatto da alcun senso di colpa, alimentato da sterili retoriche girotondine e sinistrorse, ma agisca impegnandosi in una sorta di "colonialismo al contrario", dando cioè ciò di cui i poveri hanno bisogno (scuole, servizi, strutture, sanità) in cambio di ciò che producono. E' dimostrato che un impegno di questo genere incrementerebbe l'economia, e quindi la salute, il benessere e l'emancipazione dei popoli del Sud in maniera esponenziale; secondo la commissione sulla Macroeconomics and Health dell'OMS, infatti, 119 miliardi di dollari investiti produrrebbero un ritorno di 360 miliardi per anno. Sta, d'altro canto, al sud del mondo decidere cosa fare del proprio destino, se continuare a vivere nella miseria, o risollevarsi accettando e chiedendo l'aiuto dell'Europa o dell'America. Insomma, per usare le parole di Giovanni Paolo II, la globalizzazione è solo uno strumento, lo si può usare bene o male; ma, afferma sempre il Pontefice, se l'economia libera di mercato concorre a edificare e valorizzare la persona, la sua creatività e la sua intelligenza, in una crescita materiale e spirituale che tenda al bene comune, ben venga. E' chiaro che tutto ciò è ben lungi dal concetto di globalizzazione espresso dalle demagogiche "reclame" di quei no global malati - quando non in cattiva fede - di un perverso manicheismo, per cui l'Occidente - solo Lui - sarebbe il male da combattere, mentre loro - solo loro - possono dirsi puri. Preferirebbero probabilmente che anche i popoli che soffrono la fame e la malattia partecipassero di questa loro originale "purezza" (di cui si sentono custodi), pur continuando a morire di stenti, ma liberi e mondi dal "malvagio" Occidente. Al popolo di Seattle s'impone, come probabilmente al mondo intero, una scelta: o per una globalizzazione al servizio della persona o contro la persona; o con l'uomo, o contro l'uomo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.43 del 6/2/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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