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I dèmoni e la luce. Sulla poesia di William Blakedi Raffaele Iannuzzi - 5 febbraio 2004 "L'ossessione dell'inedito è il principio distruttivo della nostra salvezza". (E.M. Cioran) Per affrontare la vastità e l' assoluta densità della poesia di William Blake, possono essere importanti le parole di un grande scrittore tedesco, Ernst Junger: "In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni cuore, la paura dell' uomo è sempre la stessa: paura dell' annientamento, paura della morte. (...) Vincere la paura della morte equivale...a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario". Blake fece emergere fino al parossismo il terrore umano della morte, aprì il sepolcro delle illusioni e delle facili rassicurazioni dell' uomo - con un timbro espressivo totalmente debitore del Sacro e del Mito - per far penetrare la luce della salvezza nell'esperienza dell'uomo moderno. Blake, poeta straordinario e capace di creare suggestioni linguistiche quasi dantesche, nacque a Londra il 28 novembre 1757 e morì nella stessa città nel 1827. La grande città fu sempre per questo grande poeta un ricettacolo di simboli legati alla trascendenza, simboli sacri, originari; i primi versi di Blake sono già una risposta al mondo moderno, costituiscono una reazione artistica al dirompere ed allo straripare costante della prima modernizzazione. Blake, in questo specifico contesto storico, fu squisitamente e nobilmente "reazionario", nel senso letterale: reagì spontaneamente all'ondata furiosa della prima modernità che mal si acconciava alla sua sensibilità estetica e personale (in ciò fu vicino ad un altro grande scrittore inglese, radicale critico della Rivoluzione francese, Burke). E, proprio reagendo con stile e forza dantesca, aprì un solco poetico di valore inimmaginabile. Soltanto John Donne sarebbe in grado di stare alla pari di William Blake, e stiamo parlando di due autentici giganti della letteratura occidentale. Il vertice della produzione poetica di Blake è espresso nella collezione dei Canti dell'innocenza e dell'esperienza (trad. italiana SE, Tascabili Poesia, Milano, 1997), scritti a quarant'anni, in età matura, e con un alternarsi di linguaggi in grado di scatenare suggestioni impreviste nel lettore. Un altro grande poeta, T. S. Eliot, non colse totalmente, a mio avviso, la cifra metafisica di questi Canti: "I sentimenti vi sono presentati in forma semplificata al massimo, astratta; tale forma è un esempio dell'eterna lotta dell'arte contro l'educazione, dell'artista letterario contro il continuo deterioramento del linguaggio. (...)" "La sua filosofia, osserva ancora Eliot, come le visioni, l'intuizione e la tecnica, gli apparteneva naturalmente. E, di conseguenza, era incline ad attribuire a ciò più importanza di quanto non debba fare un artista: questo lo rende eccentrico e lo porta a cadere in espressioni prive di forma". Giudizio ingiusto, questo, che non coglie nel segno. Le visioni di Blake, il suo mondo gonfio di immaginazione, non è un orpello estetizzante privo di valore espressivo, ma è, ben più radicalmente, la cifra religiosa e sacralizzante della sua estetica. Bene ha scritto, a questo riguardo, Northop Frye: "Il mondo dopo la caduta è il mondo dei Songs of Experience (Canti dell' Esperienza), il mondo prima della caduta è il mondo dei Songs of Innocence (Canti dell' Innocenza)". Ecco il punto teologico ed estetico della poesia di Blake: la paura della morte rappresenta l'impasto della vita dell'uomo e la Redenzione trapassa l'esperienza umana facendo cogliere alla creatura finita tanti i suoi limiti tanto la sua destinazione celeste. Tutto questo espresso con un linguaggio modellato sul mito e sulle metafore bibliche. Le visioni di Blake, dunque, sono aspetti mitici e, ad un tempo, biblici del tutto interconnessi: l'uomo contiene in sé la notte dei dèmoni e la luce della salvezza. Leggiamo alcuni versi dei Canti: Un Cuore Umano Crudeltà ha nel petto La Veste Umana è ben forgiato Ferro, Crudeltà, terrore, forma divino-umana...sono tratti, questi, di caratura mitografica, aspri, netti, biblici, apocalittici, e, infatti, l'Apocalisse è il nutrimento simbolico e teologico tanto di John Donne tanto di William Blake; le visioni, infine, sono aspetti tecnicamente funzionali alla descrizione apocalittica della vita dell'uomo. Siamo, così, ben oltre l'area dei sentimenti umani, ci troviamo proprio nel cuore dell'origine sacra del Bene e del Male, la scaturigine profonda che rende drammatica ed ultimamente affascinante l'epopea universale della libertà umana.
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Ragionpolitica, periodico on line n.43 del 6/2/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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